Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Congo/2: Inviati, no embedded

 

Sulle strade del Congo facendo 

affidamento solo su se stessi. 

Tra gente che odia i bianchi 

e truppe Onu che non vogliono fastidi

 

di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci

“Muzungu! Muzungu!”. è sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!”. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo. Una nazione grande come tutta l’Europa occidentale, disegnata a tavolino dai colonizzatori che venivano dal Belgio. Un paese ricco di minerali preziosi, rigoglioso, pieno di parchi naturali e meraviglie paesaggistiche: un vero paradiso. Eppure i ricordi che ti porti dietro da un reportage come questo, sono altri: bambini e donne in fuga dal fronte, interi villaggi terrorizzati. Miseria e disperazione. E anche tanta polvere, di quella che ti fa sperare in un bell’acquazzone tropicale. Strade inesistenti con vere e proprie voragini. E poi un buio di quelli che neanche immagini: interi villaggi e città che dopo le sei di ogni pomeriggio diventano realmente invisibili. Non c’è un lampione, non c’è un’insegna, non c’è nulla. Anche camminare diventa una cosa difficile e non si capisce come i locali riescano a muoversi: è una vera impresa. E poi armi, tante armi, ovunque. Kalashnikov e lanciarazzi. E mani ferme che li impugnano. E occhi pronti a mirare. Che nel buio della notte sembrano fari.

Le sei del pomeriggio. Un orario cardine: dopo il tramonto tutto si ferma. Si chiudono i check point. Le strade non sono più percorribili. E se l’articolo è stato già mandato e la diretta radio è spostata alle dieci di sera, non resta altro che rilassarsi in qualche “posto da muzungu”: “Le soleil”, il “Doga”, il “Cocojambo”, sono i locali “in” di Goma, piccole parentesi a base di cucina occidentale e musica pop, dove i bianchi si possono rilassare con una birra ghiacciata. E dove più di qualcuno si intrattiene con le prostitute del posto. Come quell’anglosassone che la sera, cappello e maglietta griffata Onu, faceva le ore piccole, sempre “accompagnato”. L’altra faccia di una missione umanitaria. E poi, dopo la birra e il solito pollo alla griglia, scatta il coprifuoco delle 23: nient’altro che un modo per dare la possibilità ai governativi di esigere un dazio più alto a chi non lo rispetta. Se ti fermano dopo le undici, devi pagare. Sigarette di solito, e magari qualche banconota. Se invece ci si trova fuori Goma, come capitato a noi quando ci siamo recati nel quartier generale dei ribelli a Rutshuru, ed è troppo tardi per rientrare alla base, c’è poco da fare: si chiede ospitalità a una missione cattolica, perché l’oscurità in Congo nasconde mille insidie e ci si rifugia nell’unico locale aperto. E il menu è obbligato. Spiedini di capra e birra ugandese Eagle ci hanno accompagnato per due sere. Ma occasioni del genere  non ti fanno scoprire solo le chicche della gastronomia africana. A volte trovi la “verità” sulle truppe di Nkunda: quella sera, tra una birra e l’altra, ci avviciniamo ad alcuni soldati ribelli che chiacchierano davanti al locale. E non sentiamo parlare Swahili, sentiamo parlare kyniaruanda. La prova che il vicino paese africano fornisce armi e uomini al movimento di Laurent Nkunda. Tutto questo mentre lo stereo suonava un bel reggae di Bob Marley, ballato dai ribelli con Ak-47 e lanciarazzi Rpg in mano. 

Sassi contro l’Onu, insulti a chi non

ha la pelle nera. Con i giornalisti che diventano un obiettivo. A noi ci salva la buona tenuta dei vetri Toyota 

e la prontezza nel bloccare le portiere. 

Le armi, quelle sono sempre presenti, sono una presenza ricorrente, ovunque ci muoviamo. Le armi significano morte. Ma anche potere. Provate a mettere il naso in un campo sfollati dopo il tramonto: nessun controllo, nessuna protezione. Solo le razzie dei governativi e di tutte le fazioni armate: donne violentate, cibo e acqua rubati, bambini rapiti. Tutto questo nel Congo della grande missione Onu, la Monuc. Una vera vergogna. Ma d’altra parte, anche noi lo abbiamo provato sulla nostra pelle. Era domenica, uscivamo dal campo di Kibati dopo aver assistito a un matrimonio: uno squarcio di normalità, in mezzo alla disperazione. Il campo è a nord di Goma, a tre passi dalla linea del fronte. Per rientrare in città c’è un check-point dove normalmente un governativo stanco chiedeva, al massimo, qualche sigaretta. Per capirci, una volta un soldato si è avvicinato alla macchina e ha detto al nostro autista: “Ci sono nemici qui dentro?”. “No”, è stata la risposta. “Ok, passate pure”. E invece, quella domenica, già prima del controllo i governativi erano a decine. C’era chi scorrazzava in moto con i kalashnikov puntati al cielo, come se stessero festeggiando qualcosa. Che cosa? Un incidente, dai tratti surreali, tra Onu ed esercito “regolare”: il convoglio delle Nazioni Unite viene fermato dai soldati governativi (Fardc). I Caschi blu vedono bene di farsi ispezionare dalla Fardc, senza colpo ferire e senza opporre veti. Un po’ come se gli italiani dell’Unifil in Libano si facessero ispezionare da Hezbollah o da Israele. Il comandante sul posto, un uruguagio, non parla, non spiega la situazione e come “gesto di fiducia”, come spiegato 24 ore dopo dall’addetto stampa della Monuc, apre i blindati. Dentro ci sono 23 persone, civili mischiati a militari: 10 miliziani filogovernativi Mai mai che si sono arresi, 10 poliziotti congolesi in ritorno da una missione governativa nel territorio ribelle e tre civili che si erano appellati all’Onu per scappare dagli uomini di Nkunda. In quell’istante la Fardc, insieme a decine di persone che cominciavano a scendere in strada, ha iniziato a inveire contro la Monuc, accusandoli di trasportare gli uomini di Nkunda dentro Goma. A quel punto il comandante uruguagio ha visto bene di consegnare i 23, senza spiegare chi fossero realmente, rischiando un linciaggio di piazza, evitato solo dalla Fardc che ha deciso di portarli via, dopo averli malmenati e ingiuriati. I Caschi blu, ovviamente, immobili. Anche e soprattutto quando si è scatenato la violenza di piazza: sassi contro l’Onu, insulti a chi non ha la pelle nera. Con i giornalisti che diventano un obiettivo, con una buona mezz’ora di paura dettata dalla gente che cerca di aprire le macchine per prendersela con i bianchi al grido “only black”. I blindati dell’Onu non fanno nulla. A noi ci salva la buona tenuta dei vetri Toyota e la prontezza di riflessi nell’abbassare le sicure delle portiere.

 

Ma non è finita qui

Il rischio in un’area di crisi è sempre presente, pronto a materializzarsi improvvisamente. Sempre in viaggio, sempre in jeep. Ricominciano gli scontri al nord. Gli uomini di Nkunda stanno avanzando velocemente verso il confine con l’Uganda. A Nyamilima, la missione cattolica di padre Paolo Di Nardo, con cui eravamo in contatto, viene depredata dai Mai mai in fuga verso la foresta. Decidiamo di andare a vedere cosa sta succedendo. Lasciamo i governativi a Goma. Tagliamo in due la zona dei ribelli, Rutshuru, Kiwanja e gli altri villaggi. Il viaggio è lungo, il caldo e la polvere si fanno sentire. A dieci chilometri dalla meta, l’incontro con i peggiori, i Fdlr, i fuoriusciti ruandesi responsabili del genocidio del ‘94. Le ultime persone al mondo che vorresti incontrare in Congo. Sono in tre, solo due gli armati. Puntano gli Ak-47 contro la corsa della nostra jeep. E inizia il teatro, che fortunatamente possiamo ancora raccontare. Sputi, qualche insulto. La paura incarnata da un uomo ubriaco, con i denti gialli, che non si regge in piedi e che ci crede uomini di Nkunda, solo perché abbiamo due casse d’acqua dietro. Un guerrigliero che tiene il suo fucile mitragliatore puntato verso le nostre teste. Con l’onnipresente machete a portata di mano tra i due caricatori del kalashnikov. Una mezz’ora molto lunga che non finisce in tragedia grazie al sangue freddo dell’interprete e dell’autista. Alla fine veniamo rapinati solo di un centinaio di dollari. Pochi minuti dopo, sulla strada, incontriamo una colonna di carri armati Onu. Ci sbracciamo. Non si fermano. Solo il terzo, lo fa. Perché ci eravamo buttati in mezzo alla strada a mani levate verso il cielo. Non ci viene offerta protezione e ci viene negato il riparo per la notte nella loro base. Eppure il miliardo di dollari che la Monuc percepisce ogni anno dalla Comunità internazionale è frutto anche dei nostri soldi. Ma che ci stanno a fare in Congo? Ci dirigiamo verso la chiesa di Rutshuru: lì troveremo un letto e una bottiglia di birra ugandese. Un’altra giornata nell’inferno del Congo si concluderà con l’amaro in bocca. E non sarà solo per la birra “Eagle”.

di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci

 

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