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Ancora sugli "sfigati" e sull'Università

Caro Lo Monaco
non mi attendevo da lei un'analisi così superficiale, piena di luoghi comuni e di inesattezze della situazione universitaria italiana. Affermazioni quali "La responsabilità di un sistema accademico marcio come il nostro c'è, ad esempio, nel fatto che le Università, diventate di fatto delle aziende, hanno tutto l'interesse a che uno studente rimanga nella propria pancia, e nella propria lista di "clienti", il più a lungo possibile." sono infondate. Evidentemente lei non è a conoscenza del fatto che le università, al contrario di quanto da lei affermato, sono penalizzate dall'avere studenti fuoricorso in quanto questo incide negativamente sul loro Fondo di Funzionamento Ordinario Annuale. Ovvero le università che hanno più fuoricorso hanno meno finanziamenti da parte dello Stato, con tutto quello che ne consegue (taglio della casa dello studente, delle borse di dottorato e degli assegni di ricerca, taglio o aumento della mensa universitaria, aumento delle tasse). Inoltre, non capisco certe affermazioni del tipo "La responsabilità è poi in un carrozzone che, tra baronati di vario tipo, è comunque uno degli ennesimi casi in cui all'interno del nostro Paese si crea un sistema in grado di far vivacchiare e stipendiare (male quanto volete, ma poi non tanto, oggi come oggi) un numero sconfinato di persone, tra personale docente e non docente. Se tutti si laureassero rapidamente forse i conti non tornerebbero, no?". Intende dire che coloro che lavorano all'Università sono dei fancazzisti che rubano lo stipendio alla faccia di tutti gli altri? Che le conseguenze del disastro economico in cui versa il nostro paese sono dovute alle università, ai professori, ricercatori e personale tecnico amministrativo che passa il tempo a girarsi i pollici anzichè fare il proprio dovere? Mi faccia capire. Così come non riesco a capire affermazioni del tipo "Invece oggi le pressioni affinché in ogni caso si tenti la strada dell'università sono infinite. Premono mamma e papà, premono le aziende (salvo poi, in ogni caso, dare posti di lavoro da call center anche a pluri laureati) e preme l'università stessa, come abbiamo detto, a fare in modo che non crollino le iscrizioni ai corsi." Mi scusi, se un giovane in possesso di un diploma volesse lavorare anzichè studiare mi sa dire lei, in uno scenario del mercato del lavoro come quello vigente nel nostro paese ora, in cui di fatto non esiste più apparato industriale, quali sono le possibilità di essere assunto senza passare attraverso COCOCO, COCOPRO et similia (con relative paghe da fame che ti costingono al bamboccionismo)?. Il giovane proverà, forse sbagliando, a prendere una laurea, sperando di "salvarsi" da questo scempio. Non voglio difendere l'Università a spada tratta: è piena di problemi, di ingiustizie, di malfunzionamenti. Ma lei in questo modo, a mio modesto parere, non ha fatto altro che allinearsi a tutti coloro che volgliono distruggere l'ultimo baluardo capace, male, malissimo, ma capace, mi si consenta, di trasmettere sapere. Per le classi dominanti è meglio non averlo proprio un sistema di istruzione: sarà ancora più facile avere la meglio sulla gente. E lei con le sue parole si allinea. Se lo vogliamo migliorare il nostro sistema di istruzione, se vogliamo rivoluzionarlo affinche dia la possibilità agli uomini e alle donne di diventare esseri umani capaci di piena libertà i discorsi da fare sono altri. Bisogna volgere lo sguardo ai veri problemi. E' il nostro Paese che non funziona. E' la nostra classe dirigente, priva di nerbo, di dignità, di senso della comunità, di amore per il prossimo, che non va. E' la società, in un mondo fondato sull'individualismo, sul denaro, sul meccanicismo, senza alcun senso del sacro, che non va. E alla fine tutto ne viene pervaso, corrotto. Le conoscenze che lei possiede, almeno in parte, le deve a questo bistrattato e marcio sistema di istruzione, non se lo dimentichi. Lo aiuti a diventare migliore, non lo distrugga ma lo aiuti a crescere.

Giovanni Angiulli

 

R

Caro Giovanni,

il suo commento mi permette - e mi impone - di chiarire diverse cose, perché contiene, a mio avviso, troppi argomenti (e troppo differenti) riuniti nello stesso discorso. Il che non aiuta la comprensione. Vado per sintesi giornalistica dunque, ma ci vuole una premessa.

Quando sostengo che un ventottenne fuoricorso è uno "sfigato", non lo dico, ovviamente, per lo stesso motivo per il quale ha pronunciato tali parole Martone. Direi anzi per l'opposto: il fuoricorso è la vittima. Sfigato in quanto vittima. Talvolta dei suoi stessi errori o della sua incapacità (tanti, tantissimi i fuoricorso in vacanza con retta, vitto e alloggio pagati da mamma e papà) più spesso per altri motivi (quelli che ho provato a spiegare) ma pur sempre vittima. E sfortunato in quanto tale, in senso lato.

Malgrado il mio pezzo non fosse centrato sull'Università, visto che le sue domande su quello vertono, cerco di chiarire in due parole come penso che dovrebbe essere, almeno in un mondo ideale che sogno, spero, e mi batto, come posso, per far accadere: l'università dovrebbe essere eccellenza assoluta, con docenti di eccellenza assoluta, e del tutto gratuita per tutti quelli che la frequentano. Completamente a carico dello Stato. Il che significa con una ferrea selezione d'ingresso. Chi lo merita, dentro. Chi non è in grado, fuori. E non per motivi economici dunque, ma di proprie capacità e attitudini.

A questa - sia chiaro - dovrebbe corrispondere una scuola dell'obbligo molto più di qualità rispetto a quella attuale. Chi non è in grado di scrivere senza commettere gravi ed elementari errori grammaticali (ed è solo un esempio) deve ripetere l'anno. Anche dieci volte. Non arrivare al diploma e avere delle lacune enormi come invece oggi è norma.

Cosa otterremmo con questo? Che tutti, usciti dalla scuola dell'obbligo, avrebbero delle capacità culturali, ma soprattutto di espressione e ancora di più di "comprensione" del mondo, decisamente migliori di quelle dei ragazzi che attualmente sono anche neo diplomati (basta farsi un giro, o semplicemente "ascoltare", e ci si rende conto della miseria della nostra società), e dall'altro lato otterremmo Università migliori, e soprattutto laureati migliori. Ora non abbiamo né l'una né l'altra cosa. Di più: se capita che qualche laureato sia veramente eccellenza, ebbene questi va altrove, non resta certo nei nostri ambiti di accademia e ricerca.

Rapidamente, adesso, le sue domande: 

- Certo, sono a conoscenza della penalizzazione avendo studenti fuori corso (quelle pubbliche, naturalmente, mentre quelle private ne hanno tutto l'interesse), ma è l'indotto che ha tutto l'interesse a che vi siano tali tipi di studenti (un appartamento di cinque stanze affittato a 550euro in nero a stanza è la norma, no? Ci sono intere città che vivono di universitari.). Oltre al fatto che se da un lato diminuiscono i fondi statali, dall'altro, come avrà visto, aumentano le rette che i ragazzi devono pagare. Il conto è troppo facile da fare, intuitivo, direi: quanti posti di lavoro (cattedre e accessori) garantirebbe un ateneo con 100 studenti? E quanto uno con 10 mila? Insomma il punto è chiaro.

- Non ho sostenuto che tutti quelli che lavorano all'università siano dei fancazzisti. Sostengo che in una università ideale, vi sarebbero molti, ma molti meno docenti (più vari collegati) di quanti ve ne siano adesso. E vi sarebbero solo i migliori, come è giusto che sia in un ambiente del genere. Ciò significa che non è affatto certo - anzi a mio modo di vedere è vero il contrario - che tutti quelli che vi lavorano, all'interno dell'università, sperino veramente di poter raggiungere, un giorno, quell'università ideale di cui c'è davvero bisogno. Anzi a molti di questi va benissimo così, mi creda (ne ho conoscenza personale). Sa quanti libri di testo - imposti dai docenti ai propri discenti - sono scritti da ghost writer prendendo appunti mentre il barone di turno inzuppa il cornetto nel cappuccino e detta?

Conosco personalmente docenti universitari eccezionali, beninteso, e ricercatori che fanno veramente tale lavoro. Ma ve ne sono molti di più, tra personale docente e non docente - non ci nascondiamo dietro a un dito - che sul serio, all'interno dell'università, non avrebbero la minima ragione di stare.

- In merito alla penuria attuale dei posti di lavoro, sono pienamente d'accordo con lei: il giovane invece di finire nel tritacarne preferisce almeno "provare" a studiare. Vero. Situazione, appunto, sfortunata proprio come ho scritto, o no? Mi spiego: un giovane non ha alcuna voglia né possibilità di portare avanti gli studi, però non c'è lavoro, e allora decide comunque di andare all'università. Pagando di tasca propria, gravando sullo stato e sui suoi genitori, e concludendo molto poco in primo luogo per sé stesso. Allora, questo benedetto ragazzo, secondo lei, è fortunato o sfortunato?

- Come vede, non mi sono affatto allineato a tutti coloro che vogliono distruggere l'università. Ma l'esatto opposto: io la voglio rifondare (non "alla Gelmini", evidentemente), in uno Stato rifondato, naturalmente. In uno Stato dove chi si ferma alla scuola dell'obbligo sia molto più preparato di quanto non lo sia un ragazzo oggi (e dunque meno manipolabile di quanto non lo sia oggi, cosa, quest'ultima, della quale abbiamo conferma ogni giorno) e uno Stato dove un laureato - laureato di una università pubblica, non privata dove le cattedre sono pagate ad esempio dalla Procter & Gamble - sia davvero eccellenza culturale e scientifica come dovrebbe essere.

- Le conoscenze che possiedo le devo veramente in piccola, piccolissima, parte al nostro sistema di istruzione: se non avessi avuto altra curiosità personale non saprei, oggi, quel poco che so. Ed è esattamente questo fatto che va invertito. Ma continuare ad accettare che un ragazzo a ventotto anni non sia ancora laureato non mi pare proprio la strada giusta, proprio per migliorare la situazione. 

Chiudo con un esempio pratico che può, sono certo, facilmente essere inteso da tutti e soprattutto riportare alla memoria qualcosa di piacevole. Ognuno di noi, nella propria "storia" scolastica, ha avuto diversi insegnanti e professori. Almeno alcune decine. Ebbene, quanti, tra questi, vale veramente la pena di ricordare? Quanti, tra questi, hanno letteralmente contribuito a farci fare un grande passo in avanti?

Oggi si tende e misurare e monetizzare tutto. Magari un giorno abbiamo avuto un insegnante che non ha fatto una lezione tradizionale, che non ha seguito il programma ministeriale, ma che ci ha fatto una lezione che ci è scesa dentro, nel profondo. Che forse all'epoca non abbiamo rilevato, non abbiamo razionalizzato. Ma che poi è tornata fuori, come un mantra poderoso, venti anni dopo. 

Con i criteri di oggi, tutti inerenti la razionalizzazione e il calcolo (ah, i fondi statali alle università basati sui risultati, le verifiche, i controlli…) insegnanti di quel tipo sono fatti fuori. Non misurabili nel breve periodo, dunque inefficienti. Mentre in realtà sono l'eccellenza. Che è cosa - appunto - rara.

 

Cordialmente,

vlm

Il sistema (da cambiare) e il M5S

Rischiate di essere poco incisivi, voi del Ribelle