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Commento articolo di Alessio Mannino su "Grillo, Di Pietro e il pensiero che non c'è"

Buongiorno, vorrei commentare un passaggio di questo articolo, quello dove vengono esaltate le posizioni dei comitati "NO" qualsiasi cosa. 
Se per principio può essere giusto che le realtà locali debbano essere consideratie quando qualche opera viene realizzata sul loro territorio, i loro interessi debbono essere però conforntati con gli interessi dell'intero paese e andare oltre i meri confini delle loro proprietà. Inoltre bisogna valutare caso per caso i diversi movimenti e non considerarli tutti validi dal momento che osteggiano le autorità governative. Io abito ai piedi della Valle di Susa e quindi risento molto degli echi della protesta NO TAV. la sensazione è che la protesta sia "a prescindere". All'inizio questa poteva essere giustificata in quanto le realtà locali non erano state coinvolte dal progetto, c'era timore di una diffusione di polveri d'amianto e dei possibili sconvolgimenti naturali della Valle. Ma ora, dopo un'enormità di rinvii e dibattiti, dopo che l'osservatorio istituito ha razionalmente fugato i dubbi, la protesta continua e non si capisce il perchè. Si tratta di un treno che passerà quasi tutto in galleria, porterà benefici per l'economia regionale, non ci taglierà fuori da un corridoio ferroviario europeo e permetterà il risparmio ambientale del trasporto su gomma; ma tutto questo viene messo in secondo piano da una minoranza di persone (basta vedere quanti hanno votato la lista di Grillo alle regionali). Ragionando così non si sarebbe neanche dovuto costruire il traforo del Frjus o la galleria del Tenda. Oggi possiamo considerarle di minore importanza? Anche i movimenti  contro le Discariche o gli incerenitori o le scorie nucleari, a mio avviso sono prese di posizioni egoistiche e volte a preservare il proprio orticello a discapito degli interessi degli altri fuori dalla cerchia. Io non accetto questa mentalità chiusa e montanara (tanto per restare in tema) e faccio i complimenti a Beppe Grillo per avere capito che, per avere consenso, non bisogna litigare sui media ma cavalcare l'onda populista.
Ultima considerazione: se si facesse un referendum non solo rgionale ma nazionale SI o NO TAV e vincessero i si, quale sarebbero le sue considerazioni? Sarebbe giusto andare contro lquesta volontà popolare?
Grazie dell'attenzione e buon lavoro

Andrea Caravario

 

R:

La posizione del lettore è quella, arcinota e sostenuta dalla maggior parte dei media e delle parti politiche, che condanna l'effetto nimby, "not in my backyard", vale a dire l'egoismo particolaristico di chi non vuole saperne di cantieri inquinanti e trivellazioni devastatrici (proprio così, perchè le gallerie sventrano e i tracciati spazzano via i paesaggi) sotto casa, infischiandosene così dell'interesse nazionale. Ebbene, chi scrive ritiene e dice papale papale che tale sindrome non è una perversione montanara o da cortile ma il sacrosanto diritto delle comunità locali di difendere sè stesse. Sacrosanto perchè il cosiddetto "interesse nazionale", generale, è un'inganno, un'invenzione, una favoletta. Tutte quelle opere, ripeto tutte, servono per alimentare la macchina impazzita dello Sviluppo, il quale non conosce interessi nazionali ma soltanto le esigenze senz'anima del consumo e della produzione globale. La Tav: un trasporto che costa più di quanto non renda, fonte di sprechi e corruzione, ma soprattutto un'infrastruttura-simbolo della logica di far girare il più possibile le merci per tener in piedi l'economia globalizzata, fonte di tutti o quasi i nostri guai. Inceneritori, ponti ecc: bei nastri da tagliare utili solo a immettere soldi, per lo più pubblici cioè nostri, nella fornace di una crescita economica che deve essere per forza, disumanamente, infinita, esponenziale, inseguitrice di sè stessa (un inceneritore, ad esempio, lucra sui rifiuti, quindi più rifiuti più profitti, e questo è esattamente condannarci a consumare sempre di più oggetti superflui).

Se vincessero ì si in un referendum nazionale sulle grandi opere sarebbe solo un altro dei tanti esempi di come la democrazia reale sia un modo clamorosamente efficace per legittimare la mostruosa logica di un industrial-capitalismo che della qualità della vita, della natura, degli equilibri secolari, del senso di comunità (che con la globalizzazione trionfante può e deve essere solo locale, le piccole e anche piccolissime patrie), insomma di tutto ciò per cui vale la pena di lottare, se ne frega. E allora è giusto fregarsene dei bilanci delle aziende appaltatrici e di quelle che ci guadagnano, del Pil, della "modernizzazione" e di tutti gli altri feticci ben propagandati. E se questo significa ripudiare il Frejus, che sia ripudiato. Ma quello, ormai, ce lo teniamo. Altre stragi dell'ambiente, dell'autodeterminazione e della vita in carne e ossa delle popolazioni siamo ancora in tempo per rispiarmiarcele. O almeno, a differenza del lettore, questa è la mia speranza.

A.M.

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