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Lettere: "Noi, l’M5S e i “coglioni” filo Pd"

(Risposta a un commento all'articolo "Grillo inchioda gli elettori M5S con simpatie PD")

D.

Condivido molte delle vostre argomentazioni ed opinioni. Ciò che non condivido è l'affibbiare il termine "coglioni", di berlusconiana memoria, a chi esprime dubbi su determinate posizioni del movimento 5 stelle.

Avere dei dubbi mi sembra più che umano. Io sono uno di quei "coglioni" che qualche dubbio, pur dando il mio appoggio al movimento da tempo, ce l'ha.

Saluti
Massimo Galvani
 

R.

Il tema è interessantissimo. Come vedremo, infatti, permette di aggredire uno dei peggiori luoghi comuni all’interno di quell’altro, dannosissimo luogo comune che è il “politicamente corretto”: l’idea (la pretesa) che tutte le opinioni siano degne di rispetto.

La questione va però sdoppiata. Al primo livello, di carattere generale, c’è la liceità dell’utilizzo, in un intervento pubblico come lo è un articolo, di un termine offensivo che venga rivolto a un’intera categoria di persone. Chiariamo una cosa, per cominciare: la discriminante non deve essere l’uso della cosiddetta parolaccia, che nel caso specifico equivale a “stupidi”, ma il giudizio d’insieme. Anziché estrapolare la singola frase, o persino la singola parola, bisogna valutarne il contesto e le eventuali argomentazioni. A maggior ragione, poi, se l’“insulto”, come nel mio pezzo, è arrivato proprio all’ultima riga, diventando l’epilogo di un ragionamento ormai concluso. 

Proprio perché si tratta di un giudizio, del resto, il significato resterebbe negativo – e per certi versi, forse, risulterebbe persino più sprezzante – se si ricorresse a degli eufemismi. Poniamo, infatti, che invece di “coglioni” avessi scritto “sapientoni”, o “illusi”, o “ottimisti”. Oppure, citando il Pasolini di Il Pci ai giovani, «cari e care». Sarebbe apparso meno sgradevole, ai destinatari? 

Se la risposta fosse sì, vorrebbe solo dire che sono talmente superficiali da confondere l’apparenza (non la forma: l’apparenza) con la sostanza. L’intento, infatti, rimarrebbe identico. Riassumere in maniera stringata, e ancora più esplicita, una delle due tesi che attraversano l’articolo: chi adesso si sorprende e si lamenta per la totale chiusura di Grillo nei confronti del Pd «quando ha votato il MoVimento 5 Stelle lo ha fatto senza averci capito niente».

Ciò che è ingiustificato, quindi, non è esprimere dei dubbi sulle posizioni del M5S, cosa che qui sul Ribelle abbiamo fatto in lungo e in largo, ma cadere dalle nuvole e insorgere di fronte a delle scelte parlamentari che non fanno altro che riflettere, pari pari, quanto era stato affermato/ribadito/urlato in precedenza.

Detto questo, veniamo all’altra faccia della medaglia, che in effetti è anche la più importante: la persistente, illogica, colpevole tendenza a sottovalutare il miscuglio di malafede e di opportunismo che impregna i partiti politici “tradizionali”, rendendoli i complici, nonché il paravento, dei potentati economici che mirano ad asservire ai propri scopi l’intera società. Un atteggiamento che può assumere molte forme diverse, a seconda dell’orientamento personale, ma che in particolare risalta, e stride, in coloro i quali continuano a credere – a voler credere – che il vizio capitale della politica italiana sia solo Berlusconi. E che perciò, una volta che si fossero tolti di mezzo lui e i suoi sostenitori più stretti, si potrebbe pervenire via via a una profonda e definitiva bonifica del quadro complessivo.

In parole povere, il Pd è (sarebbe) di gran lunga migliore del PdL. Per cui, dal punto di vista del M5S, non si dovrebbe escludere a priori di allearsi con Bersani, manifestamente una persona dabbene, per procedere alle riforme condivise. 

Ciò che sfugge ai propugnatori di queste intese, però, è che tale convergenza si esaurirebbe in alcuni ambiti pubblici, dalla legge elettorale al numero dei parlamentari e al finanziamento dei partiti, senza andare affatto a toccare i nodi davvero fondamentali. Che, come i nostri lettori assidui sanno benissimo, non sono quelli, pur importanti, della cattiva amministrazione della cosa pubblica o della corruzione vera e propria, bensì le caratteristiche fondanti e irrinunciabili del modello economico dominante. Dalla speculazione finanziaria al massimo profitto, dall’usurpazione della sovranità monetaria alle iniquità strutturali nella distribuzione della ricchezza, dal mito della crescita infinita alla creazione di bisogni indotti sempre più artificiosi e manipolativi.  

In presenza di tanta ottusità, che quantomeno dal 2008 in avanti non ha più alcuna attenuante, essere drastici non è solo lecito. È necessario. Perché qui non si contrappongono solo delle tesi teoriche, ma delle scelte con enormi ripercussioni pratiche. 

Chi si ostina ad assecondare le versioni più accomodanti – dal Bersani “serio” al Renzi “innovatore” – perde ogni diritto a essere sia scusato, sia rispettato. Il mio «coglioni» era rivolto a loro, e in questa chiave non posso che riconfermarlo: se loro si sentono offesi da una parola, io credo che ci siano ragioni molto maggiori per sentirsi “offesi” dalla loro interminabile acquiescenza nei confronti dell’establishment, nazionale e internazionale, che ci domina. Che ci umilia. Che ci “insulta” con la generalità delle sue scelte e delle sue imposizioni.

Quelli che sostengono Renzi vanno a sostenere, di fatto, ciò che Renzi non ha la benché minima intenzione di attaccare: questa Unione europea, questa Bce, questo Occidente di matrice statunitense. E definirli coglioni, allora, diventa persino troppo poco. 

Federico Zamboni

Ah, il "benaltrismo"

Ancora sul "caso Messora"