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Fukuyama reloaded

Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, nel 1989, il politologo americano di origine giapponese Francis Fukuyama in un libro intitolato "The End of the History and the Last Man" decretò perentoriamente che la Storia era finita. Poiché le democrazie avevano sconfitto, dopo i nazifascismi, anche il loro ultimo avversario, il comunismo, non c'era più nulla da fare né obbiettivo da perseguire e l'Occidente poteva godersi serenamente il suo trionfo per l'eternità. 

La tesi di Fukuyama si basava sulla convinzione che esisterebbe una Storia generale dell'umanità valida per tutte le civiltà, per tutte le culture, per tutti i popoli del mondo che sarebbero inevitabilmente e inesorabilmente condotti dalla logica di un ferreo disegno finalistico verso "la Terra Promessa della Democrazia, della diffusione di una cultura generale del consumo, del capitalismo su base tecnologica".

Come si è visto la Storia non è affatto finita col 1989, sotto certi aspetti si potrebbe anzi dire che era appena cominciata. E uno che ha scritto le castronerie cosmiche che ha scritto Fukuyama avrebbe dovuto andare a nascondersi in Nuova Zelanda sotto una pecora merinos, quelle col pelo lunghissimo, nutrito con bacche e licheni da qualche pietoso e inconsapevole Maori. Invece in questi anni Fukuyama ha continuato a pontificare, è stato consigliere di George W. Bush, con le conseguenze che abbiamo visto, e adesso riappare bel bello, come se nulla fosse, sul Corriere della Sera (23/10/09). Ammette che beh, sì, effettivamente, la Storia non è finita nel 1989, ma si tratta semplicemente di aspettare ancora un po' e di aiutare, magari con qualche bombetta all'uranio impoverito, le popolazioni che, per pura maleducazione, non sono ancora democratiche a diventarlo.

È insito in ogni progressismo e storicismo, di destra e di sinistra, la convinzione che la Storia umana abbia un fine e quindi, dovendo questo fine essere prima o poi raggiunto, anche una fine. Tesi paranoica perché la Storia finirà solo quando anche l'ultimo uomo avrà esalato l'ultimo respiro, che ha come unico sostegno la nostra disperazione perché che la Storia non abbia un fine e quindi l'umanità un senso è un boccone troppo amaro da mandar giù, ma particolarmente ridicola e infantile se applicata alle istituzioni politiche e proprio alla luce della Storia. Quasi tutti i regimi politici si sono pensati come eterni in quanto migliori degli altri. Anche Hitler profetizzava un "Reich dei mille anni" e abbiamo visto come è andata a finire. Sembra rendersene conto persino Fukuyama che in quel libro scriveva: «Anche altre epoche, meno riflessive della nostra, hanno pensato di essere le migliori». Poi però lo sciagurato aggiungeva: «Ma noi siamo arrivati a questa conclusione stanchi, per così dire, dell'aver cercato alternative che secondo noi dovevano essere migliori della democrazia liberale» (Devo dire che l'ingenuità di questo Fukuyama è quasi commovente. Mi ricorda un mio amichetto d'infanzia, Paolo Mosca, il quale una volta che, tredicenni, assistevamo alla messa mi disse: «Lo sai che ci sono anche tante altre religioni oltre la nostra e che ognuna crede di essere l'unica vera? Pensa come siamo stati fortunati noi a nascere in quella davvero vera»).

“...avrebbe dovuto andare a nascondersi in Nuova Zelanda sotto una pecora merinos, quelle col pelo lunghissimo, nutrito con bacche e licheni da qualche pietoso e inconsapevole Maori...” 

Anche la democrazia liberale, nonostante i deliri di immortalità dei suoi ultrà, farà la fine che si merita, la fine di tutte le costruzioni umane che sono per loro natura caduche. In particolare quelle politiche che si sono dimostrate assai più fragili e transeunti delle religiose, proprio perché, a differenza di queste, devono misurarsi con la dura realtà e non con la metafisica. Scriveva Lord Halifax nel 1684, quando gli uomini, non avendo la Tv, erano più intelligenti: «Niente di più certo del fatto che tutte le istituzioni umane cambieranno e con esse le cosiddette basi del governo». Quindi, tranquilli, non moriremo democratici.

Ma quello della democrazia è in fondo un problema di secondo grado. La democrazia rappresentativa è solo l'involucro legittimante della vera polpa, "la diffusione di una cultura generale del consumo, del capitalismo su base tecnologica", vale a dire il modello di sviluppo che a partire dalla Rivoluzione industriale si è affermato in Occidente, e che sta cercando di costringere a sé anche tutti gli altri popoli, basato sul meccanismo produci-consuma-produci che ci ha ridotti a tubi digerenti, a lavandini, a water che devono ingurgitare il più velocemente possibile ciò che altrettanto velocemente producono. Molta gente, molta di più di quanto si pensi e di quanto traspaia da una pubblicistica interamente asservita al pensiero che sembra dominante, comincia a  rendersi conto che questo modello, invece di darci non dico la felicità (parola proibita che non dovrebbe mai essere pronunciata) che stolidamente ci aveva promesso, ma almeno un poco di serenità, provoca un disagio acutissimo, suicidi (decuplicati, in Europa, rispetto al XVII secolo) stress, nevrosi, depressione, alcolismo di massa, droga, che sono tutte malattie della Modernità, e poiché si fonda su mete che vengono continuamente spostate in avanti, e quindi di fatto irraggiungibili, determina in tutti, ricchi o poveri che si sia, ad un certo momento della vita un senso di intollerabile scacco esistenziale.

È a queste persone che la nostra Voce vuole dar voce. 

Massimo Fini

 

 

Altro che crisi finita...

Peccato originale