Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Dalla teoria alla verifica sul campo

Caro Fini,

sono un collega giornalista, mi chiamo Antonio Talarico e non è la prima volta che le scrivo. 

La seguo da alcuni anni. Il mio incontro con lei si è intrecciato ai miei studi post-universitari sulla scuola di Francoforte e da quando ho incontrato il suo pensiero ne sono rimasto oltremodo affascinato. Inutile dire che ho letto e riletto quasi tutti i suoi libri, ho firmato da poco il manifesto sul sito, ho collaborato per un periodo al blog di Movimento Zero, prima di cessare la collaborazione a causa di questo avvilente lavoro da alienati mentali che ho intrapreso per un'azienda di furti legalizzati, (leggi telefonia) trasferendomi dal sud al nord Italia. Per farla breve, volevo riportarle una mia testimonianza circa le sue teorie sul comunitarismo e sulla valenza positiva del mondo antico su quello moderno.

Quello che lei spiega da tempo ai suoi lettori io l’ho vissuto direttamente sulla mia pelle. Per i primi anni d’infanzia – parlo del periodo tra il ’76 e l’82 - ho avuto la grandissima fortuna di vivere in un paese montano della Calabria - per la precisione in un rione isolato - in cui la vita era tutta diversa da oggi. La zona, infatti, proprio perché sul cocuzzolo di un monte, era difficilmente accessibile e, dunque, la locale comunità contadina era riuscita a vivere appartata per generazioni e generazioni, contenta del proprio modo di gestirsi, orgogliosa delle tradizioni, felice dei riti religiosi, delle processioni; trepidante nell’attendere la festa, nel godere tutti insieme delle atmosfere solenni senza imbarchi massicci di regali stupidi e costosi. 

D’estate le porte restavano aperte tutto il giorno. Proprio così: c’era solo una tenda sulla soglia ad impedire l’andirivieni delle mosche. Non che non ci fossero le preoccupazioni, le malattie, i drammi personali e familiari (ma quelli, ahinoi, all’umano volgo non le toglierà mai niente e nessuno), ma esisteva una solidarietà ed un clima di concordia che fa della mia infanzia un periodo mitico, come quelli narrati dai poeti dell’Arcadia o nelle Bucoliche di Virgilio, al passo di un’accettazione saggia della vita, senza ipocrisie ed infingimenti. E di questo mondo porto con me ricordi indelebili. Ricordo ad esempio di come i vari contadini al ritorno dalla campagna, confezionassero la frutta o la verdura in eccesso dentro canestri di plastica da regalare ai vicini, i quali, a loro volta, avrebbero ricambiato nell’occasione seguente. Ricordo di gente con secchi di mele, arance, mandarini, in giro per la piazzetta del rione a distribuire i doni degli alberi, “tanto da noi si guasta”, ti dicevano. Rammento di quando, giocando davanti casa, caddi a terra e mi spaccai la fronte su uno scalino. Attorno a me si presentarono in un attimo un gruppo di donne pronte a raccogliermi. Una di esse, addirittura raccolse il mio sangue avvolgendomi il capo in un candido lenzuolo. Non sto qui a ripetere cosa accadeva ai funerali, quale armonia ai matrimoni (una cerimonia di tutti), quale vicinanza nelle malattie e durante i parti. E poi, a dicembre, quando l’uccisione del proprio maiale, allevato fin dall’autunno precedente, spingeva ad invitare nei rustici magazzini quante più persone possibili, in un tripudio di festa, di carne, di odori. Soprattutto era un mondo senza furbizie, senza veli, conformismi e patetiche finzioni. Le persone erano quelle, belle o brutte che fossero, appieno manifeste. Ciascuno conosceva l’altro come un intimo, ne coglieva pregi e difetti. Quello che voglio dire è che il mondo industriale di oggi ha strutturato le semplici personalità di un tempo in un intrico di sentimenti, paure, apprensioni, tic, radicalmente inestricabile. Fenomeno di cui, peraltro è testimone la letteratura decadentista tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo (Svevo, Pirandello, Tolstoj, Mann, ecc) e non solo; causa principale d'insormontabili difficoltà innanzitutto nei rapporti sociali e nei legami comunitari (vedi la non casuale nascita della psicoanalisi proprio in questo periodo).

Ogni tanto, quando mi capita di ritornare nel mio ex rione, tocco con mano come quel mondo sia naufragato nel nulla. I campi non si coltivano più. Il quartiere è stato abbandonato e decine di ragazzi sono stati lusingati al nord dal lavoro industriale. Le case sono vuote perché intanto quei vecchi sono morti. L’unica presenza che si respira è quella delle rondini. Che d’inverno, come allora, fanno ancora i nidi sotto i cornicioni e d’estate espandono i loro cinguettii sulle viuzze attorno. Deserte, afose e squallide come in un quadro estivo di montaliana memoria.

Antonio Talarico 

Questo mondo...

Fini pro Andreotti e Travaglio pro Israele? Non importa, la rivista va benissimo così