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Sulla 'ndrangheta e il dio quattrino

D

Buongiorno.

Articolo gagliardo. Mi è piaciuto anche il pezzo di Di Cori Modigliani in allegato. L'uso della ragione rimesso al centro...certo, ma come?

Manipolati, eterodiretti, plagiati...tutto vero...ma nella cabina elettorale ci sei tu, e nessuno ti guida la mano. Com'è che uno su centomila ce la fa, e, non importa quale cultura od esperienza abbia alle spalle (in questo periodo i discorsi più saggi li sento dalle persone meno scolarizzate ma a cui la vita ha insegnato a pensare), riesce a mettere la sua stramaledetta croce altrove?

Già, com'è?

Saluti e complimenti.

Bruno di Prisco 

Qui l'articolo: (È NATA PRIMA LA ‘NDRANGHETA O IL DIO QUATTRINO? ») 

R

Questioni cruciali, Bruno. Le condizioni circostanti sono per tutti identiche, o quantomeno analoghe, e ciononostante alcuni riescono a mantenersi lucidi e a sfuggire all’omologazione dilagante. Come si spiega?

Il fenomeno, secondo me, è simile a quello che si verifica nel caso di un’epidemia (pandemia), quando molti cadono come mosche e certi altri no. Quello che permette di sopravvivere, o persino di non contrarre la malattia, è il possesso di difese adeguate, che in parte sono preesistenti, fino alla condizione privilegiata e definitiva dell’immunità assoluta, e in parte dipendono da una profilassi apposita. E assidua.

Nell’ambito della manipolazione accade all’incirca lo stesso. All’inizio il virus – un virus mutante, con innumerevoli ceppi che si susseguono in modo tale da essere più difficili da identificare – colpisce in maniera blanda e circoscritta, ma col tempo, se non viene neutralizzato, si cronicizza. 

Quando questo accade l’effetto, come ho già ricordato altre volte, è quello che è stato definito “colonizzazione dell’inconscio”. Da specifica che era, ossia legata a singoli aspetti, la manipolazione si trasforma in un danno cognitivo permanente, che travolge l’abituale distinzione tra raziocinio ed emotività, cancellando la capacità (che è sempre e comunque assai più labile di quanto ci piaccia pensare) di giudicare in maniera obiettiva. 

Riguardo all’economia, che da disciplina settoriale si è via via espansa a cultura totalizzante, questa modifica è di tutta evidenza. In Occidente siamo stati indotti progressivamente, e nella quasi totalità dei casi senza neppure rendercene conto, a “ragionare” in termini utilitaristici. Come si vede, ho scritto “ragionare” tra virgolette, perché in effetti si tratta piuttosto di un “sentire”, che all’occorrenza si riveste di concetti ma che è generato da potentissime spinte emozionali. D’altra parte, e anche questo mi è capitato di ricordarlo in qualche precedente articolo, il principio fondamentale del marketing è che «non si vendono merci, si vendono emozioni». E il consumismo, più o meno compulsivo, ne è la lampante conferma: si compra per assecondare una certa idea di sé, ovviamente ispirata-inculcata dalla pubblicità (sia quella diretta del singolo prodotto, sia quella indiretta degli stili di vita proposti-imposti dai media e dalla società nel suo complesso) e comunque basata sul falsissimo presupposto che quello che possediamo ci qualifichi come persone.

Le parole che tu hai messo in sequenza - manipolati, eterodiretti, plagiati – costituiscono appunto una sequenza. A prima vista sembrano sinonimi della stessa operazione ma a guardare meglio sono invece “stadi” del medesimo processo. La manipolazione può colpire chiunque, perché si limita a una determinata notizia o questione, mentre si è etero diretti quando si viene asserviti inconsapevolmente a un disegno altrui, e infine si è plagiati, tendenzialmente in forma irreversibile, se quell’asservimento diviene continuo e istintivo.

Premesso tutto questo, veniamo all’altra metà del problema. Com’è che ad alcuni non succede? 

Prima ho parlato di difese adeguate, in parte preesistenti e in parte acquisite. Tradotto in termini non metaforici, equivale ad aver sviluppato una personalità imperniata su valori diversi da quelli correnti. Laddove questi “valori” non devono essere semplici sovrastrutture astratte, magari derivate da terzi e non assimilate in profondità, bensì delle vere e proprie strutture costitutive, che in quanto tali sono ormai connaturate e ineliminabili. Se vogliamo, per ribaltare la succitata “colonizzazione dell’inconscio”, potremmo riassumere il concetto in un “impero dell’Io”. Che non poggia necessariamente su una cultura di tipo scolastico, quand’anche da autodidatti, ma su una evoluzione di carattere antropologico, che si nutre di vita vissuta e si misura, si affina, si tempra, nell’affrontare attivamente – e direi quasi nobilmente – ogni tratto dell’esistenza.

Quando tu osservi che c’è chi si mantiene autonomo e che «non importa quale cultura od esperienza abbia alle spalle (in questo periodo i discorsi più saggi li sento dalle persone meno scolarizzate ma a cui la vita ha insegnato a pensare)», stai appunto cogliendo un aspetto decisivo: la vera cultura non è elaborazione raziocinante, che pure può essere d’aiuto se non si attorciglia su se stessa fino a diventare autoreferenziale, ma crescita interiore. Ognuno di noi la può coltivare a modo suo, ma di sicuro dovrà stare attento, per riuscirci, a farlo con cura. E tenendosi alla larga, per quanto possibile, da ciò che invece gli è estraneo e potenzialmente tossico: come minimo, fonte di disturbo; al peggio, pericolo di contagio. 

(fz) 

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