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    Entries in Politiche 2013 (181)

    giovedì
    mag302013

    Chi le canta al M5S? Quei gentlemen del PdL…

    Detto in milanese – cioè alla Berlusconi, ma non alla Alfano (sempre che il giovane Angelino-in-carriera non abbia preso ripetizioni di dialetto meneghino per ingraziarsi, un po’ di più, il Sciur Parùn) – «che bauscia!». Ossia, «che palloni gonfiati!». Il riferimento, in blocco, è al PdL. E al suo quotidiano di riferimento, il Giornale. E a quant’altri, altrove, ne reggessero il gioco.

    Ricordate? Negli ultimi mesi del 2012 erano, ragionevolmente, dati per morti: il Cavaliere era uscito malissimo dalla resa di un anno prima, quando si era dovuto rassegnare alle dimissioni per cedere il passo a Monti, e sembrava prossimo a una definitiva scomparsa dalla scena politica. I suoi seguaci, un po’ disorientati dal venir meno del Capo Supremo e un po’ inebriati dall’idea di affrancarsene e di ereditarne, finalmente, almeno una parte della ricchissima eredità elettorale, si accapigliavano sul da farsi. Chi voleva le Primarie e chi no. Chi inneggiava al cambiamento e chi si ostinava ad auspicare il Grande Ritorno del Leader. Una sequela di battibecchi imbarazzanti che era andata avanti a lungo, come in uno spettacolo mancato che si riduce a un’interminabile candid camera di ciò che accade dietro le quinte.

    Alla fine, manco a dirlo, sui guittarelli litiganti si era abbattuto il diktat del mattatore-impresario. Piantatela di fare casino e tornate nei ranghi. Ghe pensi mi, pistola! Anche i non milanesi, Alfano in testa, avevano capito al volo. E tolti alcuni dissidenti, tra cui il pur stagionato La Russa e la pur smaliziata Meloni, i quali se n’erano andati a mettere su la propria compagnia di giro dal suggestivo nome di “Fratelli d’Italia” (sic), gli altri si erano prontamente allineati. Mica difficile, del resto: il motivetto lo sanno a memoria, Meno male che Silvio c’è, e per il canto in coro hanno un talento naturale. Nonché una comprovata esperienza. Detto in siciliano – ossia alla Alfano, ma anche un po’ alla Berlusconi, grazie alle istruttive frequentazioni con Dell’Utri – cu nasci tunnu nun po moriri quatratu.

    Il seguito è ancora più noto. Prima si sono ringalluzziti per il recupero nelle Politiche di febbraio, dove in effetti erano arretrati enormemente rispetto al 2008 ma in cui avevano sfiorato il pareggio con la coalizione di centrosinistra, e adesso si sono rinfrancati per l’esito delle Comunali, dove pur avendo fatto abbastanza schifo hanno trovato una fonte di sommo gaudio nell’insuccesso del M5S. Quanto basta, unitamente al ritorno al governo benché in coabitazione coi rivali del Pd, per ritrovare la consueta sicumera. E mostrarsi, nei confronti di Grillo e del suo MoVimento, più spocchiosi che mai.

    Leit motiv: noi sì che siamo professionisti, a differenza di quella manica di dilettanti. E giù a ironizzare – o più brutalmente a spargere merda – sulle schiere nemiche. Giù a sottolineare le contraddizioni. A stigmatizzare i difetti. A intimare chiarezza su tutto, a cominciare dagli introiti del blog di Grillo. Requisitorie non completamente infondate, ma con un piccolo vizio d’origine. L’identità, e i trascorsi, dei pubblici accusatori.

    Grillo è un imbonitore? Sarà. Ma Berlusconi cos’è?

    Vito Crimi non è un genio? Sarà. Ma Gasparri lo è?

    Il M5S non brilla per democrazia interna? Sarà. Ma il PdL sì?

    Come si dice, il bue che dà del cornuto all’asino. Con l’aggravante che quel bue ce l’abbiamo tra i piedi da vent’anni, e si è visto con quali risultati, mentre l’asino è appena arrivato. E a tratti, almeno a tratti, assomiglia a un cavallo. Se non proprio a un purosangue.

    Federico Zamboni
    domenica
    mag122013

    STALLO PD: PIÙ CHE UN TRAGHETTATORE, UN PARCHEGGIATORE

    Inevitabile. Il Partito democratico – che innanzitutto dovrebbe interrogarsi sui perché di quel suo nome così vago, così ambiguo, così americano – rimanda tutto al congresso che si terrà «entro ottobre 2013». E non potendo lasciare al suo posto Bersani, che è diventato l’emblema dei fallimenti collettivi, lo sostituisce con Guglielmo Epifani, funzionario sindacale di lunghissimo corso ed ex segretario nazionale della Cgil tra il 2002 e il 2010.

    Una carica a termine, e a scartamento ridotto. Un cosiddetto reggente. Uno che in pratica non deve fare altro che riempire la casella dell’organigramma ufficiale, in modo da far sembrare che la situazione rimanga sotto controllo e che il partito, sia pure con le sue tantissime turbolenze/rivalità/faide, non sia definitivamente imploso.

    Al prescelto, come avviene in questi casi di dissidi feroci tra fazioni ormai inconciliabili, non è richiesta alcuna leadership ma una promessa di equidistanza da tutto e da tutti. Il termine che ricorre nei media (fuorvianti per pigrizia, quando non per dolo) è “traghettatore”, ma è completamente sbagliato. Epifani non traghetterà un bel niente, nel senso che nei prossimi mesi non sposterà, non dovrà spostare, di un centimetro il barcone rimasto in panne, e faticosamente rimorchiato fino al porto. Quel barcone che fino a pochi mesi fa si credeva un transatlantico inaffondabile, in stile Titanic, ma che dopo le elezioni se n’è andato alla deriva, come una qualsiasi carretta dei mari.

    In teoria, quindi, il congresso sarà il bacino di carenaggio in cui il relitto viene rimesso a nuovo. Ma è una teoria sballata: perché il Pd non è semplicemente una nave incidentata, bensì quel che resta di un bizzarro e colossale natante che, è il caso di dirlo, era pieno di falle ancora prima di essere varato.

    Un carrozzone strapieno di politicanti che si è tentato, furbescamente per un verso e ottusamente per l’altro, di trasformare in un gigantesco anfibio, travestito da ammiraglia. Giocando sulla sigla PD, un Progetto Disastroso. E tornando al povero Epifani, il segretario balneare buono solo per superare l’estate, un Parcheggiatore Diligente. 

    Federico Zamboni
    giovedì
    apr182013

    E Grillo ora dovrebbe passare all'incasso

    mercoledì
    apr102013

    SILVIO E PIERLUIGI: IL QUIRINALE COME PEGNO E PARAVENTO

    Traccheggia traccheggia, alla fine ci sono arrivati. Berlusconi e Bersani si sono visti di persona e hanno dato inizio – l’inizio ufficiale, beninteso – alla collaborazione post elettorale. Quella collaborazione che secondo noi era praticamente un esito obbligato già all’indomani del voto, a meno di un clamoroso voltafaccia di un gran numero dei parlamentari del MoVimento 5 Stelle, ma che allo stesso tempo andava, e va, mascherata da compromesso sofferto. Al quale si perviene solo nell’interesse del Paese, al fine di proteggere tutti noi, grazie a un minimo di stabilità interna, dalle incombenti minacce dei Mercati.  

    La dissimulazione serve specialmente al Pd, che deve cercare di far digerire al proprio elettorato l’avvicinamento a Berlusconi, ma corrisponde anche a un’esigenza di sistema: nascondere la sostanziale convergenza del centrosinistra e del centrodestra (nonché del centro-centro di Casini o di Monti) su un aggiornamento in senso neoliberista del modello economico e sociale.

    Rispetto a questa finalità condivisa, in ossequio alle pressioni internazionali incarnate dalla Troika, il primo obiettivo è disinnescare la bomba, quantomeno potenziale, del malcontento popolare che ha portato all’exploit del M5S. La linea difensiva consiste dunque nel ripristinare al più presto, attraverso gli accordi di vertice che si stanno profilando, quel bipolarismo che è uscito assai malconcio dalle urne e che, al momento, non è sicuro di trovare conferma in una nuova consultazione, né mantenendo il Porcellum né introducendo nuove regole in chiave maggioritaria.

    Accanto alla prospettiva comune, tuttavia, permangono le esigenze specifiche dei due schieramenti, nonché delle relative fazioni e, in primis, dello stesso Berlusconi. Ed è proprio per questo che l’avvicendamento al Quirinale, per sostituire quel Napolitano che in fondo aveva messo tutti d’accordo (o tutti in riga), diventa un passaggio particolarmente importante. Oltre a dover essere una figura di garanzia nei confronti degli USA e dei vari potentati ufficiali e ufficiosi che dominano l’Occidente – come ha illustrato con sorprendente franchezza Concita De Gregorio in una serie di articoli pubblicati da Repubblica e nei quali si faceva espresso riferimento anche al Gruppo Bilderberg e alla Trilaterale, sia pure guardandosi bene dall'alzare i toni e denunciarne le influenze illecite – il futuro Presidente è chiamato a svolgere un ruolo di mediazione continua tra le istanze di segno opposto che si susseguono nella lotta per la spartizione del potere.

    Le parole di Alfano, a commento del summit di ieri, lo fanno capire benissimo: «L'incontro con Bersani e Letta è stato l'occasione per confermare quel che abbiamo sempre detto: il presidente della Repubblica deve rappresentare l'unità nazionale e dunque non può essere, e neanche può apparire, ostile a una parte significativa del popolo italiano. Deve trattarsi di una personalità di indiscusso prestigio e di riconosciuta competenza istituzionale».

    Berlusconi, che al di là delle apparenze si sentiva tutelato da Napolitano, vuole avere le massime garanzie possibili di non essere lasciato solo di fronte ai magistrati che lo inquisiscono. Raggiungere un accordo soddisfacente sul nuovo Capo dello Stato significa assicurarsi (altri) sette anni di salvacondotto personale, contribuendo nondimeno a scegliere un custode gradito, e funzionale, all’establishment. Un pegno per sé stesso. Un paravento per tutti.

    Del resto, così come avvenne nel novembre 2011 quando lui accettò di farsi da parte per lasciare mano libera a Monti, i suoi obiettivi sono compatibili con quelli dello statu quo. Vedi, ad esempio, il protrarsi della legislatura per il tempo necessario a screditare Grillo e a ridimensionarne il seguito: il potere di sciogliere le Camere è prerogativa del Quirinale, e c’è da scommettere che il suo nuovo inquilino non avrà troppa fretta di esercitarlo.



    lunedì
    apr082013

    CAMMINA CAMMINA, L’ACCORDO PD-PDL SI AVVICINA

    Alzi la mano chi si sta sorprendendo, per le manovre di avvicinamento tra Pd e PdL. E poi ci spieghi il perché: un esito di questo tipo, infatti, era nella logica delle cose fin dal primo momento, una volta emerso che al Senato non si potevano formare maggioranze di altro tipo.

    Analogamente, era prevedibile anche una fase iniziale di stallo. Se l’intesa fosse arrivata troppo rapidamente, la sua natura oligarchica sarebbe apparsa in modo smaccato. Dopo svariate settimane di impasse, invece, la si può presentare (spacciare) per una scelta obbligata: pur di non “abbandonare” il Paese alla ingovernabilità, ossia alle reazioni negative dei Mercati, si accantonano i motivi di dissidio e si viene a patti. Temporanei, certo. Costellati di distinguo, ovvio. Dando pubblica e reiterata dimostrazione – ci mancherebbe altro – della dovuta ritrosia ad accordarsi coi nemici giurati di sempre.

    Inciucio? Non sia mai. Tutto alla luce del sole: entro limiti ben definiti e con finalità precise. D’altra parte, non bisogna forse fare lo stesso, per l’elezione del successore di Napolitano al Quirinale? In fin dei conti, come hanno rimarcato a stretto giro di ruota sia Renzi che Franceschini, il PdL ha raccolto all’incirca gli stessi voti del Pd. Impossibile ignorarlo, perciò. Tramontate le ipotesi di collaborazione col M5S, il realismo deve prevalere sulle pur legittime distanze nei confronti dell’avversatissimo Berlusconi. E se poi Bersani non se la dovesse sentire, nell’ansia di salvare gli ultimi brandelli della sua credibilità fatta a pezzi dalle elezioni, vedrete che si troverà qualcun altro pronto a farsene carico.

    Spazio al governissimo, allora? Oppure, per dirla alla tedesca, alla Grosse Koalition? Vietato dirlo. E non lo si pensi nemmeno, cortesemente. Il messaggio “corretto” è che non si tratta affatto di un sodalizio strategico, e dunque di un governo condiviso, ma di una convergenza momentanea. Ci si associa solo per gestire la transizione, che durerà quello che durerà ma che tuttavia, quand’anche prolungata, o rinnovata a più riprese, è appunto transitoria.

    Nell’emergenza, va da sé, non ci possono essere colpevoli. Tutt’al più, persone di buona volontà che non hanno raggiunto (appieno) i loro nobili obiettivi.

     

     

    lunedì
    apr082013

    Marco Tarchi sulla situazione politica italiana in stallo

    L'intervista è apparsa sul Corriere della Sera nell'edizione di Firenze il 5 aprile.

    Matteo Renzi ha riaperto la campagna elettorale, anche se Bersani e i suoi pensano che sia ancora il segretario l’unico titolato a fare il premier. I tempi del sindaco sono giusti o ha mosso guerra troppo presto?

    Mi pare che sia stato tempestivo. Bersani è in mezzo al guado e non sa come uscirne, e nemmeno Napolitano pare in grado di dargli una mano. In politica non si fanno sconti: l’avversario va colpito quando è in difficoltà. Immagino che molte anime belle si scandalizzeranno di un commento così crudo, ma l’analisi scientifica non deve fare concessioni alla retorica ed è obbligata a considerare le cose con realismo. Chi coltiva l’ambizione di governare l’Italia non può permettersi di perdere occasioni che potrebbero non ripresentarsi.

     

    Secondo lei stavolta Renzi potrebbe contare su un appoggio diverso da parte del Pd?

    Credo di sì, anche se la levata di scudi di Fassina, Moretti & Co. potrebbe far pensare il contrario. La classe dirigente bersaniana innalzerà barricate, ma una parte dei quadri intermedi di provenienza o di simpatia (pi)diessina si troveranno dinanzi a un bivio: perdere, e questa volta senza sfumature, le probabili prossime elezioni, tenendo però alto lo stendardo di quel che resta dei principi di un tempo, o cercare di vincerle grazie ad un candidato che su molti temi non la pensa come loro ma appartiene pur sempre alla “ditta”. Sono entrambe opzioni lecite, ma già ai tempi del Pci le ragioni della prassi hanno spesso prevalso sulle prescrizioni ideologiche.

     

    Ma se il Pd dovesse di nuovo fermare la corsa del sindaco alla premiership, è fondata l’idea che questa volta lui potrebbe uscire dal Pd per creare una sua lista?

    Dipenderà dall’assetto delle squadre concorrenti. Che ne sarà della poco fortunata lista di Monti? E di taluni ministri del suo governo? Il Pdl continuerà ad essere un’informe babele di lingue e balbettii federata solo dalla persona di Berlusconi? Il Movimento di Grillo sopravvivrà all’assalto di cui è oggetto da parte dell’apparato culturale e massmediale egemonizzato dai simpatizzanti del Pd, nonché all’eterogeneità dei suoi improvvisati parlamentari? Credo che Renzi valuterà questi ed altri fattori prima di decidere un’eventuale cavalcata solitaria (si fa per dire, perché ad affiancarlo ci sarebbero ampi spezzoni dei cosiddetti poteri forti).

     

    Bersani ha commesso degli errori? Si è fatto “umiliare” da Grillo, come dice Renzi?

    Ha commesso soprattutto l’errore di cedere all’orgoglio, quando i numeri parlamentari gli consigliavano il beau geste di cedere l’onore e l’onere del tentativo a una personalità non formalmente incasellata nel suo partito. Con Grillo sta giocando una partita allo sfascio con la retorica ricattatoria della “responsabilità”, ma non è detto che a rompersi sarà solo una delle due parti. Il cozzo lascerà ampie crepe bilaterali.

     

    Ha senso tornare al voto con questa legge elettorale? Non si dovrebbe prima cambiarla?

    Certo che si dovrebbe cambiarla. Il 55% dei seggi ottenuto con meno del 30% dei voti è una truffa. Ma se non si è riusciti nemmeno a ridurre il premio di maggioranza, figuriamoci se sarà facile eliminarlo del tutto. E quanto al doppio turno, Pd e Pdl ormai conoscono l’effetto-Parma, ovvero il voto incrociato di molti elettori contro l’avversario più detestato, che rischierebbe di regalare ai grillini, ovunque riuscissero a superare il primo turno, il successo garantito. Con la conseguenza che il M5S, persino se calasse di due o tre punti, guadagnerebbe una cospicua maggioranza di seggi alla Camera e al Senato. Il dato di fondo su cui molti miei colleghi politologi glissano, perché si sforzano più di tirare la volata al partito per cui simpatizzano che a tenere seriamente in conto gli effetti sul sistema politico, è che se si fosse votato con la tanto aborrita legge proporzionale “da prima Repubblica”, l’evidente equilibrio tripolare e il relativo peso dei partiti minori (che avrebbero peraltro subito meno il ricatto del voto “utile” o strategico) avrebbero reso meno arduo un accordo ampio per un governo di coalizione. Che, certo, non avrebbe potuto sperare di durare a lungo, ma almeno non avrebbe dovuto fare i conti con le pretese di chi, con i numeri roboanti garantiti alla Camera dal superpremio, vuole tentarle tutte prima di rassegnarsi ad una non-belligeranza con gli avversari abituali. 

     

    Lei è favorevole all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti?

    Se dicessi di no, smentirei le due firme che ho a suo tempo apposto alle proposte referendarie radicali in argomento e ai voti che ho espresso in conseguenza. Erano altri tempi, d’accordo, e si poteva pensare che i partiti potessero e dovessero finanziarsi soprattutto grazie alla capacità di mobilitazione della loro base di iscritti e simpatizzanti, mentre oggi in molti da quel pozzo attingerebbero solo sabbia. Tuttavia, visto l’uso quasi sempre sconsiderato, e non raramente illecito, che da decenni viene fatto – da molti, se non da tutti – dei fondi pubblici, resto dell’idea che un azzeramento sarebbe un salutare incentivo al rinnovamento del modo di fare politica in auge in questo paese. Prima di tutto perché scoraggerebbe il professionismo di chi dice di volersi impegnare per il bene pubblico ma mira a perseguire obiettivi di carriera – economici e non solo di prestigio – strettamente privati.  

     

    Quirinale: ogni giorno spuntano nomi nuovi per il Colle. I tempi sono maturi per una donna (per esempio Emma Bonino)? Che ne pensa degli altri potenziali candidati, da Amato a Prodi?

    Non penso che esista, in questo campo, una questione di sessi (o, per parlare in modo “politicamente corretto”, di genere). C’è però un nodo politico cruciale, che non sarà facile sciogliere. Non azzardo previsioni.

    giovedì
    apr042013

    GRILLO INCHIODA GLI ELETTORI M5S CON SIMPATIE PD

    Parole dure. Inequivocabili. Martellanti. E quindi – c’è da sperare – conclusive. Beppe Grillo prende finalmente di petto la questione dei mugugni post elettorali, da parte di chi vorrebbe un MoVimento 5 Stelle ragionevole e collaborativo, e quindi pronto ad allearsi col Pd in chiave anti Berlusconi, e gliele canta chiare.

    Una sequela (una raffica) di 20 domande, che cominciano con «Perché hai votato il MoVimento 5 Stelle?», «Per fare un governo con i vecchi partiti?», «Per votare in Parlamento i meno peggio?», e che conducono passo passo, strattone dopo strattone, legnata dopo legnata, al drastico e inevitabile epilogo: «Se hai votato per il M5S anche soltanto per uno di questi punti, allora hai sbagliato voto. Mi dispiace. La prossima volta vota per un partito».

    Le reazioni, sul blog, sono contrastanti. E anche questo era inevitabile. L’equivoco esiste e gli “equivocanti”, figurarsi, pretendono di avere ragione. Non sono mica loro ad aver preso lucciole per lanterne, credendo unilateralmente che molte delle cose che Grillo diceva, e sbraitava, fossero solo enfatizzazioni propagandistiche e iperboli spettacolari. Macché. Quello che sbaglia è lui. Lui che dopo aver raccolto tanto successo, al Talent Show delle elezioni, non si affretta a inchinarsi al suo pubblico. E non si precipita a firmare con gli organizzatori un contratto di collaborazione, a vantaggio di tutti.

    Fabio Fazio che rinnova Sanremo. Beppe Grillo che rinnova il Parlamento. L’Italia che riprende a correre: non proprio il boom degli anni Sessanta, ma il Pil che torna, lentamente, solidamente, a salire. Confindustria si rallegra. Draghi si concede un sorrisetto. Il mondo ci apprezza. O quantomeno Washington.

    Bene: chi la vedeva così è servito. Ha coltivato delle aspettative sballate e adesso è costretto ad aprire gli occhi. Il suo è stato un abbaglio, ma d’altronde si è abbagliato da solo. Quando ha votato il MoVimento 5 Stelle lo ha fatto senza averci capito niente. Siccome aveva voglia di protestare, si è buttato a pesce sull’occasione che aveva sotto il naso. Secondo un classico schema – uno schema idiota – si è illuso che bastasse per cambiare le cose. La politica. L’Italia intera.

    Oplà: si mette la crocetta sulla scheda, senza avere ancora capito che sono proprio 65 anni di crocette piazzate una tantum ad averci condotti al disastro attuale, e si torna a casa tutti contenti. Sperando che tanti, tantissimi altri abbiano fatto lo stesso. Credendo, come allocchi, che sia sufficiente una quisquilia del genere per indurre alla resa quei “grandissimi figli di puttana” che hanno consacrato tutta la propria vita al potere e che sono pronti a qualsiasi porcata pur di rimanere nelle stanze dei bottoni. O dei bottoncini.

    Il voto che diventa una sorta di grande/grandissima manifestazione di piazza. Pacifica. Quasi festosa. Magari gli slogan sono un po’ (solo un po’) truculenti, ma in fondo non c’è nessuna intenzione di metterli in pratica. In fondo lo aveva detto pure Grillo: «Arrendetevi, siete circondati!». Ed era stato bello, da credere. Ma sì: il popolo tuona il suo malcontento, a gran voce, e le porte del Palazzo si dischiudono, timidamente, colpevolmente, facendo uscire a uno a uno quei cattivacci che finora avevano spadroneggiato in lungo e in largo.

    Come direbbe un altro comico, Giobbe Covatta, «Basta poco, che ce vo’?». Basta stringersi “a coorte”, come recita l’inno nazionale. “Coorte” in senso lato, si intende. In senso figurato. Mica le legioni romane, armate e sanguinarie. No. Le schiere politically correct della pantomima pseudo democratica: armate di cartelli, di striscioni, tutt’al più di campanacci e di tamburi improvvisati. O magari di trombette vuvuzuela, come ai Mondiali 2010. Terzomondismo a costo zero. La lotta al razzismo su Sky. Adotta un bimbo “di colore” a distanza. Affratellati. Continua a farti fottere dal maxi razzismo dei soldi. Della finanza internazionale. Della globalizzazione carina come nei manifesti della Benetton.  

    Oplà. L’ammutinamento di un giorno. O di un minuto. La “rivolta” degli scolaretti che per una volta non dicono buongiorno alla maestra (l’odierna lotta… di classe) confidando che lei, solo per quello, si trasformerà magicamente nel contrario di ciò che è sempre stata.

    Tranquilli, bimbetti perbene: da domani, ovvero dalle prossime Politiche, potrete tornare ai vostri trastulli abituali. Voterete Renzi-Fonzie e vi godrete i telefilm col nuovo protagonista.

    Buon divertimento, coglioni.

    Federico Zamboni


    mercoledì
    apr032013

    Giochi, giochini, giochetti: ma qualcuno si ricorda dello stato di questo Paese?

    bersani-berlusconi-grillodi Aldo Giannuli - Aldo Giannuli Blog.

    La crisi prosegue in un delirio crescente, dove il primo problema è capire cosa vuole fare ciascun giocatore, al di là delle sue proclamazioni. La prima osservazione è che sono tutti furbi, ma nessuno è intelligente. Siamo di fronte ad una serie di trovate di piccolo cabotaggio, ma nessuno ha un vero disegno strategico. Facciamo una rassegna iniziando dal “giocatore capo”: Napolitano. La sua trovata dei saggi ha fatto infuriare sia Pd che Pdl, ha trovato freddo il M5s (che però converge sull’idea di lasciare Monti) e piace solo a Sc. Ma allora perché l’ha fatta? Il punto è che Napolitano ha segnato una svolta nella storia della Presidenza della Repubblica, che non è stata analizzata con l’attenzione sufficiente. Diciamocelo senza giri di parole: Napolitano è stato il Capo dello Stato costituzionalmente più scorretto e più “interventista” che ci sia mai stato. Roba da far impallidire i precedenti di Segni, Cossiga, Pertini che, quanto ad interventismo non scherzavano.

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    lunedì
    apr012013

    PASQUA (POLITICA) SENZA RESURREZIONE

    I partiti l’hanno presa male, la decisione di Napolitano di mettere insieme un gruppo di “saggi” con l’incarico di formulare «proposte programmatiche in materia istituzionale e in materia economico-sociale ed europea».

    Benché la dichiarazione ufficiale non manchi di specificare che quel compito andrà svolto «stabilendo contatti con i presidenti di tutti i gruppi parlamentari», e benché nel numero dei prescelti si trovino alcuni deputati e senatori, è del tutto evidente che si tratta di una conferma dell’approccio che portò alla nomina di Monti a presidente del Consiglio. Con i politici che formalmente affiancano i tecnici, ma che in realtà vi si accodano.

    D’altro canto, come abbiamo già sottolineato sabato scorso a ridosso dell’annuncio, l’obiettivo di Napolitano è continuare nella medesima direzione seguita dal novembre 2011 in poi. In mancanza di un nuovo governo, quindi, al Quirinale va più che bene mantenere in sella quello uscente. Il quale, come si è compiaciuto di rimarcare il capo dello Stato, è «tuttora in carica, benché dimissionario e peraltro non sfiduciato dal Parlamento».

    Un’affermazione che va totalmente rovesciata: l’esecutivo, in quanto dimissionario, deve essere tolto di mezzo al più presto e astenersi, nel frattempo, da qualunque atto che ecceda l’ordinaria amministrazione; più che «non sfiduciato», inoltre, esso non è mai stato “fiduciato” dal nuovo Parlamento, per cui la sua legittimazione politica è nulla. Il fatto che se ne resti a Palazzo Chigi non può essere spacciato in alcun modo come un pregio, ma andrebbe inquadrato per ciò che è davvero. Ossia la conseguenza deteriore, e di per sé inaccettabile, di un’impasse politica altrettanto anomala.

    Un vantaggio non già "in difesa" dell’Italia dalle turbolenze speculative dei mercati, ma a tutela dell’establishment finanziario che ha nella Troika il suo braccio operativo. Al posto del caos, o presunto tale, la marcia ordinata dei prigionieri ubbidienti.


    sabato
    mar302013

    Intanto (ancora) Monti

    Napolitano non molla e rimarrà al suo posto sino all'ultimo giorno, dunque la barra rimane a dritta, ovvero sulla rotta tracciata dall'Europa. Nel comunicato di oggi non è affatto un caso che il Presidente della Repubblica abbia sottolineato con forza che c'è ancora un governo operativo, «non sfiduciato» che va avanti per gli affari correnti come, appunto, quello di mettere in pratica gli accordi e le direttive economiche «concordate con l'Ue».

    E il nome di Mario Monti, in tal senso, per l'Europa delle Banche e per Napolitano che ne ha avallato le politiche di macelleria sociale messe in opera nel nostro Paese, sono una garanzia.

    Intanto si attendono i nomi delle persone che comporranno «i gruppi ristretti», secondo il disegno del Presidente, che dovranno provare a stilare proposte in grado di essere portate avanti e votate dal Parlamento.

    Ma attenzione, l'errore più grave sarebbe quello di credere che non sia successo nulla. Non è affatto così. La situazione di stallo attuale è una azione a tutti gli effetti. Perché ha delle conseguenze ben precise che continuano a essere portate avanti: non si modifica di un millimetro la nostra linea economico-politica nei confronti dell'Europa che ci sta dissanguando.

    venerdì
    mar292013

    COME LITIGANO, PER NON PARLARE DI ECONOMIA

    venerdì
    mar292013

    Il Pd ha - da sempre - sbagliato tutto. Ma Grillo poteva fare meglio

    giovedì
    mar282013

    NELLE MANI DI NAPOLITANO. PURTROPPO

    Non che sarebbe andata meglio se fosse stato dato incarico a Bersani di provare comunque: lo stallo era chiaro e i giorni passati sono stati unicamente una perdita di tempo istituzionale (che abbiamo commentato passo passo). Ma il fatto che sia proprio il Presidente della Repubblica a condurre direttamente le danze, adesso, non fa presagire nulla di buono. È l'uomo che ci impose Monti, cioè l'Europa dei banksters, e tutto quello che ne è conseguito di cui paghiamo e continueremo a pagare con lacrime e sangue per generazioni. A giudicare dalla storia - dalle pagine di storia che Napolitano stesso ha scritto - si profila un proseguimento di attività legislativa del tutto al di fuori del benché minimo rispetto della democrazia. O comunque di quello che ne resta. E sappiamo l'ultima volta come è andata a finire.

    mercoledì
    mar272013

    Fiducia a chi? "Ma non scherziamo, ragazzi…"  

    Senza infingimenti: la risposta del MoVimento 5 Stelle a Bersani non fa una piega. Dare la fiducia a chi la ha perennemente tradita in ogni ordine e grado per (almeno) vent'anni non sarebbe perseverare nell'errore. Sarebbe diabolico. E giustamente, pertanto, il partito di Grillo non la ha data. Se ne facciano una ragione i dissidenti interni, veri o presunti "troll" che siano.

    Giusto non sentirsi responsabili per quanto sta accadendo e giusto non farsi mettere nell'angolo di una situazione di cui i grillini sono vittima e risultato, non carnefice e conseguenza.

    Appoggio sui singoli punti? Ci può stare. In una azione sistemica e parlamentare non si può fare altrimenti. Non si può chiudere la porta a tutti e a tutto.

    Il colloquio di stamane, per la prima volta trasmesso pubblicamente ai cittadini - altra novità notevole portata da Grillo nella politica - è stato emblematico. E Bersani, dapprima ingobbito davanti ai due esponenti dell'M5S, ha poi rasentato l'isteria. Ma si può sentire un esponente politico di tale storia dichiarare «guardate che qui è una roba seria»? Come se sino a ora avessero scherzato e adesso, col M5S in Parlamento, si voglia far credere che si è pronti a cambiare registro.

    Ebbene, il registro è già cambiato, caro Bersani. E cara tutta la compagnia metaparlamentare.

    Bersani ha, ora come prima, tre strade: prova a governare sapendo che a ogni deragliamento dai punti appoggiabili dai grillini il governo cade; riavvicinarsi e tentare l'abbraccio mortale con Berlusconi; dire a Napolitano che per forza di cose si torna alle urne.

    Il dato politico che emerge è inequivocabile, e va sottolineato: il MoVimento 5 Stelle porta a casa il risultato pieno cui poteva aspirare in questa fase. Che è fase di passaggio: non si poteva mica pensare che con una sola tornata elettorale si rovesciassero decenni di inciuci, no? Risultato parziale e non risolutivo, certo, non dimentichiamolo.

    Altro discorso è poi verificare in una eventuale nuova chiamata alle urne cosa potrebbe accadere, per il partito di Grillo. E qualche riflessione l'abbiamo già fatta a suo tempo (qui). Ma per ora il punto è chiaro.

    L'Italia intanto rimane immobile. In attesa.

    martedì
    mar262013

    A Roma come ad Atene: fuori gli estremi

    Non solo in merito ai temi economici, che pure saranno palesi piuttosto presto, ma anche dal mero punto di vista politico, quanto è avvenuto e soprattutto sta avvenendo nel nostro Paese ha seguito e sta seguendo, passo passo, quanto avvenuto al di là dell'Adriatico. E la cosa dovrebbe far suonare più di un campanello d'allarme, almeno in chi segue i fatti di politica interna senza lasciarsi obnubilare dalle illusioni di Palazzo e dalla cortina della dialettica partitica e mediatica.

    A Roma, come ad Atene successe al tempo di Papandreou, arrivò Monti, imposto dall'alto, cioè dall'Europa delle Banche, con un processo molto simile, se non nella procedura di certo nei risultati, a quello che portò Papademos in sella in Grecia.

    Qui come lì, inoltre, sì e fatto di tutto, in campagna elettorale, da noi per mezzo della legge porcellum e grazie agli accordi che fatalmente stanno arrivando, per eliminare ancora di più dallo spettro parlamentare le forze politiche che si posiziona(va)no agli estremi. In Grecia le due forti opposizioni di sinistra e destra sono state relegate nell'angolino a fronte di una coalizione europeista che sta portando il Paese alla fine che sappiamo. E anche Syriza, recentemente, pur di partecipare alle decisioni si sta spostando sempre di più sulla politica del rigore imposta dalla troika. Gli unici fenomeni, affrettatamente e superficialmente definiti unicamente come populisti, sono fuori dallo spettro politico. Per intenderci, sono nelle piazze a distribuire cibo.

    Qui da noi, parimenti, dopo la sforbiciata degli anni passati nei confronti di Bertinotti, prima lasciatosi imbrigliare come Presidente delle Camera e quindi del tutto scomparso insieme alla forza politica che pure rappresentava, nel corso degli anni seguenti si è data ancora maggiore restrizione a chiunque potesse uscire dal seminato, cioè portare nella politica delle posizioni che non fossero propriamente di centro. Cioè di sistema inginocchiato ai poteri finanziari europei.

    Oggi si tenta di fare la medesima cosa anche con il partito che malgrado tutto è riuscito a entrare in Parlamento con volontà (per ora) apparentemente contrarie al blocco centrale composto da Bersani-Monti-Berlusconi, cioè il MoVimento 5 Stelle.

    Il pateracchio di governo che uscirà dal mandato esplorativo concesso da Napolitano, per qualsiasi alchimia parlamentare possa passare, sarà volto in ogni caso a depotenziare il più possibile le proposte grilline. Sino al matrimonio forzoso, di merito o di metodo, tra Pd e Pdl (con buona pace di Sel che si accontenterà di qualche regalino dalla parte dei diritti civili per tenere chiusa la bocca sulle nozze infamanti).

    Da tale unione non potranno che venire fuori esperimenti di eugenetica politica e sociale - perché "ce lo chiede l'Europa", ci diranno - e la strada da percorrere sino alle prossime inevitabili elezioni sarà quella di vivacchiare alcuni mesi continuando a privatizzare e a tagliare, con qualche concessione per non far salire l'ebollizione del Paese oltre i livelli di guardia.

    Senza cambiare di un millimetro la strada politica intrapresa, e dunque senza modificare di un grado la direzione verso la quale si sta conducendo l'Italia.

    lunedì
    mar252013

    Quanta smania, di un governaccio 

    Un po’ per volta, ma con qualche accelerazione appena accennata che serve a testarne il gradimento (o almeno la non totale ripulsa) da parte della maggioranza dei cittadini, ci si incammina verso la soluzione, annunciatissima, dell’impasse post elettorale.

    Un governo di larghe intese, naturalmente. Il quale, al di là della formula esplicita od occulta che si finirà con l’adottare, è nell’interesse di tutte le oligarche che infestano la società italiana, a partire dagli intrecci fra economia, politica e media, rendendolo un esito pressoché obbligato. La premessa, che non bisognerebbe mai dimenticare, è infatti che i dissidi fra le diverse fazioni, e in particolare quelli tra Berlusconi e i suoi avversari, si inscrivono pur sempre in un modello che nei suoi tratti essenziali – e oligarchici, appunto – è sostanzialmente condiviso.

    Il vero pericolo per l’establishment, che già da parecchi anni sta cercando di escluderlo a priori erigendo la “Grande Muraglia” del bipolarismo, è solo quello dell’avvento di forze politiche anomale, che rifiutino alla radice non solo l’attuale organizzazione socioeconomica, ma i suoi stessi presupposti e le sue stesse finalità. La differenza, rispetto a qualsiasi ipotesi riformista, è abissale: invece di mirare a una versione più efficiente dei meccanismi attuali, in una prospettiva che in termini sbrigativi potremmo definire di matrice statunitense, l’obiettivo diventerebbe quello di ripensare all’origine il rapporto tra economia e società. E quindi, in rapida ma coerente successione, i concetti di crescita, di ricchezza e – ancora prima – di sovranità.

    Che questo timore serpeggi tra le fila della Casta, o come altro si vuole definire la vasta e variegata categoria di chi ha derivato i suoi privilegi dall’assetto finora dominante, è divenuto evidentissimo all’indomani delle elezioni. L’exploit del MoVimento 5 Stelle, che per quanto eterogeneo, e quindi precario, ha fatto balenare il potenziale di una massiccia adesione popolare a istanze non omologate, rende più che mai urgente un consolidamento del “sistema”. Da un lato, rinnovando tutto quello che è possibile senza andare a toccarne i centri nevralgici: in modo da illudere i più che si siano eliminati i difetti mantenendo i pregi, per cui d’ora in avanti si potrà rilanciare il Pil e avvantaggiarsene un po’ tutti, in quanto si sarà posta fine, o giù di là, alle ruberie dei partiti.  Dall’altro, amplificando al massimo grado i punti deboli dello stesso M5S e del suo leader Beppe Grillo: in maniera tale da indurre elettori e simpatizzanti a ritenerli delle opzioni inaffidabili, per cui diventa automaticamente preferibile affidarsi a mani più esperte. O anche solo più controllate, laddove si tratti delle nuove leve alla Matteo Renzi.

    Gli appelli che si moltiplicano in queste ore, adesso che Bersani tenta di portare a termine la sua missione (quasi) impossibile, servono appunto a questo: ingigantire i rischi connessi alla mancata formazione di un governo, così da far apparire gli accordi più improbabili come delle sagge concessioni al buon senso. Anzi, all’interesse supremo del Paese.

    Napolitano ripete la litania della coesione, Squinzi ci aggiunge gli alti lamenti di Confindustria per le difficoltà, reali ma tutte da indagare, delle imprese, e un po’ dappertutto si ribadiscono i timori di un ulteriore sprofondamento nei gorghi della recessione produttiva e della disgregazione finanziaria. Scene da un naufragio incombente che, nelle intenzioni, renderanno desiderabile qualsiasi straccio di esecutivo: in mezzo ai flutti in tempesta, meglio una scialuppa scassata, per quanto simile a un relitto, che niente del tutto.

    Federico Zamboni
    lunedì
    mar252013

    Il silenzio assordante sui temi rilevanti

    venerdì
    mar222013

    ZERO AUGURI, BERSANI

    venerdì
    mar222013

    Bersani, Fini, e gli altri: i funzionari del sistema

    giovedì
    mar212013

    E ANCHE GRILLO “SCENDE” AL QUIRINALE

    Consultazioni da Napolitano: l’establishment prova a disinnescare le istanze davvero pericolose del M5S

    In teoria – ovvero a patto che Beppe Grillo mantenga fino in fondo le proprie posizioni di principio – l’incontro di oggi tra il leader del MoVimento 5 Stelle e il Capo dello Stato è del tutto superfluo. Tale è la distanza tra i due, infatti, che non sembrerebbe sussistere alcun margine di accordo, in vista della formazione di un nuovo governo e della definizione dei relativi programmi.

    Ma la teoria, com’è noto, ha ben poco a che vedere con la politica “politicata”. Il vero leitmotiv, dietro tutto quello che va accadendo dalle elezioni in poi, è come trarre vantaggio dalla situazione di impasse parlamentare che si è instaurata a causa del voto. In altre parole: come si fa a rafforzarsi, guadagnando in credibilità agli occhi dei cittadini, di qui al momento in cui si dovrà tornare alle urne?

    Le due facce della medaglia sono rispettivamente il malcontento e il bisogno di sicurezza. A partire dal medesimo disagio sociale, che è quello determinato dalla crisi, gli esiti possibili sono infatti antitetici: o nei cittadini prevale la rabbia, contro la classe dirigente che ci ha portati al disastro attuale, oppure ha la meglio il timore che, ribellandosi alle logiche della Ue (ossia della Troika), si vada incontro a difficoltà ancora peggiori.

    Ciascuno dei soggetti in campo, ivi incluso il M5S, deve muoversi lungo questo crinale. Se si pende troppo da una parte ci si delegittima completamente agli occhi di chi propende per l’altra, e viceversa. Ma il fatto stesso che continui a non essere chiaro, da parte di Grillo & C., se l’obiettivo finale è un “ragionevole” riformismo o una “spregiudicata” rivoluzione economica e sociale, non è assolutamente un buon segno.

    L’ambiguità, di per sé, va sempre a vantaggio di chi detiene il potere. Così come le dilazioni, più o meno all’infinito, della resa dei conti tra chi vuole mantenere lo statu quo e chi ambisce a spazzarlo via.

    ULTIM'ORA

    Grillo: «Incarico di governo o presidenza Copasir e Vigilanza Rai»

    qui la notizia di agenzia - AGI

     

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