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Marco Aurelio a sorpresa: il Festival del Cinema diventa grande?

Risultati a sorpresa all’ultimo Festival del Film di Roma, a sorpresa perché in questo genere di manifestazioni i film premiati di solito sono pellicole spesso inquadrabili anche per  pubblici dal palato raffinato, non solo per quelli da cinepanettone. A Roma, invece, sono stati premiati i migliori.

La manifestazione, controversa e contestata (voluta all'epoca da Veltroni) ha saputo riscattarsi. Partita in sordina ha, poi, proposto eccellenti pellicole che hanno saputo mettere d’accordo pubblico e giuria. E’ il caso de “L’uomo che verrà”, Marc’Aurelio d’argento della Giuria e d’oro del Pubblico, una poetica favola tragica di Giorgio Diritti ispirata all’eccidio di Marzabotto, ma avrebbe potuto tranquillamente essere Vinca o Stazzema, salvo che per il dialetto emiliano in cui è recitato il film.

Vincitore assoluto il danese “Brotherhood” dove Nicolo Donato affronta un tema ormai trito, quello dell’eterosessuale che si converte all’omosessualità, ma lo fa su un campo minato: i due sono dei neonazisti che non rinnegano il proprio essere. Donato sarebbe potuto cadere nel macchiettismo, specie nella descrizione dei neonazi, invece sforna un’opera solida, con una storia che si sviluppa in maniera coerente. Un’ottima regia supportata da ottimi attori, se solo fosse finito una scena prima sarebbe stato un film perfetto.

Migliore attrice la grande signora del cinema Helen Mirren, che non sarà più la fatale Morgana di Excalibur, ma riesce ancora a sedurre, sia il pubblico che il vecchio Leone Tolstoj, interpretato da un degno Christopher Plummer, in “The last station”, buon film ma non travolgente, se non nel cast. Anche il nostro Castellitto non sfigura in “Alza la testa”, dove invece di recitare se stesso, come troppo spesso ci sta abituando, entra con profondità e forza nel ruolo, ricordandoci il grande attore che sa essere, quando vuole o quando gli viene permesso.  

Non solo, anche la giuria dei ragazzi “sopra i 12 anni” non ha deluso, scegliendo il solido e minuziosamente curato nel dettaglio storico “Winter in wartime” di Koolhoven, mostrando di saper non solo apprezzare il coraggio di un ragazzo reale in una situazione resistenziale al posto di maghetti, licantropini e lucchettazzi, ma anche, e soprattutto, il buon cinema. Forse “Winter in wartime” non è film da meritare l’Oscar per cui è in corsa come miglior film straniero, ma ben merita di essere nella rosa.

In conclusione, un eccellente Festival del cinema, quest'anno, come se ne vedono sempre meno, speriamo che l’avventura dei Marc’Aurelio possa continuare a lungo, sempre che segua questa via.

 

T.V.A. “trasparenza valore aggiunto”

Mastella come i peperoni