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"Carteggio" (utile) sull'articolo "Pecore mangiate dal sistema"

Non credo per niente a Monti quando annuncia il baratro prossimo futuro se non si accetta il suo piano.

Sono mesi che sentiamo questa favoletta, e mesi che si spreme sangue sempre dalla stessa fonte, eppure il baratro è sempre lì.

In Europa, sono anni che la si ripete, che si applicano le misure simil-montiane, e il baratro non sparisce, ma diventa sempre più profondo.

Non gli credo non solo per i motivi sopra elencati – pragmatici – ma anche teorici. Tutti ci dicono che il baratro dipende (1) dalla poca crescita. A questo proposito tutti gli economisti ci dicono – da destra, Alesina e Giavazzi, e da sinistra, Gallino e Viale – che non c’è niente di peggio che strozzare i consumi. Esattamente quello che sta facendo Monti.

E (2) da una spesa pubblica sregolata. La spesa pubblica è composta dai servizi ai cittadini e dalle spese d’amministrazione. Ebbene, negli ultimi anni i servizi ai cittadini sono pressoché scomparsi, mentre le spese di amministrazione sono addirittura lievitate. Sintomatico, il costo sempre maggiore delle spese della politica. Presidenza della Repubblica, Camere, Regioni e Province assorbono risorse sempre più imponenti e ingiustificate.
Singolare, poi, la mancanza di qualsiasi tentativo serio di metter capo all’evasione fiscale. Anzi, si può dire che essa, grazia a condoni di vario tipo, venga addirittura incoraggiata. Il miserabile aumento dell’1,5% sui capitali scudati avalla questa linea.
Sconcertante, poi, l’atteggiamento verso le pensioni. Surrettiziamente, si fa passare l’idea che le pensioni dipendano dalla fiscalità generale. Sbagliato. Le pensioni non fanno parte dell’Irpef versata dai dipendenti. Ma da un contributo apposito, che finisce in un apposito fondo gestito dall’Inps, peraltro in attivo nel 2009 e nel 2010. E quindi non pesano sulle uscite dello stato. Una verità tanto evidente che il doverla segnalare fa venire in mente molti brutti pensieri. Adoperare il monte pensioni per sanare il bilancio dello stato è una ‘rapina’ non metaforicamente, ma nel senso proprio della parola.

La nostra crescita era stata calcolata da Draghi, nella sua relazione come governatore, a poco meno dell’1%. Dopo le manovre tremontiane era attorno allo 0%. Grazie a Monti sarà negativa. Come in Grecia, Portogallo e Spagna. Come nel resto d’Europa.

I fatti sono questi. Il resto sono favole. Il baratro ce lo stanno regalando questi criminali, i quali sembrano pensare che lo stato esista solo per pagare gl’interessi sul debito, o garantire le banche dal fallimento. Il compito fondamentale dello stato dovrebbe essere assicurare il mantenimento e la riproduzione della società, non annientarla o ridurla un branco di lupi che si divorano l’un l’altro. Da Aristotele a Popper, passando per Grozio ed Hobbes, la pensavano tutti così. Erano scemi? Mah.

Quel che sta avvenendo è tutto meno che casuale. Con la scusa di un baratro ipotetico (e grazie ai giochetti sullo spread dei veri datori di lavoro di Monti), Bce, Fmi e Ue stanno coscientemente causando una recessione nella più vasta area commerciale del mondo, cioè la Ue stessa.

Continuare a discutere sulla sensatezza, ingiustizia della manovra di Monti è una battaglia di retroguardia. Forse, bisognerebbe cominciare a interrogarsi su cosa vogliono veramente e dove ci stanno portando i padroni del vapore.

Saluti.

martedì, dicembre 6, 2011 | Bruno Di Prisco

Al di la' di tutte le droghe a base di cifre, statistiche e percentuali, la cosa davvero stuporosa è l'ineluttabilità di certi percorsi. Credo che forse solo nella Bibbia o in altri testi sacri ci siano dei rimandi così tremendamente fatalistici,senza sconti e deviazioni. Una sola strada. Un solo obiettivo. Un solo metodo. L'alternativa, se solo osi contemplarla, è povertà,freddo e stridor di denti: qualcosa che confina tra purgatorio e inferno.
La pochezza mentale e l'ottusa ipocrisia di questi magiordomi rimarranno nella storia come tra i più grandi crimini contro l'umanità.

martedì, dicembre 6, 2011 | Massimiliano Sfregola

Ma Monti che doveva fare? Ha fatto quello che la politica non aveva il coraggio di fare per non entrare in conflitto con il proprio elettorato. (Elettorato che vive fuori della realtà).
A questa manovra non c'era alternativa.
Non abbiamo una banca centrale.. Non abbiamo una sovranità monetaria. Facciamo parte della CEE, la nostra moneta è l'euro. Che è la moneta del Mercato. Che è la moneta delle Banche. Non certo delle persone normali. Sappiamo che l'area euro tutta, insiema all'america, non cresce. Non cresce più.
Sappiamo pure che in Italia entro i prossimi 5 mesi si dovranno "piazzare" montagne di titoli di stato. Sappiamo che se questo non dovesse avvenire sarebbe il default. Si fermerebbero i trasporti, non sarebbero erogati gli stipendi nel pubblico. Oltre al fatto che si verificherebbe un collasso a catena degli istituti bancari con un effetto domino inquietante. Non c'è molto da dire. Facciamo parte di questo sistema economico e ne siamo prigionieri. Nel bene e nel male.
Le economie, nell'attuale sistema economico, per potersi reggere, o crescono e quindi riescono a finanziarsi attraverso il debito o devono, quando non c'è più crescita, attingere sull'esistente.
Monti da bravo tecnico si sta occupando del problema. L'economia non cresce quindi preleva dall'esistente.
Sappiamo che le manovre non sono finite. A breve è probabile un inasprimento contro l'evasione. E ulteriori tassazioni.
Questi Signori Tecnici, intimamente diversi dai politici, non foss'altro per competenza e possibile rettitudine, sono convinti, che il sistema si possa salvare, anche se sono sommamente preoccupati dalla mancanza di crescita.
Non prendetevela con Monti. Che sicuramente è eccellente prodotto di questo triste sistema economico.. perchè il suo mestiere il Professor Monti lo sa fare bene a differenza dei nostri politici. Con lui la realtà si chiama realtà.
Per l'occidente il futuro è pieno di nuvoloni neri.
Non so se questo sistema economico riuscira a salvarsi programmando una possibile decrescita o arriverà allo scoppio. In entrambi i casi i tempi non sono immediati. Ci sono altri mercati a cui attingere che sono destinati a crescere e la cui esistenza giustificherà il sistema stesso.

martedì, dicembre 6, 2011 | andrea samassa


Io la vedo così:
Il sistema finanziario che conta è la vera mafia, Sarkosy, Merkel, Monti...sono i picciotti che vanno ad intimidire quelli che bisogna spremere.
Pensavamo noi italiani di essere gli esportatori della mafia, in realtà la nostra fa ridere.
Questi sono i veri mafiosi.
Il picciotto nostrano va dal negoziante e gli intima paga altrimenti ti spezzo le gambe.
Monti va al parlamento e intima pagate se no l'Italia crolla e (ciliegina sulla torta) il coro dei media di massa batte la grancassa sacrifici, sacrifici, sacrifici.
La prova del nove è che non c'è uno straccio di progetto politico per disegnare una nuova società o regole di convivenza in nome delle quali valga la pena sostenere qualche sacrificio.
Come se ne esce?
Per prima cosa occorre prendere consapevolezza, poi non so.

martedì, dicembre 6, 2011 | Edoardo


Dovrei rispondere a tutti e quattro, ma visto che con Bruno, Massimiliano ed Edoardo mi sembra che siamo sostanzialmente d’accordo (molto opportuna, comunque, la puntualizzazione sul sistema previdenziale, e vedremo di tornarci in modo specifico), per questa volta mi limiterò ad Andrea. Il quale – c’è da supporre – deve essere un lettore di recente acquisizione, visto che solleva questioni su cui siamo intervenuti moltissime altre volte. E che, del resto, costituiscono la prima ragion d’essere del Ribelle.
Il nodo da sciogliere – o piuttosto da recidere, come nel leggendario esempio di Alessandro il Grande – è quello insito nella domanda d’apertura, “Ma Monti che doveva fare?”, e poi esplicitato in un paio di considerazioni successive: “A questa manovra non c'era alternativa” e “Non c’è molto da dire. Facciamo parte di questo sistema economico e ne siamo prigionieri. Nel bene e nel male”.
L’errore, secondo noi, è appunto nel farsi schiacciare sotto il peso dei dati di fatto, dimenticando che il presupposto di un cambiamento pratico risiede nella capacità di pensare in modo diverso da quello imperante. Fin tanto che non si mettano in discussione certe premesse, nonché gli innumerevoli sviluppi che esse hanno prodotto sull’arco di interi secoli, si resta intrappolati in una ragnatela di cause ed effetti che sono intimamente connesse, e che conducono a mosse obbligate. Gli esempi rischiano di essere banali, ma ne azzardo uno: ve lo ricordate il primo film di Rambo? Finché lui si lascia inseguire dagli uomini dello sceriffo – accettando la logica per cui il suo ruolo è quello della vittima designata, che nella migliore delle ipotesi può solo sfuggire alla cattura – la sua condotta è meramente reattiva, e infatti si ritrova sul ciglio di un precipizio. Dopo di che, è costretto a saltare nel vuoto. Quando invece passa al contrattacco, trasformandosi da preda in cacciatore, la situazione si ribalta. Per dirla con la sua celebre battuta: “In città la legge sei tu. Qui sono io”.
Il punto, quindi, non è “che cosa doveva fare Monti”. Il punto è che cosa vogliamo fare noi, come titolari della sovranità nazionale, riguardo al nostro presente e al nostro futuro. Che cosa vogliamo fare della nostra vita individuale e collettiva. Che valore le attribuiamo. Che significato ci aspettiamo di cogliere lungo il fluire del tempo che ci toccherà in sorte.
Un conto è essere estremamente lucidi rispetto alle condizioni di partenza, ovvero nei confronti dei rapporti di forza esistenti, e tutt’altro è avallarli passivamente come se si trattasse di un destino impossibile da modificare, tanto nel breve quanto nel medio e nel lungo periodo. C’è una serie di domande che faccio sempre, a quelli che tendono a soggiacere allo strapotere dello statu quo: cosa avrebbero pensato, vivendo nella Francia del Re Sole? O nella Russia degli Zar? O nell’Argentina dei generali alla Videla?
L’unica maniera (l’unica possibilità, per quanto remota) di generare un cambiamento è avere la forza di immaginarselo. Senza per questo illudersi che sia un gioco da ragazzi, tramutare quelle visioni in realtà.

martedì, dicembre 6, 2011 | Federico Zamboni

Ringrazio Federico per la risposta. Vi leggo e vi ho sostenuto da quando siete nati. Prima con il cartaceo e poi con il web e poi con il quotidiano. Vi ho letto e leggo con spirito di curiosità ed interesse.
Allora Federico, tu cosa vuoi fare? Di pratico e concreto, intendo. Si perchè il noi, dividendolo, diventa tu...
Credi che i fenomeni storici da te citati, Re Sole, Zar e Argentina, siano paragonabili, anche in via deduttiva, alla situazione attuale? La società borghese-mercantile, aveva una testa identificabile. La società capitalistica no. La testa non c'è. A meno che per testa non vogliamo accordarci di identificare il denaro. Ma quello chi a più e chi a meno appartiene a tutti. Ed è qui il problema che ci vede perdenti. Per cui l'azione delle masse è inefficace. Così come è inefficace l'azione del consapevole. La storia eravamo noi. Con il tempo contemporaneo anche la storia non ci appartiene più. Appartiene a se stessa. E' questa la sconfitta. Inesorabile. Perchè il mercato è riuscito a eliminare i colpevoli.
L'unica possibilità che vedo realizzabile, ma ad oggi prematura nonostante i segnali inquietanti che ci pervengono, e che prima dello scoppio le elites intellettuali, politiche ed economiche, decidano, per istinto di sopravvivenza, di pianificare la decrescita, facendo evaporare il debito.. Ma fino a quando i mercati potranno assorbire consumo, questo non sarà possibile.
Il tempo di Rambo, per me non è mai esistito.

martedì, dicembre 6, 2011 | andrea samassa

 



Caro Andrea, lieto di averti tra i nostri lettori-sostenitori fin da quando abbiamo cominciato, nell’ottobre 2008. Mi sorprende un po’, però, che tu ponga una serie di questioni sulle quali, come ho ricordato anche nel post precedente, «siamo intervenuti moltissime altre volte. E che, del resto, costituiscono la prima ragion d’essere del Ribelle».
Sia pure in sintesi, comunque, proverò a riepilogare il nostro punto di vista. Partendo dalla tua interessante considerazione sul fatto che «la società borghese-mercantile, aveva una testa identificabile. La società capitalistica no. La testa non c'è. A meno che per testa non vogliamo accordarci di identificare il denaro».
Benché sia vero che oggi i vertici del potere finanziario sono (relativamente) occulti – in conseguenza di quell’autentico colpo di genio strategico che li ha indotti a nascondersi per non essere identificabili, trasferendo così la responsabilità dei loro disastri dalle persone, passibili di punizione, a un sistema di regole pseudo scientifiche, che tutt’al più si possono contestare in linea teorica – non è altrettanto vero che dietro quello che accade non vi siano, anche, degli individui in carne e ossa. I quali operano certamente sulla base di principi, e all’interno di strutture, così persistenti da trascendere i singoli membri, ma che allo stesso tempo hanno nomi e cognomi.
D’altra parte, all’origine della sottomissione collettiva a un dato sistema di potere c’è sempre, al di là delle apparenze, l’adesione conscia o inconscia a un modello astratto (ovvero una “mappa cognitiva”, per dirla in modo un po’ più tecnico). Pensiamo alla pretesa origine divina delle antiche monarchie: non è che il dogma aggiungesse di per sé un solo armigero alle schiere del sovrano, ma ostacolava enormemente le possibilità di ribellarsi. Il vincolo “astratto” si risolveva in una barriera quanto mai concreta. L’assunto si cristallizzava e si ingigantiva fino a diventare un tabù. L’incapacità di metterlo in discussione, e quindi di cominciare ad affrancarsene, precludeva qualunque passo successivo.
Oggi, mutatis mutandis, succede qualcosa di simile con il liberismo, che è a tutti gli effetti una ideologia (sia pure occulta, proprio come i suoi massimi esponenti) e che si avvale di un potentissimo e capillare apparato di manipolazione dell’immaginario, che al pari di qualsiasi pubblicità commerciale spazia dal raziocinio, o presunto tale, fino all’emotività più profonda, e inconsapevole.
Quello che cerchiamo di fare noi del Ribelle, che per un motivo o per l’altro ci siamo sostanzialmente immunizzati dai virus del materialismo, è avviare dei processi di ripensamento, aiutando chi ci segue a prendere le distanze dal Pensiero Unico corrente. Dapprima in linea di principio, ma poi, e speriamo presto, anche nella vita reale. La vita quotidiana, intendo. Non tanto a colpi di “beau geste” eclatanti, ma occasionali, quanto a forza di scelte assidue e di condotte omogenee.
A titolo personale, in particolare, quello che faccio (a parte non mettere le mie capacità professionali al servizio di finalità che non condivido o, peggio ancora, di centri di interesse propriamente detti, spendendo invece buona parte del mio tempo in un’attività no-profit come il Ribelle) è vivere in maniera sobria e secondo un codice etico in cui i feticci del nostro tempo, quali la notorietà e il lusso, non hanno il benché minimo spazio. Disconosco la competizione lavorativa, intesa come lotta senza esclusione di colpi, e non esito a condividere con altri quello che so, ivi incluso il mio know-how nel campo della scrittura o delle altre tecniche di comunicazione.
Siccome credo totalmente nel valore dell’esempio, sia pure senza farmi eccessive illusioni sui suoi effetti taumaturgici, mi attengo a quello che mi sembra giusto, al di là dei vantaggi o degli svantaggi che me ne possono derivare. Non è che sia uno sprovveduto o un santo – e se le controparti sono scorrette le ripago come meritano – ma è che proprio non mi interessa ottenere le cose in una maniera che reputo indegna.
Di tutto questo, peraltro, ho scritto a più riprese, specialmente sul mensile: da “La rivoluzione del centimetro quadrato”, sul numero 7 dell’aprile 2009, fino a “Uccidi l’Economia che è dentro di te”, sul numero 38 del mese scorso. Il filo conduttore, come annotavo in chiusura di “Un’economia a misura di ribelle”, sul numero 28 del gennaio 2011, è che il rifiuto del modello attuale «dovrebbe essere un’affermazione totalmente libera, degna di chi non si ribella al sistema attuale perché è escluso da certi privilegi ma perché quei privilegi li rifiuta. Non è solo che li trova iniqui e quindi sbagliati. È che non sa cosa farsene.»
Ovviamente continuo a pensarlo. E soprattutto, per mia fortuna, continuo a “sentirlo”, con tutto me stesso.

mercoledì, dicembre 7, 2011 | Federico Zamboni

Ipotizzare un modello diverso?

Cambiamento antropologico degli italiani?