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Xenofobia Mascherata

Cari redattori,
sono passati ormai tre anni da quando migliaia di immigrati (di prima, seconda o addirittura terza generazione, praticamente cittadini francesi) appartenenti alle etnie più eterogenee tra loro, si unirono in quel moto di tremenda ribellione che provocò la messa a ferro e fuoco di alcune intere cittadine, dette Banlieu, situate alla 
periferia di Parigi. Ricordo che in quel momento le classi politiche di ogni stato europeo si interrogarono sulle possibilità che un evento del genere potesse ripetersi altrove. A mio modestissimo parere stiamo imboccando una strada senza via d'uscita. Il nostro governo sta approvando leggi "razziali", che mirano a ghettizzare drasticamente adulti e bambini di origini non italiane, il tutto condito con la solita, abbondante dose di ipocrisia (si sente affermare, senza vergogna, che creare classi di soli immigrati darà l'oppotunità, agli stessi, di integrarsi meglio nel nostro paese). 

Quello che è successo in Francia, prima o poi, accadrà anche in Italia, se non agiremo tempestivamente in controtendenza. Un pensatore illuminato come Alain De Benoist, in un articolo apparso su "Tribune libre" del 7/11/2005, intitolato "La Francia va a fuoco?", scrisse:"La sinistra denuncia la soppressione, dal maggio 2002, di una polizia di "prossimità" abbinata ad una rete di mediatori sociali. La destra perde la testa e s'indigna. I pubblici poteri dichiarano di voler dare prova di "fermezza", mentre chiedono di "ripristinare il dialogo". Le autorità religiose musulmane lanciano "appelli alla calma". Il Ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy, sulla cui persona si concentro tutto l'odio dei giovani delle periferie dopo che si è presentato sul campo a garantire una "ripulita della marmaglia", si ritrova in prima linea. Ciò che più colpisce è il modo in cui le parole "immigrati" e "immigrazione" non sono quasi mai pronunciate, senza che per questo un tale pudore semantico crei illusioni. In particolare i grandi media praticano sistematicamente l'eufemismo, designando gli agitatori come dei "giovani" provenienti da ambienti "svantaggiati", che abitano in quartieri "sensibili" (o "difficili"). In Algeria, il quotidiano "El Watan", meno pudico, ha detto l'essenziale parlando della necessit� di "ricollocare la problematica delle periferie nel processo più globale dell'immigrazione". Un processo che, evidentemente, oggi più nessuno sa come padroneggiare. I rivoltosi non hanno motivazioni fondamentalmente politiche o religiose. Essi incendiano le loro stesse scuole, i loro stessi ospedali, le automobili dei loro vicini. Praticano sui loro "territori" la politica della terra bruciata. Quello che esprimono è un'ostilità assoluta per tutto quello che, da vicino o da lontano, evoca l'autorità , le istituzioni, lo Stato o i pubblici poteri. La violenza a cui assistiamo in questi giorni è un lungo grido di odio, ma anche di disperazione, da parte di "giovani" che sono quasi tutti disoccupati, in situazione di fallimento scolastico e che constatano di non avere alcun posto in una società globale dove la povertà non cessa di avanzare, mentre le grandi società industriali vedono regolarmente aumentare i loro utili. Essi si ribellano perchè constano questo, ma più si ribellano più arretrano. Per questi giovani ribelli, dediti fin dall'infanzia alla delinquenza e alla strada, semplicemente non c'è futuro. Una "vita normale" sembra un sogno inaccessibile.

Molti pensano che tali rivolte segnino il fallimento della "società multiculturale". La formulazione è troppo facile. Contrariamente a quello che si afferma ovunque, noi non siamo in una società "multiculturale", ma in
una società contemporaneamente multi-etnica e tristemente monoculturale, in cui la cultura si riduce ai valori mercantili e alla passione per il consumo. 
All'apartheid etnico si aggiunge un apartheid sociale favorito dall'applicazione della legge del mercato nel campo immobiliare e dalla privatizzazione di tutti gli spazi di vita. I rivoltosi dicono di non poterne più. Quelli che subiscono le loro violenze non ne possono più.

Tutti non ne possono più. E nessuno sa come questo andrà a finire. Le responsabilità degli insorti sono evidenti, ma ancora più responsabili sono coloro che hanno lasciato che questa situazione prendesse piede e che
restano dell'idea che i problemi siano riducibili ad una semplice questione "etnica". La Francia è oggi un paese totalmente bloccato. La sua classe politica è la più vecchia d'Europa. Le sue élites economiche non pensano che
a "delocalizzarsi". Ogni dibattito intellettuale è scomparso. Le calma finirà per ritornare. Ma nessun problema di fondo sarà regolato".
Ritengo che lo scenario dipinto da De Benoist, raffigurante la Francia del 2005, si sia realizzato anche in Italia. Voi, cari redattori, che opinione avete al riguardo?

Tanti saluti e complimenti per l'ottima rivista, che avete creato dal nulla.

Giacomo Gabellini

Ottimismo italico. Grazie per aver ancora voglia di lottare e far sentire la Vostra voce

Guerriglia culturale