Ottima scelta

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Congo senza futuro


Un Paese insanguinato dalle lotte 

intestine, sotto gli occhi di un Occidente 

che lascia fare. Consapevole 

che il caos agevola lo sfruttamento     

 

di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci

Non c’è niente da fare: l’Africa è un continente scomodo, di cui non si deve parlare, e dove può succedere qualsiasi cosa. Quel continente lontano di cui non è interessante parlare, perché abbassa l’audience. E soprattutto, quel continente che se le notizie venissero fuori, imporrebbe al mondo intero una presa di coscienza vera e dolorosa. Perché riguarda situazioni drammatiche che perdurano da decenni.

Il Congo è l’emblema di questo assioma. Terra ricca e fertile, potenzialmente un paradiso, è in realtà una nazione in guerra permanente. Violenze, massacri, stupri, rapimenti sono all’ordine del giorno. Eppure i mass media e le Istituzioni internazionali non se ne accorgono, si lavano la coscienza con gli aiuti a pioggia e alimentano un carrozzone inutile per il popolo congolese. Incredibilmente, anzi, ha fatto notizia l’attacco dei ribelli del generale Laurent Nkunda di fine ottobre: forse perché gli scontri sono arrivati fino alle porte di Goma, capoluogo della ricca regione orientale del Kivu. O, più probabilmente, perché i nuovi scontri (già, perché la guerra era già in corso da almeno un anno e mezzo) sono scoppiati dopo la firma di una concessione mineraria alla Cina. D’altra parte in Congo non c’è solo il mai sopito odio etnico tra hutu e tutsi. O una guerra irredentista per la difesa delle minoranze. O ancora, un nazionalismo inventato da una delle tante fazioni armate. 

Quella in Congo è tra le missioni più 

costose delle Nazioni Unite. Ma i Caschi Blu restano defilati. Se avviene 

un massacro a 300 metri dalla base

delle truppe Onu, nessuno interviene.

Nel cuore di tenebra dell’Africa nera, i motivi del contendere sono tutti questi. Ma anche un motivo economico, ovvero la rinnovata guerra asimmetrica post-coloniale. Il Congo è ricco di materie prime: oro, argento, rame, ma soprattutto uranio e coltan. Questa fanghiglia radioattiva che fino a pochi anni fa non veniva neanche considerata, oggi è fondamentale per l’industria dell’hi-tech e per quella aerospaziale. La famigerata playstation 2 è stata costruita con il coltan. Come tutti i nuovi micro-telefonini. E come anche i motori dei missili o i visori notturni che si usano in guerra. Bene, il coltan è conteso da tutto il mondo. Le grandi corporation anglo-americane sconfinano quotidianamente in Kivu dal Rwanda per depredare il sottosuolo congolese. Per tutta risposta il governo di Kinshasa, appoggiato dall’Angola, ha venduto la sua ricchezza a Pechino. Il risultato? La guerra. O meglio, scontri “a bassa intensità” di cui il mondo ogni tanto si ricorda gridando al disastro umanitario. Ma che in realtà si risolvono ogni volta in battaglie per controllare una strada o un confine. Senza distruggere le case o le poche infrastrutture, come i ripetitori per i cellulari: chiunque sia ad attaccare sa bene di non poter distruggere tutto, visto che quello che c’è serve a tutti. E allora ecco che la guerra da quelle parti si combatte nelle poche strade disponibili, con i sempre verdi kalashnikov, qualche lanciarazzi Rpg e qualche pezzo di artiglieria leggera. Niente cannoni, niente aerei, niente elicotteri. Le truppe non hanno logistica, si muovono a piedi, depredano il territorio. Questa è la guerra nell’Africa nera. 

 

Ma veniamo alle fazioni in campo

Arrivando dall’Europa, lo schema è semplice: ci sono i governativi (Fardc) e i ribelli di Nkunda del Cndp (Congresso nazionale del popolo). E poi le famose milizie esoteriche Mai mai (in swahili “acqua acqua”) che sono schierate con il governo del presidente Kabila. Eppure la situazione è nettamente più complicata.

Per prima cosa, nel nord del Kivu, quasi al confine con l’Uganda, ci sono i Fdlr, ovvero gli hutu ruandesi scappati dal proprio Paese nel 1994, essendo colpevoli di genocidio. In pratica, una fazione armata che non ha nulla da perdere e che alla fin fine fa anche comodo ai governativi perché è sempre pronta a schierarsi contro i tutsi che da Kigali cercano di impadronirsi del territorio congolese. Per capirci, uno dei motivi scatenanti della rivolta guidata da Nkunda è proprio l’esistenza stessa dei Fdlr. E c’è addirittura chi dice che in realtà questi mercenari siano foraggiati dallo stesso Rwanda in quanto funzionali allo scoppio della rivolta contro il Governo centrale del Congo. Fantapolitica? Forse. Ma da questa terra ci si può aspettare di tutto.

Il commercio minerario non si ferma neanche nell’infuriare degli scontri. Milizie private scortano i minerali:

cambia solo la sfera d’influenza, ora angloamericana, ora cinese

E poi i Mai mai, visti in Europa come sanguinari che praticano la magia nera e opprimono il popolo. Peccato che in realtà all’interno di questa fazione si possono trovare almeno 12 tribù diverse e, in alcuni casi, anche l’una contro l’altra. Solo ultimamente, con un’iniziativa pagata dal Governo francese e capeggiata dal colonnello Didier Bitaki, i Mai mai stanno cercando di creare un partito armato, con annessi sponsor in giro per il mondo. Ma al momento non sono null’altro che milizie territoriali male equipaggiate (si parla di qualche fucile, ma soprattutto machete, lance e fionde) che però son viste ottimamente dalla gente comune. Perché? Per prima cosa perché difendono i propri villaggi, magari a gruppi di venti, di cui solo realmente cinque armati, dall’assalto dei ribelli. E quindi combattono per i propri familiari e amici. E poi perché si portano dietro un culto esoterico ancora ben radicato in Congo. Secondo la tradizione, i guerrieri Mai mai avrebbero un potere particolare, ovvero una sorta di immortalità. A patto di seguire alcuni precetti prima della battaglia e soprattutto cospargersi di acqua (da qui il nome) prima di scontrarsi con il nemico. E a quel punto le pallottole dell’avversario si scioglierebbero al contatto con l’acqua. Un mistero cui però tutti quanti credono. Un mistero che li tramuta nella fazione più temibile e soprattutto nell’unica capace di tenere testa in Kivu agli uomini di Nkunda.  I Mai mai, in battaglia, vestono una sorta di corona d’alloro. E un soldato (disarmato) ha l’incarico di continuare a cospargere d’acqua i propri compagni durante il combattimento. Come si spiegano allora i morti in battaglia? Semplice, uomini che non hanno seguito i precetti.

Destabilizzare significa controllare. 

E dove non c’è un’autorità riconosciuta

tutti possono fare quello che vogliono, come portare via i minerali preziosi. 

Anche se per i civili il prezzo è altissimo.

Poi ci sono i governativi. Forse la fazione peggiore insieme ai Fdlr. Un militare regolare percepisce 20 dollari al mese. Il più delle volte la sua famiglia e la sua casa sono a migliaia di chilometri di distanza. Dove potrebbe essere la motivazione per combattere? E infatti, le Fardc si distinguono per la fuga davanti ai ribelli. E soprattutto per i saccheggi e le violenze contro la popolazione. Anche i giornalisti li devono subire: sigarette e soldi sono il lasciapassare abituale ai check point.

Infine, le truppe del Cndp di Nkunda. Ufficialmente qualche migliaio di uomini animati da un ideale pseudo-rivoluzionario. In realtà, un esercito addestrato nelle basi americane in Rwanda, composto da una minoranza congolese e da una maggioranza ruandese. Il fatto, che è sempre stato smentito dal generale ribelle, è abbastanza semplice da scoprire. A Rutshuru, quartier generale del Cndp, i ribelli parlano kyniarwanda e non swahili. E la gente ne ha paura, li vede come una forza esterna che combatte per una nazione nemica. Una forza di conquista che, come nel caso di Kiwanja, non si fa troppi scrupoli ad ammazzare con machete e coltelli 208 civili in odore di appartenenza ai Mai mai. 

Nel Kivu si continua a morire per procura. 

Le grandi potenze mondiali armano 

i signori della guerra e soffiano sul fuoco 

di un conflitto che non deve fare notizia

e che però deve durare il più possibile. 

In mezzo a questo scenario assurdo, rimane l’inutile missione della Monuc (la versione congolese dell’Onu) e l’estrazione di materie prime dalle miniere. Il commercio minerario non ha avuto una battuta di arresto neanche in quei giorni di ottobre quando gli scontri infuriavano. Milizie private scortano i minerali: l’unica cosa che cambia è la sfera d’influenza, una volta angloamericana, un’altra volta cinese. Con i francesi che cercano disperatamente di rimanere nella zona per mantenere uno spicchio della torta, magari con il tramite delle industrie a capitale libanese.

Si diceva dei Caschi blu: oltre un miliardo di dollari l’anno viene speso per una delle missioni più costose delle Nazioni Unite. Eppure i campi sfollati sono abbandonati alle razzie notturne di qualunque fazione armata. Le strade sono pericolose. Se un civile, del posto o occidentale, chiede aiuto, riceve solo risposte negative. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base Onu, nessuno interviene. Una vera e propria onta per l’intera comunità internazionale che invece alimenta un inutile carrozzone. Non comprendendo che in posti come questo servirebbero contingenti militari seri e preparati. Con regole di ingaggio più aggressive. E non eserciti nazionali di basso profilo.

Infine c’è un esercito che è diverso, diverso da tutti gli altri. è composto da uomini senza divisa, senza mimetiche e che non imbracciano i kalashnikov: sono gli sfollati. Una massa critica di uomini, donne e bambini, spesso usata senza scrupoli, per creare terrore e panico. E anche per togliere viveri e acqua a un territorio intero. Nelle strade del Kivu, durante il giorno, è normale vedere centinaia di persone, sempre in movimento, lungo le polverose strade. Solo il 2 per cento degli ultimi sfollati, lo sono per la prima volta. Qui lo scappare dalla guerra è un fatto endemico. E ormai quasi un’abitudine. Al primo sparo, tutti nei campi dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) dove si può trovare acqua e cibo. Con la comunità internazionale che fronteggia ormai bene l’emergenza, ma non pensa mai veramente al “dopo.” A chiarire la situazione le parole del responsabile regionale del Coopi, Eugenio Balsini, che da quattro anni lavora in Kivu: “Sull’alimentazione bisogna cambiare la strategia, passare dagli aiuti umanitari a un’autosufficienza che arrivi almeno al 50 per cento dei prodotti alimentari. Già, perché qui in Congo la terra è rigogliosa, si contano quasi tre raccolti all’anno, il clima è ottimale. Non c’è nulla che possa fermare coltivazioni che farebbero invidia all’Europa stessa. Eppure in queste città è più semplice vedere i sacchi di farina dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, invece di mercati pieni di frutta e verdure”. Per la cronaca, grazie alla battaglia di Balsini, il Pam (programma alimentare mondiale) ha appena cambiato strategia. Sperando che questa volta ci si preoccupi di portare sementi e di insegnare l’uso dell’aratro.

Gli scenari futuri sono ancora a dir poco tetri. L’avanzata di Nkunda sembra inarrestabile e il Governo congolese sempre più sull’orlo di “saltare”. Sono ormai settimane, infatti, che il presidente Kabila non va più a casa e dorme in Parlamento. Un segnale di preoccupazione molto forte. Addirittura, c’è chi dice che la Cia sarebbe già pronta a farlo fuori, per garantirsi così un governo amico nel cuore dell’Africa. D’altra parte dopo Uganda, Rwanda e Burundi, entrare a Kinshasa sarebbe una mossa fondamentale per la politica e l’economica di Washington e Londra. E soprattutto significherebbe escludere Pechino dall’estrazione mineraria. L’avvento della presidenza Obama non ha poi dato altre speranze ai congolesi. Sembrerebbe che il nuovo inquilino della Casa Bianca stia riprendendo il programma Clinton che prevedeva lo smembramento del Congo in tante piccole regioni. Un ottimo modo per depredare le ricchezze del sottosuolo.

Le ultime notizie, da fonti dei servizi francesi, raccontano di piccole imbarcazioni che di notte portano truppe ruandesi al di là del confine. D’altra parte Nkunda è stato molto chiaro: se il Governo di Kabila non accetta i negoziati, sono pronti a marciare su Goma, sulla capitale del Kivu del Sud, Bukavu, e poi, ancora, su Kinshasa. Al momento, quindi, ci si potrebbe aspettare un attacco a tenaglia ai cuori di nord e sud Kivu, rispettivamente Goma e Bukavu. A quel punto Nkunda potrebbe dichiarare una sorta di indipendenza dal governo centrale. E sperare di intrecciare buone amicizie con i sempre più numerosi nemici di Kabila. Ambendo a questo punto al posto più alto, quello di presidente. Fonti ben informate parlerebbero di un Kabila che rischia di saltare in aria. Oppure, che scappa in Angola con un lasciapassare per il Portogallo. 

Per l’ennesima volta in Kivu così si muore per procura. Le grandi potenze mondiali armano i signori della guerra e soffiano sul fuoco di una guerra che non deve fare notizia e che però deve durare il più possibile. Destabilizzare significa controllare. E dove non c’è un’autorità riconosciuta, tutti possono fare quello che vogliono, come portare via i minerali preziosi. Anche se il prezzo da pagare è alto. Tanto chi ci rimette sono sempre i soliti: i civili indifesi che pagano un dazio sempre più caro. Donne stuprate, bambini rapiti che diventano baby-soldati, un popolo e una nazione intera che così un futuro non lo può nemmeno immaginare.

 

Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci

 

Dove è l'alternativa?

Congo/2: Inviati, no embedded