All in Esteri

A Barack Obama, come ai suoi predecessori, non manca di certo la faccia di bronzo. L'accordo raggiunto a Vienna con l'Iran, ha spiegato, ha evitato che gli Stati Uniti utilizzassero la forza militare per impedire lo sviluppo del nucleare di Teheran in funzione della costruzione di bombe atomiche. Non esiterei in futuro ad utilizzare la forza per impedirlo. Si tratta, ha insistito, dei nostri interessi nazionali e della nostra sicurezza

L'Unione Europea, sfruttando l'occasione offerta dalle vicende ucraine, si è accodata senza discutere alle strategie americane nei riguardi della Russia e di Putin che vengono presentati dai media occidentalisti come il più serio pericolo per la pace e la stabilità in Europa.

Una bella faccia di bronzo che se nel caso della Casa Bianca è fisiologica e affonda le sue radici nel retaggio ideologico della guerra Fredda e nella contrapposizione con l'Unione Sovietica, nel caso dei Paesi dell'Unione, che hanno deciso di imporre le sanzioni a Mosca, è semplicemente folle oltre che autolesionistico.

Gli Stati Uniti che spiano la Francia. Sono cose che tra alleati non si fanno. Meglio sarebbe dire tra l'imperatore e i suoi vassalli ma il fatto, o meglio la sua rivelazione all'opinione pubblica, non è andato giù a Francois Hollande che se ne è lamentato con Barack Obama. 

Sull'orlo dell'abisso?

Il New York Times ha rivelato l’intenzione dell’Amministrazione americana di potenziare le difese delle Repubbliche baltiche, fieramente antirusse, con l’invio di 5.000 soldati. Inoltre gli USA avrebbero deciso di installare in Europa nuovi missili con testate nucleari rivolti contro la Russia.

Le aree di maggiore tensione sono tre: il mar Nero, i Balcani e il Baltico.

La complessità delle convulsioni in corso nel vicino oriente e i frequenti riposizionamenti dei protagonisti obbligano a continue puntualizzazioni.

Lo Stato Islamico, sedicente Califfato, è l’attore più enigmatico sulla scena. Contrariamente a quanto si dice, non è apparso all’improvviso con la clamorosa avanzata del 2014, ma fu proclamato nell’ormai lontano 2006. Fu una conseguenza della sciagurata e criminale invasione dell’Iraq.

È un caso da manuale di inganno collettivo, il modo in cui si discute della questione dei cosiddetti migranti. In massima parte, infatti, il dibattito viene incardinato su una contrapposizione di natura apparentemente morale: una sorta di conflitto, grottesco, tra i buoni e i cattivi. Dove i buoni sarebbero quelli che si commuovono e solidarizzano con gli sventurati in arrivo sulle nostre coste, mentre i cattivi sarebbero invece quelli che non si commuovono affatto e chiedono a gran voce di fermare il fenomeno con ogni mezzo, sia preventivo che repressivo.

Semplificando, e ricorrendo al cast politico della legislatura in corso, è il dissidio tra i tipini sensibili alla Boldrini e i tipacci sbrigativi alla Salvini.

Le conferenze stampa di Putin generalmente non sono banali. Anche quella di giovedì 16 aprile ha riservato risposte di un certo interesse.

Sulle sanzioni, ha sostenuto che la questione ucraina è stata solo il pretesto per imporle, in quanto sono state decise per una preesistente ostilità verso la Russia. 

Una tesi inoppugnabile se si pensa che i capi dell’Occidente, escluso Letta che allora era il nostro presidente del Consiglio, non si recarono alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali in segno di protesta verso la politica del governo russo, episodio che si verificò prima che scoppiasse il bubbone ucraino.

Tuttavia l’aspetto di maggiore interesse delle sue riflessioni sulle sanzioni è la calma con cui ha affrontato la questione. 

A guardare le vicende statunitensi ed europee dal punto di vista economico e sociale si è presi dallo sconforto. E non parliamo neanche di mettere un po' di attenzione nei fatti di casa nostra, visto che le cose in questo caso sono messe anche peggio. Non solo dal punto di vista dei dati economici, delle previsioni, dei trucchi e delle illusioni. Così come non solo per quanto attiene le ennesime, e sempre uguali, alternanze (giammai alternative), che si pongono e ripropongono sulla scena politica. Sotto questi aspetti il re è veramente nudo, per chi sappia cogliere i fatti oppure anche per chi, molto semplicemente, decide una buona volta di credere ai propri stessi occhi, alle proprie tasche sempre più vuote, invece di affidarsi alle rappresentazioni della realtà che ci vengono fornite quotidianamente. 

Hitler aveva ragione quando, prima di invadere la Polonia, sosteneva, nella famosa frase che gli viene attribuita: «Chi si ricorda del massacro degli armeni?». Ragione, però, non tanto nel fatto, vero anche quello, che nessuno o ben pochi se ne ricorda(va)no, quanto nel chiamarlo “massacro”: perché nel 1939 la parola genocidio non esisteva, essa venne coniata nel 1944 da R. Lemkin, un giurista polacco di origine ebraica, proprio in riferimento al “massacro” degli armeni.

Da quel giorno in poi, però, quello e solo quello è il termine giuridicamente e moralmente corretto per indicare quanto perpetrato dei turchi a partire dal 24 aprile di cento anni fa: genocidio e basta, né massacro, né sterminio, né strage, né altro: genocidio senza se e senza ma.

Poveri elettori Democrats, se dotati di un minimo di autentica idealità: alle Presidenziali del prossimo anno il candidato del loro partito sarà quasi sicuramente Hillary Clinton. Una su cui è semplicemente impossibile nutrire delle aspettative, quanto ad autonomia dall’establishment: e se è vero che tali aspettative sono di per sé infondate, come ha ribadito, in ultimo, anche la presidenza del “sognatore” Obama, in questo caso non c’è nemmeno spazio per le illusioni.

Con i suoi ormai 67 anni, e con la sua lunghissima parabola ascendente nel mondo politico statunitense, Hillary Rodham Clinton è l’antitesi stessa di qualsiasi slancio disinteressato.

Dunque, la rottura fra Le Pen padre e Le Pen figlia è conclamata.

Jean-Marie Le Pen ha difeso l’operato del maresciallo Pétain nel governo collaborazionista di Vichy e ha definito le camere a gas “un dettaglio nella seconda guerra mondiale”.

Marine Le Pen ha preso le distanze da quelle dichiarazioni, accusando il padre di operare in modo da nuocerle politicamente, e ha escluso la candidatura del vecchio fondatore del Front National a presidente del dipartimento della Provenza.

Il papa si sofferma sul massacro degli armeni, di cui proprio quest’anno ricorre il centenario, e lo definisce pari pari «il primo genocidio del XX secolo». In effetti non sta facendo altro che ribadire quello che Giovanni Paolo II affermò il 27 settembre 2001, in una dichiarazione congiunta assieme a Karekin II, tuttora arcivescovo a capo della Chiesa armena, ma la reazione turca è infuriata come se si trattasse di una novità assolut

L’apertura di un nuovo fronte, quello yemenita, nel vicino Oriente, mette a nudo tutto il viluppo di contraddizioni create da una politica dissennata. Appare con evidenza l’imbarazzo di Obama e della sua Amministrazione davanti a un conflitto che vede come veri antagonisti Arabia Saudita e Iran, rispettivamente alla testa dello schieramento sunnita e di quello sciita.

Ogni Presidente ambisce a lasciare una traccia nella storia.

Mai fidarsi delle apparenze, quando si tratta di Israele. Di Israele e – bisogna subito aggiungere – dei suoi alleati di sempre, USA e Gran Bretagna. Dove chiamarli “alleati” è in realtà un eufemismo, visto che la definizione più giusta sarebbe invece “alter ego”: soggetti che dietro il paravento dei singoli Stati, e dei rispettivi governi, utilizzano le medesime logiche e sono compartecipi di uno stesso disegno di potere, intimamente sovrannazionale.

La cautela, per non dire lo scetticismo, diventa dunque obbligatoria di fronte alle ultime notizie sui negoziati relativi al nucleare iraniano

Bisogna sempre ricordarsi di recepire con animo critico quanto ci viene comunicato ufficialmente. Questo sano principio vale anche per la giustificazione ufficiale sulla decisione di interrompere l’offensiva contro Tikrit, la città che diede i natali a Saddam Hussein e che ora è in mano ai guerrieri del Califfato. La decisione sarebbe stata presa per evitare perdite eccessive. Non convince chi ci ragioni un po’ sopra.

Gli ultimi tempi della politica estera israeliana potrebbero avere come titolo “Netanyahu e i pessimi rapporti con gli Usa”. Gli alleati di ferro vivono momenti difficili nelle loro storiche relazioni, ulteriormente raffreddatesi dopo il recente discorso al Congresso Usa, nel quale “Bibi” ha attaccato frontalmente la strategia statunitense  sulla questione del nucleare iraniano, giudicata lassista e sbagliata. 

Parlare di dialogo e accordi non è nelle corde del premier israeliano uscente

Si ha un bel tentare di comprendere, ricordando che tutti i conquistatori hanno razziato e distrutto. Si ha un bell’argomentare che i cristiani hanno sistematicamente demolito i templi pagani per erigere chiese al loro posto o per usare i materiali dei monumenti distrutti per edificare i propri.

Non c’è giustificazione che tenga, non c’è attenuazione che possa far passare sotto silenzio l’orrenda scena dei bestioni barbuti che con le mazze mandano in frantumi le statue delle antiche civiltà nel museo di Mosul, riducendole in polvere che nessun restauratore potrà recuperare. Da certi punti di vista è barbarie più orrenda di quanto non siano la strage nella redazione di Charlie Hebdo e la decapitazione di prigionieri e ostaggi. Si dice che quelle distrutte potrebbero essere soltanto copie in gesso, ma l’intenzione era di devastare, nella convinzione che fossero le opere originali. 

Due e due fa… Putin. Secondo i media del mainstream, si capisce. Siccome Boris Nemtsov era uno strenuo oppositore del presidente russo, e siccome venerdì notte è stato ammazzato a revolverate, l’addizione è bella che impostata e il risultato viene di conseguenza: dietro l’omicidio del dissidente c’è – ci deve essere – il suo nemico principale. Che del resto, sempre secondo la vulgata occidentale, è una sorta di tiranno pronto a tutto, ivi inclusi l’assassinio di singoli avversari (dalla giornalista Anna Politkovskaja all’ex agente segreto Aleksandr Litvinenko) e il ricorso alla violenza militare come in Cecenia, in Ossezia e in Ucraina.