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Tra ribelli ci si incontra, o prima o dopo

Gentile Redazione, mi chiamo Letizia e sono un'abbonata dell'ultima ora. Sono approdata al Ribelle in modo piuttosto casuale, anche se, a ben vedere, un contributo attivo al caso viene sempre dato.

Parecchio tempo fa un amico carissimo, molto più grande di me, mi regalò per Natale un libro di Massimo Fini e un paio di altri testi. Fagocitati in men che non si dica, restano poi a fermentare nella coscienza per un tempo indefinito: quelle letture, unitamente alla scoperta del coinvolgimento in attività  politiche extra-istituzionali negli anni '70-'80 di persone a me vicinissime, lì per lì mi generano una specie di shock culturale. 

L'aspetto più dirompente delle letture in questione e dei percorsi politici oggetto di rivelazione (che, beninteso, non sono gli uni emanazioni delle altre, ma che tuttavia condividono precisi tratti genetici) é la radicale alterità  rispetto ai modelli di pensiero e di comportamento che mi avevano circondato fino ad allora. Praticamente mi ritrovo spalancate porte dietro cui pensavo non ci fosse niente, o, con un giudizio morale, niente di buono (e uso di proposito un termine così assoluto da esser vuoto).

"Ma dove hai vissuto prima?" Fa tanto Alice nel paese delle meraviglie, me ne rendo conto. Ma fino a un certo punto.

Sono approdata al Ribelle, dicevo, un po' per caso, mentre ricomponevo lo shock culturale di cui sopra con alcune ricerche. I conti che non mi erano mai tornati tanto bene, ora tornavano sempre meno. Le letture su internet mi hanno portato a voi, appunto. E così, dopo diversi mesi di newsletter e di frequentazione dei soli contenuti "aperti" del sito, complice da un lato il disgusto per le oscenità  circostanti, e dall'altro la curiosità  verso qualche neonato movimento politico ridicolizzato a destra e a manca,  l'interesse per i vostri articoli é diventato ineludibile e mi sono abbonata con i 9 euro al mese.

Figlia degli anni '80, ho ricevuto un'educazione famigliare e una formazione scolastica antitetiche, in un'opposizione che a quindici anni mi stimolava riflessioni riassumibili in sentitissimi ma generici "Dunque alla fine, siamo tutti uguali o no? E, sì o no, ma nel punto di partenza o nel punto di arrivo? Quale dev'essere lo scopo dello Stato?" . Poi tutti spirati in una remissiva e forse pigra "epoché", soluzione peraltro non difficile nel contesto della piccola provincia da cui provengo, dove le prese di posizione eclatanti, quando non sono neutralizzate dal silenzio perbenista che tutto pervade, mi sembrano sempre il riflesso opaco di quello che succede da qualche altra parte.

A ben vedere, oltretutto, si trattava di un'antitesi più di forma che di sostanza. Parametri di giudizio, prospettive, prese di posizione che a distanza di tempo leggo come due facce della stessa medaglia, come elaborazioni sovrastrutturali più o meno inconsapevolmente funzionali al mantenimento della stessa, identica, inossidabile struttura.

Riconosco a ciascuna di queste scuole di pensiero la propria peculiare incapacità, sul piano reale, di affrancarsi dal conformismo (o meglio, dall'anticonformismo) di cui esse stesse si nutrivano; ma riconosco agli individui che nel mio percorso hanno incarnato ciascuna di queste visioni il merito, sul piano teorico (paradossale però rispetto al fallimento pratico), di avermi inculcato il dubbio sistematico nei confronti dell'informazione di massa, perché plagiata e distorta per natura. 

"Vai oltre, leggi fra le righe" . 

"Cerca le voci fuori dal coro" . Amen.

Una delusione scoprire che alla fine tutte le voci cantavano la stessa canzone.

Una consolazione rendermi conto che, nonostante tutto, ho introiettato degli strumenti che in qualche modo mi hanno messo sulla strada di qualcosa di effettivamente diverso, capendo con l'intelletto perché d'istinto sentivo stonature in ogni voce.

I vostri articoli, sia che vi trovi -come spesso accade- la forma compiuta di riflessioni fulminee che, pur avendo fatto, non ho mai sostanziato, sia che vi riscontri posizioni diverse rispetto al mio sentire, offrono sempre stimolo e ispirazione. Un beneficio che travalica l'opera già  lodevole di offrire a chi vi legge notizie altrove represse, se non soppresse.

Spero che, anche grazie a questo, il mio dubbio sistematico si trasformi da tomba dell'azione a suo motore.

Detto questo, un breve parere sulla diffusione del vostro giornale, stimolato dagli interrogativi di Federico Zamboni in "I Ribelli potenziali: ecco il punto" e prima ancora da annunci relativi alle riunioni di redazione. 

Umilmente sostengo la scelta di ampliare il ventaglio di articoli fruibili dai non abbonati (specialmente articoli chiave): pensando alla mia esperienza personale, credo sia una linea che ripaga. 

Specularmente, condivido anche la scelta di mantenere il regime di abbonamento per molti contenuti: se l'alternativa é l'introduzione di pubblicità, sono strafelice di finanziare consapevolmente il giornale anziché beneficiare di una gratuità  che viceversa costa cara a occhi e cervello nello sforzo di bypassare l'inutile.  

Immagino poi che la questione social network sia di non facile soluzione. Certo, si stringe il cuore nel vedere cose di qualità  diventare carne da macello, a meno che non si sia pronti a tapparsi naso, orecchie e occhi, o ad armarsi di santa pazienza e instancabili argomentazioni. 

Forse, più che la condivisione di materiali dal sito, si potrebbe potenziare in contenuti e rigore proprio la pagina facebook del giornale.

L'ultima considerazione sulla circolazione delle idee del Ribelle é in effetti una domanda: esistono occasioni di incontro o dibattito al di là  di internet? Vivo a Roma, sono di Udine. Esistono gruppi attivi a livello dell'una o dell'altra legati al Ribelle? So dell'esistenza di Movimento Zero, ma non ho ancora contattato nessuno. In effetti, non so se é la stessa cosa.

Vi ringrazio per il tempo dedicatomi. Un cordiale saluto e buon lavoro.

Letizia Trinco

 

 

Siamo noi che ringraziamo te, Letizia. La tua è una lettera bellissima e rinfrancante, non solo e non tanto per il fatto che ti sei abbonata scegliendoci come fonte di «stimolo e di ispirazione», ma perché questa decisione si inscrive in una ricerca che è stata lunga e difficile, conservando però la forza necessaria a sopravvivere alle sue inevitabili perplessità, delusioni, battute d’arresto. Quella stessa ricerca che dovrebbero avviare un po’ tutti, nell’intento di comprendere la società circostante e cominciare ad immunizzarsi dai suoi stramaledetti virus, e che invece è tuttora ignorata dalla stragrande maggioranza.

La chiave di volta, infatti, è che il nostro lavoro presuppone che vi siano delle persone (persone, non acquirenti) capaci di recepirlo. Poiché l’obiettivo è diffondere un altro modo di pensare – e di vivere – noi guardiamo con favore a qualunque segnale che vada in quella direzione. Ne abbiamo bisogno, semplicemente. Più aumentano i livelli di fastidio, di inquietudine, di rifiuto, nei confronti del modello dominante, e più si accrescono le possibilità di trasformare quelle reazioni istintive in una crescente e definitiva consapevolezza.

Ovviamente crediamo moltissimo in quello che facciamo, anche perché sappiamo che questo progetto ha una miriade di potenzialità ancora inespresse (più abbonamenti significano più soldi da utilizzare sia per acquisire altri collaboratori che per ogni altra iniziativa utile a farci conoscere – e magari in grado di attivare quei gruppi di “attivisti” di cui ci chiedi e che purtroppo non esistono ancora), ma allo stesso tempo non pretendiamo affatto di avere l’esclusiva su certe tematiche antisistema. Al contrario: c’è talmente tanto da fare, per creare un qualche contrappeso alla smisurata pressione esercitata dai media mainstream, che c’è spazio per innumerevoli contributi. Come dicevano in un film, imperniato sulla costruzione di una casa da parte di un uomo che aveva un male incurabile e che voleva realizzare, in extremis, qualcosa in cui riconoscersi davvero, «due mani in più fanno sempre comodo».

Si dice «mani», ma ovviamente si vuole dire anche tutto il resto. Cervello, energia, cura.

Benvenuta a te, Letizia. Benvenuti a quelli che forse si aggiungeranno in seguito e che queste righe, intanto, le leggono da utenti esterni: meglio qui di passaggio, che imbambolati altrove.  

Che peccato, la WebRadio! Ci autotassiamo?

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