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Ragionevole. Il morbo che negli ultimi decenni ha snaturato la Sinistra, o sedicente tale, è tutto racchiuso in quest’unico aggettivo. Ragionevole. Ovvero, dietro la cortina fumogena delle grandi riaffermazioni di principio (equità, lavoro, democrazia, e chi più ne ha più ne sbandieri) e di qualche dissidio più o meno marginale, succube del modello dominante.

Incapace non solo di combatterlo efficacemente – e figuriamoci di rovesciarlo, in un empito rivoluzionario che riesca a mobilitare le mitiche “masse” degli sfruttati e degli oppressi – ma addirittura di fare il minimo indispensabile, razionale e preliminare: identificare il nemico contro cui scagliarsi.

La Grecia sta per essere pignorata. Fisicamente e moralmente. Non c’è un modo più specifico di spiegare la situazione. Visto? Vatti a fidare di Tsipras. E della democrazia...

Il premier del partito che ha vinto le elezioni al grido "fuori la troika dalla Grecia" e che ha "ridato la parola al popolo", mediante il referendum del 5 luglio scorso per lasciare decidere i cittadini se accettare o meno le misure richieste da Ue, Fmi e Bce, ha siglato ora, invece, il più tragico (mortale?) patto col diavolo. La carriera politica nazionale di Tsipras finisce qui. Ed egli lo sa benissimo. Non sapremo mai realmente cosa è accaduto nelle stanze in cui si è discusso il tutto. Quali sono state le pressioni, e forse le minacce, che Alexis Tsipras ha dovuto subire per poterne uscire, ma al suo posto, una volta tornato in casa, avremmo paura proprio per la mera incolumità.

Fatto sta che esce dal summit con un accordo ben peggiore di quello sul quale aveva chiesto di esprimersi al popolo greco a suo tempo.

No, non Grexit. Ma Grexecution. La repentina offensiva di ieri lo dimostra alla perfezione, ridicolizzando il facile ottimismo sparso appena poche ore prima da Renzi. Di colpo, ma con una brutalità che può sorprendere soltanto gli sprovveduti, le controparti UE di Tsipras hanno alzato il tiro e snocciolato le terrificanti condizioni che pretendono di imporre alla Grecia, in cambio di nuove e consistenti linee di credito con cui ovviare all’incombente default. Condizioni-capestro che per di più andrebbero introdotte a tempo di record, nel termine per metà risibile e per metà agghiacciante di mercoledì prossimo, e che lo stesso Huffington Post ha sintetizzato così: «Licenziamenti collettivi, ritorno Troika, le richieste “impossibili” fatte ad Atene».

Appunto: non Grexit, ma Grexecution.

Puro contorno, certo. La manipolazione mediatica della crisi greca resta un fenomeno accessorio, rispetto ai veri nodi economici e politici della vicenda, ma entro questi limiti è anch’essa esemplare. A conferma di quella che è la vera natura della sedicente democrazia occidentale, che tanto si fregia di richiami astratti alla sovranità popolare quanto se ne frega all’atto pratico, ossia nella prassi decisionale di chi governa.

Negli ultimi giorni lo si è visto benissimo, e ancora più del solito.

È certamente una vittoria, anche per tutti quelli sensibili al tema della sovranità, quella ottenuta ieri dal popolo greco. La maggioranza schiacciante dei cittadini ha dunque scelto per il No alle ulteriori misure chieste dalla Troika ad Atene. A differenza di come accaduto a suo tempo, dopo Papademos, questa volta i greci hanno dato un chiaro segnale opposto non solo alle richieste che erano arrivate dalla Commissione Europea ma, di fatto, anche a tutto quello che essa rappresenta. Consapevolmente o meno, la scelta per Oxi di ieri vuol dire molto di più. Resta da capire, a questo punto, quali sono le strade percorribili.

Un’altra guerra “giusta”. Guerra in senso lato, ovviamente. Guerra senza l’impiego di un apparato propriamente bellico, ma con le armi dell’economia, della politica, della manipolazione mediatica.

Una guerra che è innanzitutto rivolta contro la Grecia, o per meglio dire contro la sua popolazione, ma che allo stesso tempo viene sfruttata per orientare l’opinione pubblica occidentale, allo scopo di rinsaldarne la convinzione che il modello dominante vada accettato non solo in forza della sua attuale supremazia, ma perché le sue motivazioni, le sue pratiche, i suoi diktat, sono appunto “giusti”.

La Bce ha bloccato gli aiuti finanziari ad Atene e Tsipras ha parlato di ricatto scegliendo di stimolare l'orgoglio nazionale dei greci chiamati a decidere, attraverso un referendum, se accettare o meno le richieste della Troika. Immediati i contraccolpi sui mercati finanziari con il crollo dei listini di Borsa e con il rialzo dello spread tra i Bund tedeschi e i Btp italiani decennali, espressione di una Italia che vanta il secondo debito pubblico europeo (132% sul Pil) per entità.

Uno scenario abbondantemente previsto sin da quando il nuovo governo si era installato ad Atene.

La Grecia e la Troika sono ancora troppo distanti. Il copione è sempre lo stesso. Dateci altri prestiti e rinnovateci quelli in scadenza altrimenti se noi saltiamo, saltate anche voi e il sistema dell'euro rischia di collassare

Tagliate le pensioni, è la risposta del Fondo monetario, dell'Unione Europea e della Bce. La loro incidenza sul Prodotto interno lordo è troppo alta (il 16%). Un continuo botta e risposta di proposte e controproposte, la cui sostanza resta però quella della “ristrutturazione” del debito greco chiesta a gran voce da Tsipras. Termine che significa una rinuncia dei creditori a farsi rimborsare i titoli in portafoglio ma anche ulteriori rinnovi delle scadenze. 

Ogni tanto succede: qualcuno dei media mainstream butta lì un titolo che centra le vere questioni, dietro la sarabanda degli aggiornamenti a getto continuo. Poi, manco a dirlo, ciò che accade di solito è che l’articolo non si spinga ad approfondire davvero quella sintesi iniziale, che perciò resta un lampo occasionale nella solita nebbia della disinformazione.

Così, ieri, sul sito di Repubblica è apparso un pezzo di Ettore Livini intitolato “Grecia, per Tsipras l’ora del prendere o lasciare l’Europa”. Esatto: non solo l’euro, ma l’intera Europa.

Sui termini ci si può sbizzarrire a piacimento. Sulla sostanza molto meno. I termini, che per lo più sono solo un involucro e, dunque, il “packaging” verbale dell’industria mediatica, vanno dal neutrale «compromesso» del Sole 24 Ore al ben più drastico «resa» di Repubblica. La sostanza, che in qualche modo avevamo anticipato nell’analisi di venerdì scorso, è pressoché indiscutibile: il proclamato conflitto tra Grecia e UE (o Troika) si è già trasformato nel classico negoziato di facciata, asimmetrico e a senso quasi unico.

Si era illuso, il ministro greco delle Finanze. Oppure era stato deliberatamente ingannato. Ieri, uscendo dall’incontro con Mario Draghi, Yanis Varoufakis era apparso ottimista e lo aveva detto: «Abbiamo avuto un colloquio fruttuoso», aggiungendo addirittura che nel corso del colloquio c’era stata «un’eccellente linea di comunicazione, che mi ha dato un grande incoraggiamento per il futuro».

Beata ingenuità, per non dire di peggio.