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Sull'articolo relativo a Povia (e risposta)

Gentile Federico Zamboni, leggo "La voce del Ribelle" sempre con piacere e ne apprezzo il taglio e i contenuti; i suoi pezzi generalmente mi interessano. Ho letto anche il suo articolo "Gay a caccia di streghe" pubblicato sul numero 6 e a proposito di questo le scrivo.

Pur apprezzando l'equilibrio con il quale affronta lo spinoso argomento, e pur trovando l'articolo nel complesso condivisibile, non trovo tuttavia complete alcune sue affermazioni, in particolare quando, parlando di "Luca era gay", dice che in fondo si tratta solo di una canzonetta che non pretende di dimostrare nulla, così come non si possono certo tratte verità universali o leggi generali da un romanzo come "Lolita" o da una pellicola come "Taxi Driver". Quel che lei dice ha un fondo di verità, è indubbio, ma non dobbiamo neppure ignorare il fatto che una canzone, per quanto semplice, ha sempre un significato, vuole sempre comunicare un'emozione, un messaggio, così come un quadro, un libro, una manifestazione del pensiero, un'opera d'arte: non è dunque sbagliato o eccessivo voler veder qualcosa dietro al testo di una pur semplice canzonetta festivaliera, e tener conto dell'enorme impatto che ciò che si dice dal palco di un festival così seguito può avere sui giovani e su chi, omosessuale, vive già con difficoltà estrema la sua condizione a causa degli atteggiamenti retrivi e razzisti di chi lo circonda. E quello che si vede in questo caso, quello che traspare con un'evidenza tanto semplice quanto velenosa è proprio brutto e non mi piace per niente. Sia chiaro, non voglio certo la censura, che odio e rifiuto in ogni caso, anche il più estremo, ma è indubbio che dare spazio a una simile canzone sia grave, come lo sarebbe permettere l'esposizione di una teoria negazionista, specie se a farlo è quello stesso servizio pubblico che non da' altrettanto spazio alle ragioni "avverse" e dunque fa disinformazione, né del resto si preoccupa minimamente di contrastare l'omofobia crescente in questo paese (spesso portata avanti da gente così istruita da non sapere nemmeno il significato del termine omofobia, ogni riferimento alla concorrente di un reality è puramente voluto), anzi la asseconda, la accarezza, la blandisce. Ecco quindi che in una società civile (per intenderci, quella che riconosce pari diritti civili a tutti, cosa che oggi non è) si potrebbe anche tollerare un testo come quello di Povia a Sanremo, dove verrebbe ascoltato ma anche bollato facilmente dai piu' per quello che e'; in una società come l'attuale, invece, che è profondamente razzista, che coccola le derive omofobiche e che non dà spazio (se non con l'intento di ridicolizzare) a chi espone pareri diversi, permettere a un Povia di srotolare in prima serata le sue idee bislacche è discriminatorio e indegno e può legittimamente, secondo me, dare adito a proteste e dissensi come quelli portati avanti dall'ArciGay & C. senza per questo rendersi necessario bollare simili prese di posizioni come un attacco alla libertà di espressione.

In Italia, paese in cui per diventare maitre a penser e pontificare su temi delicati dal pulpito di rivistucole è sufficiente essere famosi (qualunque sia la ragione per la quale lo si è), Povia ebbe a dichiarare, fra le altre cose, che "sbaglia chi crede che gay si nasce", "i miei si separarono quando ero piccolo. Rimasi solo in un ambiente tutto femminile, giocavo con le bambole", "T’innamori di un maschio perché è quello che vorresti essere", "Non può esistere stabilità e fedeltà nel mondo gay". Nabokov (che paragone!) non dice mica, nel suo libro, che tutti gli uomini dell'età di HH sono perversamente attratti dalle lolite... Dalle sue interviste emerge chiaramente che Povia è un militante o sostenitore dei gruppi di terapie riparative fondate dall’americano Joseph Nicolosi, anche se non è mai detto. È convinto (questo si deduce da quel che scrive e dice) che l’omosessualità possa e debba essere sanata e che il rapporto d’amore tra due uomini sia per natura destinato ad essere effimero e compulsivo. Insomma, come afferma Aurelio Mancuso presidente nazionale Arcigay, "il cantante utilizza tutto l’armamentario delle organizzazioni cattoliche integraliste. Quindi la canzone, al di là delle edulcorate parole che saranno state scelte, è il manifesto politico di un movimento religioso, che è stato più volte smentito dalla scienza, dagli Ordini degli psicologi e degli psichiatri e si prefigura come un’associazione atta a propagandare teorie fondate sull’esaltazione del pregiudizio e dell’ignoranza". 

Questo per dire che anche se da una canzone non si può trarre una verità scientifica, tuttavia chi la canta, in questo come in altri casi, intende con essa veicolare una teoria ben precisa che, allo stato, è scientificamente falsa, oltre che umanamente discutibile.

Mauro Ottonello 

 

Innanzitutto – a parte il grazie per l’attenzione con cui ci segue e per gli apprezzamenti positivi al mio e al nostro lavoro – una precisazione: quando ho affermato che il pezzo di Povia è solo una canzone, e non l'esposizione di una tesi scientifica (con le relative pretese di oggettività), va da sé che non volessi negare l'attitudine intrinseca di qualsiasi creazione artistica a veicolare opinioni o addirittura "messaggi". Quello che volevo sottolineare è che, nel mare magno della comunicazione di massa, non si può enfatizzare la "pericolosità" di ciò che viene diffuso dai media solo quando si tratta di qualcosa che non ci piace. Eppure, se Mancuso & Co. si fossero limitati a esprimere il loro totale dissenso, l’idea di scrivere sulla vicenda non mi sarebbe nemmeno venuta: Povia dice la sua sui gay (sia pure cantando di un singolo ex appartenente alla categoria), i gay dicono la loro su Povia, e va benissimo così. 

Ciò che ha fatto la differenza è che la replica è degenerata subito in anatema, col minaccioso comunicato stampa del 23 dicembre che ho citato, con un ampio estratto, nel mio articolo: «Se Bonolis e il suo direttore musicale, intendono mandare in scena uno spottone clerical reazionario contro la dignità delle persone omosessuali, sappiano fin d'ora che la nostra reazione sarà durissima, rumorosa e organizzata». Come dire: se non volete guai, fate marcia indietro. Una vera e propria intimidazione che dovrebbe indurre, tra l’altro, a chiedersi quali sarebbero stati i commenti se gli stessi toni dell’Arcigay fossero stati utilizzati, di fronte a una canzone che raccontasse una storia diametralmente opposta, da ipotetiche associazioni, magari cattoliche, schierate a difesa dell’eterosessualità. 

La domanda che dobbiamo porci, dunque, è se in ambito artistico ci possano essere dei contenuti aprioristicamente inaccettabili e, quindi, dei controlli preventivi di "ammissibilità". Se la risposta è sì la conseguenza pratica è la censura, comunque la si voglia definire sul filo dei distinguo e, peggio, degli eufemismi: qualcuno (chi? sulla base di cosa?) stabilisce preventivamente se una certa opera può essere pubblicata o no; oppure, se non si vuole arrivare a tanto, se può essere diffusa oppure no attraverso canali mediatici che le diano ampia visibilità. In società sempre più composite come quelle contemporanee – e in un mondo sempre più globalizzato in cui, vedi le vignette anti islamiche apparse a suo tempo in Danimarca, quello che avviene in un singolo Paese viene percepito, e giudicato, anche da persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza, all’interno di tutt’altre realtà – la coesistenza di posizioni e di sensibilità diverse non è l’eccezione, ma la regola. Qualsiasi cosa si affermi, a meno di farlo nei modi circospetti e innaturali del politically correct, ha buone probabilità di essere in antitesi con le convinzioni di qualcun altro. Fino, come dice lei, a “ferirlo”. 

Il problema è tutto qui: cosa vogliamo fare, di fronte a questa situazione? Vogliamo privilegiare la libertà di espressione, nel presupposto che ciascuno sia in grado di valutare autonomamente quel che viene detto, o preferiamo mettere al primo posto le possibili reazioni da parte di chi si senta coinvolto, e attaccato, o anche solo rappresentato in maniera sgradevole? 

Per quanto io capisca senz’altro il fastidio che si può provare in certi casi, credo che quel fastidio non sia sufficiente, in società che come la nostra si definiscono democratiche e che, quindi, riconoscono a qualsiasi maggiorenne la maturità sufficiente a partecipare alle decisioni collettive attraverso le elezioni e i referendum, a imporre quelle limitazioni preventive che, come ho già ricordato, si risolvono di fatto in una censura. 

Lei, però, mette in discussione il presupposto stesso di questa libertà a tutto campo, contrapponendo “una società civile”, che ancora non c’è, alla società attuale, che è invece “profondamente razzista”, omofobica, eccetera. Ammettiamo che sia vero: il passaggio successivo è stabilire che cosa si possa o non si possa dire. Quali siano, cioè, le tematiche che godono di una particolare tutela, vincolando chiunque se ne voglia occupare, quand’anche nella forma soggettiva di un’opera d’arte, al rispetto assoluto e inderogabile di determinate chiavi di lettura. Lei cita espressamente gli omosessuali e, quasi altrettanto espressamente, l’Olocausto. Dal suo punto di vista, com’è ovvio, le sembrano questioni insindacabili, che giustificano appieno un divieto tassativo ad approcciarle in termini diversi da quelli che le appaiono ormai acquisiti, sul piano scientifico nel caso dell’omosessualità e su quello storico nel caso dell’Olocausto. 

Il guaio, purtroppo, è che chissà quanti altri individui o gruppi ritengono di poter vantare certezze altrettanto granitiche, benché di natura completamente diversa. In buonissima fede le ritengono di palmare evidenza (vedi il caso della famiglia, intesa da moltissimi come il nucleo fondante, il cardine naturale e imprescindibile, della società) e anch’essi, manco a dirlo, desidererebbero che determinate tesi non venissero diffuse, affinché la parte meno consapevole della popolazione, a cominciare dai giovani, non fosse indotta in errore. Se non che, naturalmente, quelle stesse “certezze” non sono affatto ritenute tali da chi non condivida le stesse premesse e gli stessi criteri di interpretazione. 

Insomma: gira gira il nocciolo della questione è che tutto è maledettamente soggettivo. Persino al di là di quanto noi ci rendiamo conto e di quel che siamo disposti ad ammettere, qualsiasi posizione discende da convincimenti opinabili. Le “verità” assolute non esistono, e gli stessi “diritti universali dell’Uomo” sono postulati che, indipendentemente dalla nostra adesione, rimangono indimostrabili per via squisitamente logica. Come ha ricordato Massimo Fini nell’editoriale del numero quattro, dedicato al centenario di Lévi-Strauss, qualsiasi cultura è una costruzione più o meno coerente a partire da affermazioni arbitrarie. La contraddizione dell’Occidente è che da un lato teorizza la multiculturalità, mentre dall’altro vorrebbe costringerne le infinite manifestazioni nell’alveo di presupposti inderogabili. Beninteso, finché si tratta di principi di ordine sommamente generale (che so? L’assetto democratico dello Stato, il diritto a essere giudicati in base alle leggi, la libertà di pensiero), la contraddizione tende a restare latente, ma essa esplode, fatalmente, non appena si passi dai “principi” alle “affermazioni di merito”. 

Restiamo sulla questione dell’omosessualità. Lei osserva che la canzone di Povia potrebbe “condizionare i giovani”. Ed è vero, naturalmente. Ma il punto non è che qualcuno, insieme a Povia, possa ritenere che un certo numero di gay, se non proprio tutti, siano stati condizionati da ciò che hanno vissuto e che, quindi, siano suscettibili di un successivo ripensamento (ripensamento, non ravvedimento). Il punto è che nessuno si ritenga autorizzato a tradurre le proprie convinzioni in atti ostili a questa o a quella categoria di persone. Quando negli anni Trenta, per esempio, uno psicanalista autorevole come Adler affermava che l’omosessualità era essenzialmente un conflitto psicodinamico non è che stesse auspicando una condanna sociale accompagnata da violenze private o da sanzioni legali: più semplicemente, stava sostenendo che secondo lui si trattava di comportamenti che, in linea generale, non erano affatto congeniti ma determinati dall’esperienza. Ancora nel 1993, presentando il libro “Psicologia dell’omosessualità” dello stesso Adler, Pier Luigi Pagani sottolineava che “le motivazioni psicodinamiche dell’omosessualità sono da ricercare soprattutto in un blocco del normale ‘training erotico’ nell’infanzia o nella pubertà, derivato essenzialmente da modelli parentali. Così, una madre troppo forte, che ha elaborato una protesta virile attiva, può generare un ribaltamento dei ruoli convenzionali, come pure un padre debole può offrire un’immagine capace di indurre un complesso di inferiorità lungo la linea maschile. D’altra parte, anche un padre o dei fratelli maggiori duri e rigidi possono portare alle medesime conseguenze, specie quando la madre è dolce e apprensiva, poiché si propongono come modelli troppo difficili da imitare, anche se poi lasciano, sotto sotto, nel soggetto una inconfessata nostalgia per la virilità. È sicuro che gli stimoli sopra citati solo raramente sono in grado di favorire la scelta omosessuale; è sempre necessario perché questa avvenga un incontro contagiante durante l’adolescenza o l’età adulta”.

Il discrimine, dunque, non è tra quello che si può o non si può sostenere ma tra quello che si può o non si può fare. Così come non è vietato parlare di “rivoluzione”, fin tanto che non ci si arma e non si commettono dei veri e propri reati, allo stesso modo non c’è ragione di vietare che il Povia di turno sostenga (a maggior ragione in una canzonetta “una tantum”) che “gay non si nasce ma si diventa”. È una corbelleria? La questione, come abbiamo visto, è quanto meno controversa. E bisogna pur riconoscere che le conclusioni del pezzo non sono minimamente, né in termini espliciti né come suggerimento tra le righe, che i gay vadano perseguiti dalla legge e/o perseguitati dalla cittadinanza “normale”. 

Si dirà: vabbé, si comincia così e poi chissà dove si va a finire. Benissimo, ma allora se ne traggano le dovute conseguenze: si dica a chiare lettere che tra i rischi della libertà d’espressione e quelli della censura si preferiscono questi ultimi. Poi, però, non ci si sorprenda se un domani si finirà col passare dalla parte dei censurati. Magari, e non sembri così improbabile, per motivazioni economiche: specie in momenti di crisi, in cui i governi identificano più che mai l’interesse nazionale con la crescita del Pil, chi attacchi l’attuale modello di sviluppo (e di consumo) potrà facilmente essere etichettato come un disfattista, ovverosia un “nemico pubblico”. Dura lex, sed lex. Summum ius, summa iniuria. 

Federico Zamboni

 

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