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La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
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    Dal 1 gennaio 2013, gli approfondimenti del Mensile vengono pubblicati all'interno del flusso principale del sito IlRibelle.com e negli "Speciali"

    (qui sotto, le raccolte degli articoli divisi per mese, in formato Pdf ed eBook)

    martedì
    dic092014

    Ribelle 63 - Novembre 2014

    mercoledì
    nov052014

    Ribelle 62 - Ottobre 2014

    martedì
    nov042014

    Ribelle 61 - Settembre 2014

    venerdì
    set052014

    Ribelle 60 Luglio-Agosto 2014

    Qui la raccolta dei mesi di Luglio e Agosto 2014

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    lunedì
    lug142014

    Ribelle 59 - Giugno 2014

    Qui la raccolta degli articoli del mese di Giugno

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    Versione eBook

    martedì
    lug082014

    Ribelle 58 - Maggio 2014

    Raccolta articoli del mese di maggio 2014

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    versione eBook

    martedì
    mag132014

    Ribelle 57 - Aprile 2014

    Raccolta articoli del mese

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    martedì
    apr012014

    Ribelle 56 - Marzo 2014

    Raccolta articoli del mese

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    lunedì
    mar032014

    Ribelle 55 - Febbraio 2014

    Raccolta degli articoli del mese

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    sabato
    feb012014

    Ribelle 54 - Gennaio 2014

    Raccolta degli articoli del mese

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    martedì
    gen282014

    Ribelle 53 - Dicembre 2013

    Raccolta degli articoli del mese

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    lunedì
    feb042013

    Ribelle 52 - Speciale USA: United States of Anomie

    martedì
    dic182012

    Dicembre 2012 - anno 5 - numero 51

    martedì
    dic182012

    Era il 1968, e Pasolini scrisse che…

    Lo hanno frainteso fin dall’inizio. E in seguito lo hanno strumentalizzato innumerevoli volte, ignorando tutto quello che andava in direzione contraria e che sarebbe servito a ripristinare la verità.

    Eppure c’era l’imbarazzo della scelta, per chi avesse avuto l’intenzione, e l’onestà intellettuale, di andare nella direzione giusta: c’erano innanzitutto i versi scritti da Pasolini nel 1968, dopo gli scontri di piazza a Valle Giulia, da leggere da cima a fondo anziché fermarsi ai soliti frammenti estrapolati e riduttivi; e poi le ampie e convincenti precisazioni che egli stesso aggiunse nel tentativo, vano, di fugare i malintesi; e infine i ripetuti interventi di chi, sull’arco degli oltre quarant’anni che sono trascorsi da allora, si è sforzato a sua volta di disperdere la nebbia degli equivoci, e degli abusi.

    Non è bastato. Non lo si è voluto far bastare.

    “Il Pci ai giovani” (qui) è diventato un caso esemplare di distorsione che penetra nell’uso corrente e lo invade, fino a sostituirsi all’originale. Di quella composizione lunghissima, che i più citano per sentito dire e che molti meno si sono presi la briga di leggere, si ricorda quasi sempre solo un breve estratto. Solo le poche righe in cui Pasolini attacca i dimostranti, figli di borghesi e quindi contaminati dai vizi mentali, e morali, dei propri genitori, contrapponendoli ai celerini, appartenenti a un ceto assai più modesto e perciò, almeno teoricamente, meno esposto alla corruzione interiore che si accompagna agli agi materiali. 

    «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti. / Perché i poliziotti sono figli di poveri».

    A partire da questo limitatissimo estratto, che come avviene spesso con le citazioni parziali si risolve in una sintesi errata, si proclama a gran voce che in quegli anni Pasolini si schierò dalla parte delle forze dell’ordine, e contro gli studenti. Una versione arbitraria che confonde la simpatia per i singoli agenti con l’apprezzamento per il loro ruolo, incardinato come sempre sul dogma dell’ordine pubblico. Una falsificazione colossale che pretende di mettere sul medesimo piano tanto i soldati che fanno la guerra più o meno per caso, spinti ad arruolarsi dai quattro soldi della paga o dalla mancanza di alternative o da altri motivi altrettanto beceri, quanto i loro superiori. I loro comandanti. I loro mandanti.

    I poliziotti di cui si parlava nella poesia erano visti, in realtà, per i disgraziati che erano. I classici coscritti che vengono intruppati alla svelta e spediti in trincea come prima barriera di fronte al nemico. Pazienza, se ci lasceranno la pelle. E tanto di guadagnato, invece, se la pratica della violenza li abbrutirà, rendendoli ancora più pronti a eseguire ogni genere di ordine. Anche il più abietto. Anche quello che trasforma un militare in un sicario, e un agente di polizia in uno sgherro di chi detiene il potere. Di chi il potere lo usurpa.

    Scriveva Pasolini: «E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,  / con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio / furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, / è lo stato psicologico cui sono ridotti / (per una quarantina di mille lire al mese): / senza più sorriso, / senza più amicizia col mondo, / separati, / esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali); / umiliati dalla perdita della qualità di uomini / per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)».

    Solo una totale ignoranza, o una totale malafede, possono indurre a persistere nell’errore. Tanto più che, come già abbiamo accennato, non sono affatto mancati i richiami a una lettura diversa e finalmente corretta. O almeno problematica, così come problematico era il testo di Pasolini. Nato nel segno della complessità, e concepito allo scopo di contrastare i nascenti luoghi comuni del Sessantotto. Ridotto suo malgrado a semplificazione di retroguardia, come potrebbero scodellarla dei politicanti in carriera.

    Tradito non solo nel suo contenuto, ma ancora prima nella sua funzione. Anziché vederlo, e riconoscerlo, come un passaggio all’interno di un percorso ancora da compiere, ancora da tracciare, lo si è spacciato per un punto di arrivo. Una conclusione a favore dello Stato. Una sentenza di condanna per chiunque, in quei giorni di rivolta o nel tempo a venire, decidesse di scargliarvisi contro.

     

    I fottuti banalizzatori

    Pasolini lo spiegò approfonditamente, come andava letto il suo testo. E da scrittore consapevole qual era, agli antipodi dello stereotipo romantico del poeta pervaso da un’ispirazione che arriva da chissà dove e alla quale ci si può solo abbandonare, precisò che il travisamento del contenuto scaturiva da una totale incomprensione della forma letteraria.

    «Sia dunque chiaro che questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti "sdoppiati" cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una “captatio malevolentiae”: le virgolette sono perciò quelle della provocazione».

    Se in precedenza il malinteso poteva avere qualche minima attenuante – ammesso che l’ignoranza e la superficialità si possano far rientrare nella categoria, misericordiosa, della buonafede – da lì in poi degenerava nel dolo. Chi avesse persistito nell’errore, ovvero nella mistificazione, se ne sarebbe dovuta addossare l’intera responsabilità. E prepararsi a essere seppellito sotto l’evidenza, incontrovertibile, della smentita che era sopraggiunta da parte dell’autore.

    Alla scorrettezza degli uni, invece, si è puntualmente sommata l’indolenza collettiva. Anziché stroncare in malo modo ogni ulteriore tentativo di attribuire a Pasolini ciò che lo stesso Pasolini aveva accuratamente negato, si è lasciato che la menzogna venisse ripetuta a oltranza. Fino a cancellare, appunto, il significato effettivo dell’opera e rimpiazzarlo con una deformazione arbitraria, di per sé risibile ma sempre più diffusa e, per pazzesco che possa sembrare, perentoria e incontrastata.

    Così, vedi quanto è accaduto anche recentemente in occasione delle manifestazioni di piazza e dei tafferugli (in verità assai blandi) con le forze dell’ordine, quelli che sbandierano i versi di Pasolini contro gli studenti “borghesi” sono a loro volta dei borghesi, e della peggiore specie. Allo stesso modo in cui sorvolano sulle altre parti della poesia, quindi, ignorano bellamente che l’addebito essenziale mosso nei confronti dei giovani era proprio di essere affini ai loro genitori.     

    «Avete facce di figli di papà. / Vi odio come odio i vostri papà. / Buona razza non mente. / Avete lo stesso occhio cattivo. / Siete pavidi, incerti, disperati / 
    (benissimo!) ma sapete anche come essere / prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: / prerogative piccolo-borghesi, cari.
    » 

    È questo, il vero filo conduttore. Sotto la patina del “profumo di sinistra”, come lo definirebbe oggi Nichi Vendola, Pasolini avvertiva il tanfo delle classi dominanti, con la loro arroganza e la loro grettezza che si trasmettono, al pari del patrimonio famigliare e delle entrature in questo o quel settore dell’establishment, di generazione in generazione. Metà vizio ereditario, e metà virus che può aggredire chiunque non sia abbastanza forte da essere immune. Metà vocazione istintiva ad arroccarsi, materialmente e moralmente, nei propri privilegi e nelle proprie convinzioni. Metà opportunismo calcolato e onnivoro, pronto ad appropriarsi di tutto ciò che può far comodo: compresi gli scritti di un avversario irriducibile e lucidissimo, che essendo ormai morto, e già da quasi quarant’anni, non può più dire-ripetere-urlare che a quei ragazzi del Sessantotto non stava affatto chiedendo di essere più moderati e più rispettosi dei poliziotti.

    L’istanza, amareggiata e perciò sarcastica, era un’altra. Identificare il nemico autentico, ucciderlo dentro e fuori se stessi, tentare il miracolo pressoché impossibile di rinascere come persone nuove.

    Una tipica follia da poeti, e da rivoluzionari.

    Federico Zamboni

    martedì
    dic182012

    Democrazia diretta e carismatica

    Avvertenza: questo è un articolo di pura e sfacciata teoria. Più meta che politico. Ogni tanto ci sta, per non impelagarsi masochisticamente nella cronaca politica da basso impero. L’aria pura delle idee alte e la visione di un largo orizzonte serve a ritemprarsi, come quando ci si ferma in un cammino faticoso a guardarsi attorno, e ci si domanda il perché del cammino. 

    La critica radicale alla democrazia rappresentativa costituisce un punto fermo di questo giornale fin dagli albori. Sottolineo rappresentativa. È il sistema della delega come forma esclusiva di “democrazia realizzata” in Occidente a rappresentare un’illusione nient’affatto innocente – in realtà la copertura ideologica meglio riuscita all’oligarchia finanziaria del trionfante industrial-capitalismo per far accettare ai sudditi il proprio dominio, anestetizzandone la capacità di ribellione attraverso un mundus imaginalis di elezioni partitocratiche e diritti sostanzialmente commerciali. Se non si vuole prendere la strada coercitiva del totalitarismo o quella utopistica dell’anarchia, una ragionevole alternativa può essere la democrazia diretta. Ma è bene intendersi sul suo significato.

    Ethos democratico

    Intesa in senso assoluto, l’unica storicamente esistita nella nostra civiltà è stata quella di Atene nel IV secolo a.C. Nacque come governo dei “molti” (il demos era la moltitudine meno abbiente del popolo) in contrapposizione allo strapotere dei “pochi” (l’oligarchia). Tramite il voto diretto, le turnazioni, i sorteggi e un complesso meccanismo di pesi e contrappesi istituzionali, si cercava di mitigare il più possibile il vantaggio economico, considerato ingiusto, delle maggiori famiglie e gruppi d’interesse sulla maggioranza della popolazione. L’ideale esposto da Pericle nel famoso Discorso attribuitogli da Tucidide era infatti la libera espressione del valore umano, etico e civile di ciascuno, indipendentemente dalla nascita o dal censo. Una Weltanshauung eticamente aristocratica – il massimo sviluppo delle potenzialità di bellezza interiore ed esteriore, sprezzante del denaro e della tendenza anti-vitale alla conservazione - al fondo di una concezione egualitaria: questa l’origine greca della democrazia. 

    Carisma

    Il sogno si avverò per circa un trentennio, durante il quale, tuttavia, a dominare la scena politica fu appunto Pericle. Non è esagerato definire quella ateniese, perciò, una democrazia diretta e carismatica. E carismatica in quanto diretta. La contraddittorietà apparente non deve ingannare. È proprio perché l’obbiettivo sommo è rappresentato dal dispiegamento della personalità individuale che si rende possibile, e in questa logica persino doverosamente coerente, l’emergere di un uomo straordinario per abilità politiche e fascino popolare – per carisma, appunto. Sono l’aura e la bravura del politico che assurgono a virtù in un confronto e scontro dialettico basato sulle pari opportunità, senza squilibri sociali di partenza. In questo senso, quando i critici della democrazia diretta la accusano di far da anticamera alla dittatura e le aggiungono l’aggettivo di “plebiscitaria”, colgono un rischio che effettivamente è connaturato a tale metodo di governo. Il fatto è che, essendo umana, ogni organizzazione del potere è per definizione imperfetta e soggetta a trasformazioni, fino al rovesciamento in qualcos’altro. Se ci ponete mente, i periodi considerati di splendore e progresso – concepito come progressione, e non, illuministicamente, come un miglioramento infinito e messianico – sono quelli in cui lo Stato raggiunge un equilibrio fra istituzioni, potentati e classi sociali. Si pensi, per stare all’antichità, al principato augusteo, continuato bene o male per due secoli. Ma siccome tutto scorre e cambia, ad un certo punto l’assetto si disgrega per far posto ad un altro, che prima o poi si cristallizza in un’altra forma duratura fino alla successiva crisi e metamorfosi. 

    Primato della democrazia diretta

    Il carattere che fa guardare la democrazia diretta-carismatica come migliore rispetto a quella rappresentativa-oligarchica risiede prima di tutto nella maggiore aderenza alla missione di elevare il singolo, almeno potenzialmente, al suo diritto-dovere di agire come cittadino tramite il voto diretto, e in secondo luogo nella liberazione della dimensione politica da quella economica, dato che tutti partecipano su tutto senza distinzioni classiste (anche qui, la Storia insegna: il primo vagito democratico ad Atene avvenne con Solone, anche lui personaggio fuori dal comune, che limitò l’ingiustizia sociale con una moratoria sui debiti, che allora rendevano schiavi – esattamente come oggi le nazioni europee coi debiti sui mercati). 

    Modelli ideali e concreti

    Il difetto sta invece nella realizzabilità. Occorrerebbero ambiti di autogoverno sufficientemente piccoli – di qui il logico connubio col federalismo, che a partire dalla tasse si adatta alla perfezione come cornice di una democrazia senza delega. Ma proprio senza delega? Oltre alla localizzazione circoscritta, in un mondo globalizzato le unità territoriali non possono rinchiudersi nel minuscolo, ma integrarlo in spazi più ampi. Un’Europa delle piccole patrie sarebbe la soluzione ideale, con una combinazione di democrazia diretta in basso su buona parte delle materie, e, qua sì, un’attribuzione di altre ad un consesso delegato continentale. Il sistema misto svizzero, con cantoni da una parte e confederazione dall’altra, tenute insieme da referendum popolari ed elezioni generali, può essere preso ad esempio. Purché la bilancia penda sui primi e non sulle seconde. 

    Rischio necessario

    So cosa sta ruminando qualcuno di voi che mi legge. Eh, ma il plebicitarismo può portare alla tirannia, questo è il problema. Sapete che c’è? Che io rischierei. Rischierei volentieri di battermi per una democrazia integrale che può tramutarsi in quella che gli antichi chiamavano demagogia, e noi dittatura. Perché potrò sempre ribellarmi al tiranno. Insorgere costerebbe pericoli, disgrazie, sofferenze e lutti? Allora ribatto con una domanda: preferireste continuare a vivere nella soffocante bambagia di un sistema che vi rende schiavi e vi viene pure a dire che è bene sia così, o fare almeno il tentativo di provare la libertà, a costo di perderla? E’ meglio rinunciare a priori per paura o correre il pericolo? Scrive Nietzsche nella Gaia Scienza: “Saluto con gioia tutti i segni che indicano l'arrivo di un'epoca più virile, più guerriera, che porterà in onore sopratutto il coraggio. Perché essa dovrà aprire la via ad un'epoca ancora più alta che riunirà le energie necessarie un giorno, che introdurrà l'eroismo nella conoscenza e condurrà guerre per il pensiero e per le sue conseguenze. Per questo compito occorrono adesso molti precursori, molti uomini valorosi, i quali però non possono balzar fuori dal nulla, e tantomeno dalla polvere e dalla melma dell'odierna civiltà e delle culture delle grandi città. Occorrono uomini i quali sappiano essere silenziosi, solitari, decisi, contenti della loro attività occulta e perseveranti e dotati dell'intimo impulso a ricercare in tutte le cose l'ostacolo da sormontare; uomini sereni, pazienti, semplici quanto magnanimi nella Vittoria ed indulgenti verso le piccole vanità di tutti i vinti; uomini capaci di giudicare con acume e libertà tutti i vincitori e di decidere quanta parte abbia il caso in tutte le vittorie e glorie; uomini con i loro giorni di festa e di lavoro e di lutto, esperti e sicuri nel comando e pronti, ove occorra, all'ubbidienza, e nell'uno e nell'altro caso ugualmente fieri e decisi a servire la loro causa; uomini più pronti ad esporsi, più fecondi, più felici! Poiché credetemi, il grande segreto per cogliere il maggior frutto, ed i maggior godimento della vita, sta nel vivere pericolosamente”. 

     

    Alessio Mannino


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