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Partiamo sempre dalla "genesi"? (risposta a Luca Quilo)

Prendiamo spunto da un commento lasciato dal lettore Luca Quilo in merito a un articolo della rubrica The Advisor - commento che pubblichiamo integralmente qui sotto - per affrontare un argomento (speriamo) utile a tutti, mediante una replica di Federico Zamboni.

Ecco il commento:

"Non comprendo queste argomentazioni.

Mi trovo fortemente in disaccordo su tutta la linea.
A cominciare dalle dichiarazioni di partenza (difficile immaginare che possano essere attribuite a un premio nobel per l'economia) per finire con le 10 domande dell'editore (immagino che la firma che leggo debba attribuirsi al lui).

Ancora una volta mi trovo di fronte a un vecchio dubbio: sono io che ancora non sono arrivato a capire bene che cosa serva all'umanità o sono gli altri a drogare i propri ragionamenti col solo scopo conscio o inconscio di alzare una bandiera?

Un'amica mi ha regalato "il capitale". Se mai riuscirò a leggerlo potrò esprimermi con maggiore padronanza di termini e contenuti. Nel frattempo continuo a pensare che in economia la competizione rechi benefici globali, a patto che sia regolamentata da istituzioni efficienti vigilate da popoli svegli e lungimiranti.
La parte cattiva di ogni società tenderà ovviamente a fare bottino, ma trovandosi in minoranza per limite fisiologico soccomberà repressa dalla parte buona, per effetto dell'unica legge universale vigente nel regno animale: la legge del più forte.

Per questo ritengo che l'unico sforzo da compiere sia quello di contribuire al risveglio delle coscienze delle persone. Palleggiare i sistemi del capitalismo e del socialismo su un substrato di popoli dormienti significa regalare il mondo ai leader delle due ideologie a confronto perché possano sfenare, oggi l'uno e domani l'altro, le proprie storture mentali sul popolo idiota.
Chi vuole dirsi migliore non può promuovere né alimentare questo falso conflitto, ma può solo vigilare (o sostenere chi vigila) sugli abusi, indignarsi e informare la gente.

Non ha senso auspicare il ribaltamento dell'odierno sistema capitalistico (malfunzionante) in favore di un sistema socialista che funzionerà altrettanto male. Ha senso invece indagare e risolvere i problemi che stanno alla base dei malfunzionamenti e qualsiasi sistema si assuma in partenza convergerà verso ciò che serve all'uomo, ovvero una struttura sociale al "servizio" di tutti e specialmente dei più.
Esattamente l'opposto del capitalismo che conosciamo oggi.
Esattamente l'opposto del socialismo che conosciamo oggi.
Il problema è altrove".

Luca Quilo

 

Risposta:

Caro Luca, più che una risposta ti indirizziamo un invito: quello di leggere anche le altre cose che sono state già pubblicate sul sito, specialmente nella sezione “Speciale Economia”. Le questioni che tu sollevi, infatti, sono già state affrontate in numerosi interventi, sia della redazione che dei lettori, e ci sembra superfluo ricominciare daccapo ogni volta che si profila una discussione sui difetti del sistema economico (iper)liberista.

Detto questo, però, aggiungiamo volentieri qualche parola di commento alle tue considerazioni. Proprio perché riteniamo anche noi che, come scrivi tu stesso, "l'unico sforzo da compiere sia quello di contribuire al risveglio delle coscienze delle persone”, crediamo che uno degli obiettivi fondamentali sia confutare le ricorrenti esaltazioni del capitalismo. Il commento alle parole di Phelps firmato da The Advisor (che non è affatto l’editore del mensile, ma che ovviamente condivide il nostro approccio) rientra appunto in questa prospettiva. Se perfino in una fase come quella attuale ci si ostina a decantare le meraviglie del “libero mercato”, minimizzandone le conseguenze deteriori sulla vita individuale e collettiva, si esce dal mondo delle semplici divergenze teoriche e si entra in quello delle manipolazioni deliberate. Che secondo noi vanno stigmatizzate, appunto, per “contribuire al risveglio delle coscienze delle persone”. 

Dove non ci troviamo d’accordo con te, invece, è nella parte in cui scrivi “continuo a pensare che in economia la competizione rechi benefici globali, a patto che sia regolamentata da istituzioni efficienti vigilate da popoli svegli e lungimiranti.
La parte cattiva di ogni società tenderà ovviamente a fare bottino, ma trovandosi in minoranza per limite fisiologico soccomberà repressa dalla parte buona, per effetto dell'unica legge universale vigente nel regno animale: la legge del più forte”.

Purtroppo, l’esperienza dimostra esattamente il contrario. Il liberal-capitalismo, infatti, non si limita a determinare dei processi economici ma va a plasmare, snaturandola, la visione stessa dell’esistenza. Diffondendo ovunque i virus del massimo profitto e del consumismo, uccide qualsiasi morale e unifica le persone nella stessa perversione. E nella stessa incapacità di cogliere l’assurdità di una vita all’insegna del più sfrenato e compulsivo materialismo.

Per incredibile che possa sembrare, oggi il sistema economico dominante non è difeso solo dai più ricchi, che ne avrebbero ottimi benché deprecabili motivi, ma anche da chi ricco non è. E, verosimilmente, non è neppure destinato a diventarlo. La contrapposizione che tu delinei come un dato di fatto – di qua una minoranza di “cattivi” che mirano solo a far bottino, e di là una minoranza di “buoni” che si ribellerà agli abusi e provvederà a fare giustizia – trova sempre meno riscontro nella pratica. Il che vanifica i (presunti) vantaggi della competizione e spiana la strada ai suoi (indiscutibili) svantaggi. 

Ecco perché insistiamo e insisteremo sulla questione del modello economico. Perché essa, dapprima in Occidente e oramai in gran parte del mondo, è diventata una questione culturale a tutto campo. Delle due l’una: o ci si affranca dall’idea (dal dogma) che lo scopo primario dell’esistenza è fare soldi e spenderli, oppure si resterà sprofondati nei vizi, nelle storture, nelle nevrosi, del mondo contemporaneo. Il liberal-capitalismo in salsa etica? Una favoletta, o una fanfaluca, a cui noi non abbocchiamo. 

FZ

 

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