Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Sfogarsi humanum est. Disperarsi diabolicum

D

Si sono abbassate le nostre difese immunitarie, siamo soli uno contro l'altro in competizione per qualsiasi cosa. Abbiamo troppi mezzi a disposizione per sfogare la nostra rabbia, tutti virtuali compreso questo che sto usando in questo momento.

Si permettono addirittura con apposite trasmissioni tv di svelare anche il più scandaloso misfatto della corrotta politica odierna, senza temere reazione, assorbiamo tutto seduti sul divano di casa, al limite litighiamo con il vicino che non la pensa come noi, ma niente più.......... le generazioni future non si incontreranno al bar tanto meno allo stadio o in qualsiasi altro luogo di contatto sociale, gli esseri del prossimo futuro saranno degli schiavi simili a spugne giganti in grado di sorbirsi qualsiasi stupidaggine pur di giustificare la loro misera esistenza,il tutto seduti innocuamente sul ''divanone di casa''. Vanno bene anche gli stipendi da 500 euro al mese, per i governi attuali tentar non nuoce! Fino a prova contraria.............

Rosanna Rizzo 

R

In generale sono d’accordo con te, e specialmente sulla caduta delle «difese immunitarie». Non lo sono, invece, sul fatto che il Ribelle rientri fra i tantissimi spazi virtuali che, permettendo di sfogare la propria rabbia, finiscono anche per disperderla. Riducendola a un esercizio sterile di contemplazione, benché critica, da osservatori inerti che a poco a poco si abituano a tutto. E che, invece di scagliarsi “concretamente” contro i responsabili della situazione attuale, si accontentano di sbraitare, o viceversa di rimuginare, il loro malcontento e la loro frustrazione.

Non è così che concepiamo il nostro lavoro. E non è questo il modo in cui vorremmo che i nostri lettori, specie se abbonati, lo recepissero. 

Benché il Ribelle sia essenzialmente un’iniziativa editoriale, e non un movimento politico, non significa affatto che l’obiettivo sia solo spargere parole, il cui esito-intento-destino si esaurisca in una gratificazione momentanea e fine a se stessa. Tanto di chi le scrive, quanto di chi le legge. 

Come abbiamo chiarito altre volte, la nostra prospettiva è quella della metapolitica: che però non va assolutamente confusa con la “non politica”, per cui ci si rifugia nel mondo dei bla-bla astratti per schivare altre forme di azione, e che al contrario mira a diventare il prologo di una rivolta consapevole contro le vere cause, e i veri artefici, del degrado odierno. I due piani – quello della comprensione teorica e quello delle scelte pratiche – non sono affatto separati, ma intimamente connessi. Lo studio di ciò che accade, e che deve essere analizzato a fondo per non precipitare nel massimalismo di bassa lega, è una sorta di addestramento in vista di quello che sopravverrà in seguito. 

Un addestramento mentale, in un’accezione estensiva che ricomprende la sfera psichica, attraverso il quale si può avviare quel processo di rigenerazione interiore che è il primo requisito di un vero rivoluzionario. Ciò che spessissimo rende sterile il malcontento, infatti, è proprio la mancanza di una qualità umana superiore in coloro che si scagliano contro il potere solo perché non sono soddisfatti (anche a ragione, ci mancherebbe) della loro posizione sociale.

Viceversa, bisognerebbe coltivare la propria alterità in una chiave che non sia rivendicativa, ma affermativa. Nel primo caso si troverà conforto, e realizzazione, solo nell’attaccare l’establishment, nel tentativo di costringerlo ad arretrare almeno su qualcosa; nel secondo, invece, si avranno a disposizione innumerevoli occasioni in cui rafforzare sé stessi e interagire con gli altri in base a valori diversi da quelli dominanti. A proposito: un errore comprensibilissimo, ma da evitare o almeno da tenere a bada, è quello di litigare «con il vicino che non la pensa come noi». Più che di discussioni, c’è un gran bisogno di interazioni. Che, senza ergersi a modelli calati dall’alto, servano come esempio. 

Tornando al Ribelle, basta vedere il modo in cui si svolgono le nostre discussioni, con un rispetto reciproco che è agli antipodi degli standard dei forum online, per rendersi conto di come si possa dar vita a rapporti di tutt’altro segno rispetto alla mediocrità  dilagante – e nevrotica. La sfida, per ciascuno di noi, è quella di riversare il meglio di ciò che siamo, e di ciò che diventeremo via via che le nostre potenzialità si svilupperanno, nei vari ambiti in cui viviamo.

La metapolitica, dunque, non solo come riflessione intellettuale che si esaurisce nel dire, ma come pratica esistenziale che si rispecchia nel fare. Ogni volta che ci comportiamo in una maniera alternativa a quella corrente, stiamo creando delle piccolissime enclave nel circostante “Impero dell’omologazione”. Se riusciremo a comunicarne ad altri la bellezza, il nitore, la verità (umana, assai prima che concettuale), potremo iniziare a popolare quei minuscoli territori, rendendoli un po’ meno minuscoli. Un po’ meno disabitati. 

È quella che già nell’aprile 2009, sul numero 7 del mensile, chiamai “La rivoluzione del centimetro quadrato” (qui). E nel mio piccolo, dentro e fuori la redazione del Ribelle, è un atteggiamento così radicato da equivalere a un imprinting. Non mi immalinconisco chiedendomi se servirà a cambiare il mondo: di sicuro ha cambiato la mia vita, in meglio. L’ha resa più libera, più limpida, più autentica. 

Ottime basi, credo, per bonificare almeno un pezzetto (qualche pezzetto, grazie alle altre persone della stessa pasta che capita di incontrare e con le quali ci si riconosce) di questa stramaledetta palude. 

Federico Zamboni

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