All in Manipolazioni

Oramai il tema della censura va reinterpretato. Non esiste più, e da un decennio almeno, il muro invalicabile, composto dal costo delle strutture, per poter pubblicare praticamente ogni cosa e riuscire a raggiungere un numero potenzialmente infinito di persone. Certo, l'estensione del numero delle possibilità e dei media sui quali pubblicare messaggi e contenuti che prima era del tutto impossibile riuscire a diffondere, ad esempio il web, non significa automaticamente che l'efficacia di tale azione sia uguale a quella che tuttora hanno i media mainstrem, televisione sopra ogni cosa.

Bel discorso al Congresso USA, mercoledì scorso, e bel discorso all’Assemblea generale dell’ONU, il giorno successivo. Nel suo viaggio oltreoceano papa Francesco ha confermato di essere molto abile, nel presentare sé stesso e la Chiesa in una luce positiva e desiderabile, e puntualmente ha fatto il pieno di reazioni favorevoli, o persino entusiastiche: applausi ripetuti dei presenti, qualcuno dei super professionisti della politica che addirittura si commuove fino alle lacrime (vedi il repubblicano John Boehner, presidente della Camera), e gli amplificatori del mainstream che rilanciano nel modo più acritico le dichiarazioni altisonanti e i mirabili auspici.

Tutto perfetto, nella rappresentazione mediatica.

Inutile nascondercelo, la foto del bambino curdo di Kobane morto sulle spiagge di Bodrum ci ha toccato tutti. Che poi si sia cercato di esorcizzare il sentimento nelle solite polemiche all’italiana è un altro conto, talvolta i complottari sanno essere peggiori del mainstream, ma, sul momento, tutti abbiamo partecipato al dolore di quel padre. Tutti o quasi, perché ai funerali qualcuno ha brillato per la sua polemica assenza: i combattenti di Kobane.

Questa notizia è appena trapelata e non è stata in alcun modo amplificata perché il mainstream era troppo impegnato ad attribuire al profugo la massima dignità, quindi non era opportuno far sapere che, oltre a fuggire, si può pure combattere.

Signore e signori, anzi Damen und Herren, ecco a voi la nuova superstar della pluridecennale fiction “Siamo tutti UEuropei” (sottotitolo, su licenza USA, “liberisti sì, ma compassionevoli”): la Cancelliera tedesca Angela Merkel.

La stessa che fino a pochi giorni fa era tra i personaggi più sgradevoli del cast, con le sue rigidità da zietta ricca che non perde occasione per bacchettare i nipoti scapestrati e spendaccioni, o presunti tali, e che adesso è diventata di colpo l’eroina per eccellenza.

Il potere “iconico”, si è detto. Le immagini che a volte (chissà perché…) si caricano di una forza comunicativa che le parole hanno per lo più perduto. Ed ecco allora che una singola foto – quella di un bambino siriano di appena tre anni che è morto durante un naufragio sulle coste turche e il cui corpicino viene raccolto sulla spiaggia da un agente in divisa – diventa magicamente una sorta di rivelazione collettiva che accende il coinvolgimento interiore di innumerevoli persone.

Non solo cittadini qualsiasi, che potrebbero avere il pur dubbio alibi della distrazione, ma persino governanti.

Due notizie di sport, o presunto tale: la prima è già un fatto acquisito, con la decisione di suonare un inno, composto ad hoc da Giovanni Allevi, prima di tutte le partite del calcio italiano organizzate dalla Lega di serie A; la seconda, non proprio sicura ma quasi, è il venir meno della candidatura di Boston come sede delle Olimpiadi del 2024, alla cui assegnazione concorre anche Roma.

Prendiamola pure sul serio, l’iniziativa di Alessandro Gassman. Il quale, con un tweet lanciato dall’Uruguay (dove sta girando un film), ha lanciato il seguente appello: «Roma sono io. Armiamoci di scopa, raccoglitore e busta per la mondezza e ripuliamo ognuno il proprio angoletto della città». Così facendo, infatti, «Daremmo un esempio di civiltà a chi ci governa ed a chi ci insulta, ne saremmo fieri ed obbligheremmo l'amministrazione a reagire. Roma è nostra, io da settembre, appena in città, proporrò al mio condominio di dividerci i compiti, e scendo in strada, voglio vederla pulita. Diffondete questa iniziativa, fatelo anche voi, basta lamentarsi, basta insulti, FACCIAMO!».

Magnifico, ma non nella società odierna.

La pallina, stavolta, si è fermata sulla casella della condanna. Al termine dell’ennesimo processo sulla Strage di Brescia del 28 maggio 1974, la cui vicenda giudiziaria ha generato tre diverse inchieste e una lunga serie di verdetti dagli esiti alterni (ma con molte assoluzioni e qualche risarcimento per ingiusta detenzione), la Seconda Corte d'assise d'appello di Milano ha inflitto l’ergastolo sia a Carlo Maria Maggi, ex ispettore veneto di Ordine Nuovo, sia a Maurizio Tramonte, ex collaboratore dei servizi segreti con il nome in codice di Tritone.

Le cronache riferiscono che i familiari delle vittime si sono commossi fino alle lacrime, e sul piano umano la loro “soddisfazione” è del tutto comprensibile, ma per chi non sia altrettanto coinvolto in prima persona la reazione deve essere di gran lunga più cauta. O persino scettica.

Puro contorno, certo. La manipolazione mediatica della crisi greca resta un fenomeno accessorio, rispetto ai veri nodi economici e politici della vicenda, ma entro questi limiti è anch’essa esemplare. A conferma di quella che è la vera natura della sedicente democrazia occidentale, che tanto si fregia di richiami astratti alla sovranità popolare quanto se ne frega all’atto pratico, ossia nella prassi decisionale di chi governa.

Negli ultimi giorni lo si è visto benissimo, e ancora più del solito.

Un’altra guerra “giusta”. Guerra in senso lato, ovviamente. Guerra senza l’impiego di un apparato propriamente bellico, ma con le armi dell’economia, della politica, della manipolazione mediatica.

Una guerra che è innanzitutto rivolta contro la Grecia, o per meglio dire contro la sua popolazione, ma che allo stesso tempo viene sfruttata per orientare l’opinione pubblica occidentale, allo scopo di rinsaldarne la convinzione che il modello dominante vada accettato non solo in forza della sua attuale supremazia, ma perché le sue motivazioni, le sue pratiche, i suoi diktat, sono appunto “giusti”.

Sorprendersi sarebbe sciocco, ma arrabbiarsi no. Arrabbiarsi, di fronte alla nuova enciclica intitolata Laudato si’, non è sciocco per niente. Perché quello che ci viene presentato come un antidoto ai mali odierni è in realtà l’ennesimo tranquillante che non guarirà un bel nulla. Con l’aggravante, imperdonabile, di illudere i malati che la cura sia in arrivo solo perché il primario dell’ospedale – cattolico, si intende – ne proclama a gran voce la necessità, l’urgenza, la divina predestinazione.

Non è la sana teoria che anticipa la pratica, fissandone i princìpi e gli obiettivi.

Il calcio è marcio: la rima non è perfetta ma ci si avvicina parecchio. E delle rime, comunque, chi se ne frega. Saltiamo al completamento della frase, e del concetto: il calcio è marcio da un pezzo, e chiunque continui a fare finta che non sia così è giocoforza un illuso ai limiti dell’idiozia oppure uno che ha qualcosa da guadagnarci, vuoi in modo legale, vuoi in modo illegale.

Dando ciò per acquisito (chi abbia dei dubbi può “divertirsi” a digitare on-line le due paroline chiave, corruzione e calcio, e a vedere quanti casi si sono già accumulati, dalle scommesse truccate agli abusi di ogni sorta) non c’è più alcun motivo di stupirsi per le accuse contenute in quest’ultima maxi inchiesta proveniente dagli USA e, semmai, da accogliere con qualche cautela per le possibili implicazioni ostili alla Russia, assegnataria dei Mondiali 2018.

Bastano un regime alimentare sostenuto, molto sport, trucco, parrucco e infine gli immancabili abiti succinti, per potersi dire di bell’aspetto (leggi “seducenti”)? La risposta che si danno milioni e milioni di persone è senz’altro sì: alla faccia di Madre Natura, tutto, ma proprio tutto può essere manipolabile dall’uomo.

Oggigiorno, si sa, la bellezza, più che coincidere con il bene, aderisce perfettamente ai diktat del marketing, nostro immobile deus ex machina.

Il raduno è per domani, a Bologna. Una manifestazione pubblica con tanto di corteo, allo scopo di protestare contro chi vede gli “zingari” come il fumo negli occhi e chiede a gran voce politiche meno accomodanti nei loro confronti. Un’avversione che secondo la classica vulgata del politicamente corretto sconfinerebbe automaticamente nel razzismo e che ha addirittura spinto Davide Casadio, presidente di un’associazione che intende rappresentare e difendere le due etnie gitane, a paventare i più foschi sviluppi: «Non escludo assolutamente un nuovo olocausto per rom e sinti, se in Europa dovessero andare al potere persone di estrema destra come Salvini».

Grottesco. E viene voglia di finirla già qui, perché l’iperbole è talmente smaccata, e grossolana, da togliere qualsiasi credibilità a tutto il resto

Prima istantanea, proveniente da quello che è, o sembra essere, il ponte di comando del Nuovo Transatlantico Italia: il ministro Maria Elena Boschi che sottolinea l’approvazione dell’Italicum con una specie di comunicato stampa pronunciato a voce e limitato a pochissime frasi. «Missione compiuta. Il governo ha mantenuto l’impegno preso con i cittadini: fare dell’Italia un Paese in cui, il giorno dopo le elezioni, si sappia chi ha vinto. E la legge elettorale è il simbolo di un governo che non si limita a predicare le riforme ma le fa sul serio. Abbiamo promesso e abbiamo mantenuto.» Il tutto – anzi il poco – con un’espressione terribilmente compiaciuta, da scolaretta/capoclasse che recita la lezione a menadito e che è sicurissima, così facendo, di entrare ancora di più nelle grazie dei professori.

Seconda istantanea, in arrivo dal Corriere della Sera.

«Missione compiuta, a Milano!».

La citazione è fittizia, ma c’è da scommettere che in moltissimi la attribuirebbero – la affibbierebbero – ai Black Bloc. Per forza: i media hanno martellato a senso unico la versione ufficiale, che peraltro si incardina su degli schemi che sono vecchi di decenni (vedi l’etichetta di Anni di piombo e la sostanziale equiparazione di estremismo e terrorismo), e gli sprovveduti si sono adeguati di slancio. Convintissimi, anzi, che non ci fosse bisogno di alcuna riflessione particolare, essendo tutto così chiaro: da una parte c’è l’immensa moltitudine dei buoni, ovvero i cittadini perbene e le pubbliche istituzioni che vegliano su di loro, e dall’altra i manipoli dei cattivi di turno, che mirano solo a scatenare la loro violenza vandalica. Di fronte all’aggressione distruttrice dei teppisti, che hanno persino incendiato delle auto in sosta, non c’è che da rinserrare le file degli onesti e alzare un muro compatto di concordia e legalità. In sintesi: di ordine pubblico.

Ecco fatto. La contrapposizione è elementare e la capirebbe anche un bambino. Essendo palesemente impossibile solidarizzare con chi si diverte solo a spaccare tutto, senza prendersi la briga di fornire (e ancora prima di fornire a sé stesso) uno straccio di ragionamento degno di tal nome, sembra ovvio che l’unica alternativa possibile sia schierarsi dalla parte opposta.

Appunto: sembra.

È un caso da manuale di inganno collettivo, il modo in cui si discute della questione dei cosiddetti migranti. In massima parte, infatti, il dibattito viene incardinato su una contrapposizione di natura apparentemente morale: una sorta di conflitto, grottesco, tra i buoni e i cattivi. Dove i buoni sarebbero quelli che si commuovono e solidarizzano con gli sventurati in arrivo sulle nostre coste, mentre i cattivi sarebbero invece quelli che non si commuovono affatto e chiedono a gran voce di fermare il fenomeno con ogni mezzo, sia preventivo che repressivo.

Semplificando, e ricorrendo al cast politico della legislatura in corso, è il dissidio tra i tipini sensibili alla Boldrini e i tipacci sbrigativi alla Salvini.

Hitler aveva ragione quando, prima di invadere la Polonia, sosteneva, nella famosa frase che gli viene attribuita: «Chi si ricorda del massacro degli armeni?». Ragione, però, non tanto nel fatto, vero anche quello, che nessuno o ben pochi se ne ricorda(va)no, quanto nel chiamarlo “massacro”: perché nel 1939 la parola genocidio non esisteva, essa venne coniata nel 1944 da R. Lemkin, un giurista polacco di origine ebraica, proprio in riferimento al “massacro” degli armeni.

Da quel giorno in poi, però, quello e solo quello è il termine giuridicamente e moralmente corretto per indicare quanto perpetrato dei turchi a partire dal 24 aprile di cento anni fa: genocidio e basta, né massacro, né sterminio, né strage, né altro: genocidio senza se e senza ma.

Belle parole, pessimi comportamenti. E detta così è una formula fin troppo garbata, che ingentilisce il volgare, ma incisivo, “tutte cazzate”.

Prendete la Lega Salvini-look, per esempio: prima grandi proclami di rinnovamento ideologico e di ritrovata autonomia dall’ingombrante leadership di Berlusconi, adesso l’annuncio dell’accordo con Forza Italia, o con quel che ne resta, per le Regionali del prossimo 31 maggio.

Un “sospirino” di sollievo: è quello che hanno tirato i sostenitori dello status quo, dagli attori della politica alle comparse-claque dell’elettorato che gli dà retta, davanti ai risultati delle votazioni dipartimentali che si sono svolte in Francia domenica scorsa. A rassicurarli, almeno per il momento, è bastato il fatto che il Front National di Marine Le Pen non abbia compiuto l’ulteriore e temutissimo balzo in avanti, che nelle intenzioni della stessa Le Pen significava superare il 30 per cento.