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Il Pigneto Liberato
Simone Ghelli
0111 Edizioni

Romanzo, racconto lungo? Sicuramente una “dichiarazione d’amore” per un quartiere di Roma, il Pigneto che, come il libro di Simone Ghelli, sfugge ai tentavi di facile classificazione. Un’isola, così lo considera il nostro autore, ed il Pigneto in fondo lo è, non un isola di mare però, è un’isola fluviale chiusa fra i grandi tumultuosi flussi di traffico di una Roma cui cerca di sfuggire.

Il Pigneto è un quartiere particolare, villette basse, quasi signorile e profondamente popolare al contempo. Particolare come la scrittura di Simone Ghelli, che oscilla fra prosa e poesia, fra popolare e aulico, ma non troppo aulico, il Ghelli è toscano sì, ma per fortuna di Piombino e conserva una certa quale quella ruvidezza e ironia fra il livornese e il maremmano che salva noi, e il Pigneto, da insostenibili fiorentinismi e ci regala una gradevole lettura trasportandoci in mondo sospeso fra il “fantasy” e il “neorealismo”.

La voce narrante del libro è Rinaldo Tasso, non un caso, il Pigneto Liberato è una sorta di Gerusalemme Liberata al contrario, cui, peraltro, liberamente si ispira. È la storia di una rivolta piena di contraddizioni in un quartiere che è stato di recente riscoperto e proprio per questo sta perdendo se stesso le sue radici. Trasformato in una sorta di “Greenwich Village de noantri”, dove alle vinerie si sostituiscono wine bar impestati da intellettualoidi della peggiore risma che vanno soppiantando gli antichi abitanti del quartiere e soffocandone lo spirito.

Ironia e malinconia si fondono per un tempo ripianto e per questo ormai andato, irrimediabilmente perso. Il quartiere cambia, come è cambiata Roma, e resta solo un rimpianto dolce per i tempi che furono della Pigneto del neorealismo, delle villette dei ferrovieri e le baracche. Baracche divenute case condonate, i cui prezzi lievitano, così gli abitanti ne approfittano e se ne vanno, fuggendo da quella che è stata la loro povertà, approfittando di un’improvvisa possibilità di benessere.

Qui troviamo una delle contraddizioni della “dichiarazione d’amore” del Ghelli, lui grossetano, in fondo anche lui elemento estraneo alla vecchio Pigneto, forse ama una Pigneto mai esistita, amata ma forse anche odiata nella povertà di molti suoi abitanti. Non tutto era idilliaco, specie nelle baracche di Pasolini, forse non è giusto criticare chi vuole fuggire la miseria di un tempo, vissuta in un quartiere i cui aspetti romantici non poteva certo cogliere.

Certo è un altro pezzo di Roma che se ne sta andando, peccato, la dichiarazione d’amore del Ghelli è pienamente comprensibile e condivisibile, come la rivolta che immagina al Pigneto… solo che nello sperare che un quartiere così bello e particolare conservi la sua anima e vedere la salvezza di ciò nell’immigrato extracomunitario ed in particolare quello islamico… beh la contraddizione è enorme, il rivolgimento delle abitudini è ancor più profondo! Certo non è politicamente corretto quanto scrivo, ma è così. Se una “norcineria” diventa un negozio di gastronomia fine, una sorta di gioielleria del maiale, resta comunque una salumeria, un kebab no. Non c’è spazio per la Norcia che dai tempi di prima che fosse Impero scende a Roma se i saraceni riprendono possesso del Santo Sepolcro, come recita il sottotitolo del libro, e questo snaturerebbe il pigneto più di un Wine bar che sostituisce la vineria, l’islam sostituisce il vino abolendolo e basta.

Insomma se il destino del Pigneto è quello di diventare un “Villane de noantri” è ben triste, ma sempre meglio di fare la fine di Piazza Vittorio e dintorni che è diventata chinatown, dove non dico sono scomparse le scritte della Roma che fu, ma anche quelle in italiano. Insomma l’anima del Pigneto non la si salva con insegne che vanno lette da destra a sinistra e che certo mai potranno significare “vineria”.


Ferdinando Menconi