All in Europa

"Europa: la storia al bivio". Il primo libro di Luciano Fuschini

Questo ponderoso libro di Luciano Fuschini di quasi 300 pagine è il secondo titolo della collana Le Logiche del nostro editore.

Si tratta di un lavoro notevole, sia per i temi trattati sia, soprattutto, per l’accuratezza e la lucidità, talvolta sino a rasentare la spietatezza di chi vuole rimuovere ogni facile risposta e invece andare fino in fondo, con la quale tali temi vengono affrontati.

L’Europa nel suo complesso si trova sul serio a un bivio della storia.

L'Europa è possibile?

di Luciano Fuschini

La storia, le prospettive, e i rischi da correre

L’idea di Europa che si vuole inculcare nelle menti dei popoli è quella di un’entità politica che realizza i generosi ideali che nell’Ottocento furono di Mazzini e che dal confino di Ventotene, nella persecuzione delle autorità fasciste e nell’incomprensione dei suoi compagni comunisti, Altiero Spinelli rielaborò sognando gli Stati Uniti d’Europa, ideali che animarono anche l’altro padre nobile dell’europeismo, Jean Monnet.

Una breve ricapitolazione delle circostanze storiche e delle tappe che hanno segnato il cammino della pseudo Unità Europea che conosciamo, dimostrerà che anche quel racconto, come tanti altri, è soltanto una mistificazione e un camuffamento della realtà.

Questo sarà il tema della nostra riflessione: un’Europa unita, dopo quella attuale che è ormai indifendibile, è possibile? 

Scacco matto al TTIP

di Valerio Lo Monaco

Siamo ancora in tempo 

per bloccare il mostro

Che vuole cambiare la nostra civiltà

Perché

Il “Trattato transatlantico per il commercio e per gli investimenti” Usa-Europa che potrebbe entrare in vigore entro pochi mesi rappresenta il più grande cambiamento politico, economico e sociale del nuovo millennio. Rappresenterebbe, come vedremo, veramente un passaggio storico. Al momento non è presumibile alcuna possibilità che questo non possa accadere. Anche se nulla è certo. L’ultima manifestazione di protesta, indetta per il 7 maggio 2016, occorre pure ammetterlo, è stata praticamente un insuccesso completo. Lo è stata dal punto di vista numerico, ovvero delle persone, delle sigle e dei partiti che vi hanno preso parte, e lo è stata dal punto di vista mediatico. I pochissimi servizi passati sulle reti della televisione italiana, cioè sull’unico media in grado di poter dare un risalto di massa alla cosa, sono stati modesti sino all’inverosimile, e il larghissima maggioranza del tutto assenti. Malgrado il fatto che diversi intellettuali e alcuni giornalisti, oltre a sparuti e poco influenti mezzi autonomi di informazione, abbiano tentato di far entrare il tutto nell’agenda setting dei media a più larga diffusione, e malgrado una notevole presenza soprattutto in alcuni gruppi ben specifici di persone sui social media, sul TTIP, almeno in Italia, vige un silenzio quasi assoluto. Il tema, a livello di opinione pubblica diffusa, molto semplicemente non esiste. Non è un caso.

A intervalli regolari e periodici, e a vario titolo, viene rispolverato il termine populismo, sempre connotandolo di valore negativo. In ordine di tempo gli ultimi casi si riferiscono alle parole di Donald Trump, candidato alle primarie repubblicane per le prossime elezioni negli Stati Uniti e alla ascesa, che appare inarrestabile, di Marine Le Pen in Francia con il nuovo corso del Front National.

Per quanto riguarda l’Italia il termine viene usato maggiormente per indicare spregiativamente tutti i richiami e i discorsi che i vari leader del centrodestra pronunciano da anni e, da ultimo, soprattutto per ogni messaggio politico proveniente dall’area del Movimento 5 Stelle. 

Terrorismo q.b. . Terrorismo “quanto basta”. Sarà di certo un caso, ovvero una provvidenziale combinazione di circostanze, ma le stragi in grande stile compiute dagli estremisti islamici in Occidente rimangono episodiche. Sull’arco di quattordici anni, quanti ne sono trascorsi dal doppio attentato alle Torri gemelle di New York, se ne contano soltanto quattro all’interno della UE (a Madrid l’11 marzo 2004, a Londra il 7 luglio 2005 e le due di Parigi dell’anno in corso, prima a gennaio con l’assalto del 7 gennaio alla sede del settimanale Charlie Hebdo e poi con gli eccidi del 13 novembre), mentre non ne è avvenuta neanche una negli USA.

Decisamente troppo poche, per una strategia prettamente terroristica.

O di qua, o di là. O con l’Occidente colpito dai terroristi sanguinari che uccidono in maniera indiscriminata, come è avvenuto venerdì sera a Parigi, oppure con chi quell’Occidente lo odia. E lo attacca, appunto, a suon di attentati. Attentati contro la popolazione inerme. Ignara. Incolpevole.

Lo schema è vecchio, ma in questo caso “vecchio” non significa affatto “logoro”. Al contrario: significa collaudato.

Anche i tedeschi barano e la vicenda Volkswagen lo dimostra. Il fatto che la casa automobilistica di Wolfsburg abbia truccato i dati sui valori delle emissioni di gas dei motori delle proprie auto potrebbe avere delle conseguenze devastanti per quello che nell'ultimo biennio si era affermato come il primo gruppo mondiale. Le vendite, grazie a marchi come Volkswagen, Audi, Seat, Skoda, Bentley, Bugatti, Lamborghini e Porsche, (più la Ducati tra le moto) avevano permesso di superare i tradizionali rivali di Toyota e General Motors.

 Ora l'indagine dell'Epa, l'agenzia Usa per la protezione dell'ambiente, giunge come una mazzata.

Il motivo per cui la maggioranza (relativa) dei cittadini greci ha dato nuovamente il voto a un partito che l’aveva appena tradita rimane un mistero. O forse no: a ben ragionare conferma tutti i dubbi (di chi ne aveva) riguardo la bontà delle cosiddette "democrazie mature" o, ancora più specificatamente, delle reali capacità delle maggioranze di scegliere per il meglio. Un fenomeno che dalle nostre parti conosciamo da numerosi decenni...

Big surprise: i laburisti britannici si sono scelti un nuovo leader, il 66enne Jeremy Corbyn, che ha stravinto le primarie smentendo ogni pronostico e che, soprattutto, è agli antipodi di Tony Blair e dei suoi epigoni. Per dirla in maniera rozza, ma ovviamente voluta, Corbyn è molto più “di sinistra”.

No surprise: ai sostenitori dell’assetto dominante, tutto liberismo e competizione globale, la decisione non è piaciuta per niente.

Tra immigrati e crisi economica l'Unione europea non versa in buone condizioni. Lo ha ammesso lo stesso presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Il politico lussemburghese ha preso atto di quanto è sotto gli occhi di tutti nel suo discorso davanti al Parlamento di Strasburgo “sullo stato dell'Unione”, che già nel nome fa il verso a quello che l'inquilino della Casa Bianca pronuncia davanti al Congresso Usa.

È necessaria la sincerità e bisogna smetterla con i discorsi vuoti, ha ammonito Juncker.

Signore e signori, anzi Damen und Herren, ecco a voi la nuova superstar della pluridecennale fiction “Siamo tutti UEuropei” (sottotitolo, su licenza USA, “liberisti sì, ma compassionevoli”): la Cancelliera tedesca Angela Merkel.

La stessa che fino a pochi giorni fa era tra i personaggi più sgradevoli del cast, con le sue rigidità da zietta ricca che non perde occasione per bacchettare i nipoti scapestrati e spendaccioni, o presunti tali, e che adesso è diventata di colpo l’eroina per eccellenza.

Il potere “iconico”, si è detto. Le immagini che a volte (chissà perché…) si caricano di una forza comunicativa che le parole hanno per lo più perduto. Ed ecco allora che una singola foto – quella di un bambino siriano di appena tre anni che è morto durante un naufragio sulle coste turche e il cui corpicino viene raccolto sulla spiaggia da un agente in divisa – diventa magicamente una sorta di rivelazione collettiva che accende il coinvolgimento interiore di innumerevoli persone.

Non solo cittadini qualsiasi, che potrebbero avere il pur dubbio alibi della distrazione, ma persino governanti.

La triste vicenda greca ha avuto un solo grande merito, quello di far dileguare quella specie di incanto catatonico che impediva di discutere l’idea di unità europea e di moneta unica.

La durezza dello scontro ha fatto emergere posizioni, definite sovraniste, che negano la possibilità stessa di una federazione europea. 

Queste posizioni appaiono storicamente infondate. Non è vero che non si sia mai data una qualche forma di unità europea e pertanto non è vero che sia impossibile.

 

Ragionevole. Il morbo che negli ultimi decenni ha snaturato la Sinistra, o sedicente tale, è tutto racchiuso in quest’unico aggettivo. Ragionevole. Ovvero, dietro la cortina fumogena delle grandi riaffermazioni di principio (equità, lavoro, democrazia, e chi più ne ha più ne sbandieri) e di qualche dissidio più o meno marginale, succube del modello dominante.

Incapace non solo di combatterlo efficacemente – e figuriamoci di rovesciarlo, in un empito rivoluzionario che riesca a mobilitare le mitiche “masse” degli sfruttati e degli oppressi – ma addirittura di fare il minimo indispensabile, razionale e preliminare: identificare il nemico contro cui scagliarsi.

Come negli anni dei governi che hanno messo in ginocchio la Grecia e di quelli tecnici chiamati ad imporre le direttive della Troika, mentre il Parlamento esaminava ed approvava la svendita del Paese e il suo commissariamento, i cittadini sono scesi in piazza per ribadire il no all'austerità e manifestare tutta la rabbia contro un governo nato sulla speranza popolare e che aveva assicurato che mai e poi mai si sarebbe piegato ai diktat della tecnocrazia internazionale. 

Scontri di piazza tra manifestanti e polizia come ai bei tempi, con decine di arresti, e che hanno avuto il loro epicentro sempre a piazza Sytagma, assunta a centro della vita politica nazionale. Tsipras si era presentato come il paladino dei ceti popolari ridotti in miseria dalle politiche di austerità e al tempo stesso come il difensore della dignità nazionale, un tema storicamente molto caro ai cittadini sia di destra che di sinistra. 

La Grecia sta per essere pignorata. Fisicamente e moralmente. Non c’è un modo più specifico di spiegare la situazione. Visto? Vatti a fidare di Tsipras. E della democrazia...

Il premier del partito che ha vinto le elezioni al grido "fuori la troika dalla Grecia" e che ha "ridato la parola al popolo", mediante il referendum del 5 luglio scorso per lasciare decidere i cittadini se accettare o meno le misure richieste da Ue, Fmi e Bce, ha siglato ora, invece, il più tragico (mortale?) patto col diavolo. La carriera politica nazionale di Tsipras finisce qui. Ed egli lo sa benissimo. Non sapremo mai realmente cosa è accaduto nelle stanze in cui si è discusso il tutto. Quali sono state le pressioni, e forse le minacce, che Alexis Tsipras ha dovuto subire per poterne uscire, ma al suo posto, una volta tornato in casa, avremmo paura proprio per la mera incolumità.

Fatto sta che esce dal summit con un accordo ben peggiore di quello sul quale aveva chiesto di esprimersi al popolo greco a suo tempo.

No, non Grexit. Ma Grexecution. La repentina offensiva di ieri lo dimostra alla perfezione, ridicolizzando il facile ottimismo sparso appena poche ore prima da Renzi. Di colpo, ma con una brutalità che può sorprendere soltanto gli sprovveduti, le controparti UE di Tsipras hanno alzato il tiro e snocciolato le terrificanti condizioni che pretendono di imporre alla Grecia, in cambio di nuove e consistenti linee di credito con cui ovviare all’incombente default. Condizioni-capestro che per di più andrebbero introdotte a tempo di record, nel termine per metà risibile e per metà agghiacciante di mercoledì prossimo, e che lo stesso Huffington Post ha sintetizzato così: «Licenziamenti collettivi, ritorno Troika, le richieste “impossibili” fatte ad Atene».

Appunto: non Grexit, ma Grexecution.

I segnali continuano a non essere incoraggianti. Tsipras ha iniziato a negoziare nuovamente con la Troika, e dunque intende rimanere all’interno di una logica ben precisa, che è quella di sedere al tavolo assieme al proprio nemico.

Il risultato del referendum di domenica scorsa gli avrebbe permesso di poter prendere delle posizioni ben più forti di quelle che sta sostenendo in questi giorni, e invece ha optato, almeno per il momento, per portare avanti il tentativo di rinegoziare le condizioni della schiavitù del popolo greco. Ma senza spezzare le catene.