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Obama: una lacrima non fa un galantuomo

D.

Ciao a tutti.

Un'immagine di qst campagna elettorale mi ha colpito molto. Si tratta di Obama con il volto rigato di lacrime, credo in Ohio, se la memoria nn mi inganna, dinanzi migliaia di lavoratori del comparto auto.

Ecco, mi chiedo, come debbano essere "interpretate" qst lacrime ?
Sono lacrime da stress elettorale, essendo stato quel dì l'ultimo giorno di una lunghissima maratona frenetica, dove, specialmente le ultime ore, hanno visto il presidente presenziare in più stati ?

Si sono trattate di lacrime "comprensive" per quella massa di lavoratori che perdendo la propria attività, piomberebbero nella disperazione? Caso nn molto dissimile dal pianto della ns Fornero per qnt riguardava la riforma delle pensioni. Lacrime, che di fronte la povertà sempre + marcata dei suoi concittadini, ormai nn più insabbiabile dal sistema, vede il Presidente impossibilitato per una reale soluzione del problema?

O cos'altro?

Emanuele Sgaramella

R.

Essere cinici, nelle scelte che contano davvero, non esclude affatto che poi si provino anche delle emozioni di altro segno. E tuttavia, ai fini del giudizio sulla persona e sul modo in cui essa svolge il proprio ruolo, ciò che conta sono le decisioni, anziché i fremiti.

Se questo è vero in assoluto, lo è a maggior ragione nel caso di Obama e di qualunque altro politico professionista che sia costretto, e alla lunga abituato, ad apparire spesso in pubblico e a fare tutto quello che può per accattivarsi il consenso degli elettori. In questa dinamica piena di sfaccettature, che si muove tra messaggi concettuali e suggestioni emotive, un qualche genere di coinvolgimento è indispensabile, e inevitabile.

Ma qual è la sua natura reale? È una vera empatia, che spinge a una genuina solidarietà e a un impegno assiduo per essere d’aiuto, o viceversa è solo l’attitudine del piazzista a entrare in sintonia con il prossimo per il tempo necessario a conquistarne la fiducia e a condurre a termine la vendita? O magari, a un livello più alto (e più nobile, almeno all’apparenza), è la qualità dell’artista che si esibisce in pubblico ed è capace, quantomeno per il tempo dello show, di instaurare una potente identificazione con chi lo sta a guardare e ad ascoltare?

Qui entriamo in un campo molto complesso, che rimanda sia alle tecniche di comunicazione che alla psicologia di massa. Al di là della predisposizione individuale, e della stessa sincerità che lo ispiri (o che lo abbia ispirato inizialmente), o presto o tardi un leader non può non passare dalla fase dell’istintività a quella della consapevolezza. Se in un primo tempo diceva o faceva qualcosa di efficace per pura intuizione, col tempo diventerà fatalmente conscio del fatto che, quand’anche senza cedere del tutto a un calcolo di pura convenienza, sta utilizzando dei metodi collaudati. Che possono anche mutare nella forma, lasciando spazio all’improvvisazione, ma che rispondono a degli schemi immutabili.

La differenza, quindi, la fa esclusivamente la buona fede. E ancora di più, come detto in apertura, ciò che si fa (ciò che si decide di fare) quando non si è più davanti a un uditorio.

Tornando a Obama, l’unico metro di giudizio che deve essere usato, essendo il solo che è davvero congruo alla sua funzione di presidente degli Usa, è quello relativo ai suoi atti di governo. Perché non dobbiamo mica invitarlo a cena, o andarci in vacanza, o sforzarci di comprendere che cosa vi sia nel fondo del suo cuore – dove peraltro, di regola, si annida un groviglio di caratteristiche e di pulsioni contrastanti – ma giudicarlo in base agli interessi che tutela e a quelli che viceversa ignora, o danneggia.

Detto brutalmente: chissenefrega se gli dispiace oppure no, che vi siano decine e decine di milioni di disoccupati o di poveri o di homeless. L’essenziale è da quale parte si schieri. E finora, com’è evidente, non si è schierato affatto dalla loro, nonostante la “rivoluzione” del Medicare e la pallidissima riforma della finanza speculativa con il Dodd Frank Act. 

Federico Zamboni

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