Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Goldsmith e il mondo surrogato

Padre dell’ecologia europea contemporanea, Edward Goldsmith è morto lo scorso agosto. 

Dal Tao dell’ecologia al Processo alla Globalizzazione. La sua lezione è ancora viva.

Nella calura d’agosto, il 21, si è spento in Toscana – dove viveva oramai da anni - Edward Goldsmith. È proprio lì che lo abbiamo conosciuto avendo avuto l’onore della sua amicizia, stimandone il tratto umano disinteressato, che faceva tutt’uno con la profondità del suo pensiero. Nato a Parigi da famiglia inglese nel 1928, nel 1969 aveva fondato The Ecologist ed è stato uno dei padri del pensiero ecologista contemporaneo. Nel 1991 gli fu attribuito il “Premio Nobel Alternativo. Tra i suoi libri più importanti ricordiamo La morte ecologica (1972), The Stable Society (1978), The social and environmental effects of large dams (1984), 5000 giorni per salvare il pianeta (1990), La grande inversione (1993), Il Tao dell’Ecologia (1997), Processo alla Globalizzazione (2006).

Impossibile riassumere la varietà multiforme dei suoi interventi, si può tentare - con queste righe - di determinare un denominatore comune che lo ha reso uno tra i critici più anticonformisti della società industriale. Goldsmith ha colto come dogma fondamentale della civilizzazione moderna lo sviluppo economico o “progresso”, che si rivela essere, in realtà, la sistematica sostituzione della tecnosfera o mondo surrogato – la fonte dei benefici artificiali – all’ecosfera o mondo reale – fonte dei benefici naturali. Porre in dubbio l’efficacia di questo processo fatale è una eresia per la “religione” del progresso. Per la “industria dello sviluppo” è sacrilego sostenere, ad esempio, che la modernizzazione dell’agricoltura nei Paesi del Terzo Mondo è la causa principale della malnutrizione e della carestia in quei Paesi (vedi La Fao e la fame, 1993); o che la medicina moderna non è riuscita a prevenire un aumento dell’incidenza globale di quasi tutte le malattie, fatta eccezione per il vaiolo. Così come nessun “credente” accetterà che la sistematica distruzione sociale e ambientale cui stiamo assistendo sia causata da questo “sacro” processo. Essa sarà invece imputata a deficienze o difficoltà nella sua realizzazione. In questo modo, la visione del mondo del “modernismo” ci impedisce di comprendere il nostro rapporto con il mondo reale, quello in cui viviamo, e di adattarci ad esso in modo da massimizzare il nostro benessere e la nostra reale ricchezza. La visione del mondo del modernismo e, in particolare, i paradigmi della scienza e dell’economia servono invece a razionalizzare lo sviluppo economico o “progresso”, che ci sta portando alla distruzione del mondo naturale.

“L’obiettivo primario del modello di comportamento di una società ecologica deve essere quello di preservare l’ordine cruciale del mondo naturale o del cosmo...”

Come è possibile che l’obiettività scientifica si comporti in modo tanto poco oggettivo? Semplice, la scienza non è oggettiva, e questo è stato ben argomentato da alcuni dei maggiori filosofi della scienza contemporanea, come Thomas Khun, Imre Lakatos o Paul Feyerabend. Una ragione per cui gli scienziati accettano il paradigma della scienza e, quindi, la visione del mondo del modernismo, è che esso razionalizza le politiche che hanno fatto nascere il mondo moderno in cui essi credono. È molto difficile per una persona evitare di considerare il mondo in cui vive – l’unico che ha mai conosciuto – come la condizione normale della vita umana su questo pianeta. Il circuito perverso si chiude nella considerazione di ogni problema sociale ed ecologico come malfunzionamento riconducibile ad una soluzione tecnologica che, razionalizzando, legittimerà ulteriormente il progresso. Nei termini di questo falso paradigma non si favoriranno mai le politiche necessarie per fermare la distruzione del Pianeta e sviluppare uno stile di vita sostenibile. In tali condizioni è improrogabile una “visione del mondo” ecologica, alla luce della quale sia possibile invertire la tendenza, spingendosi ben oltre l’ambientalismo, aprendosi a una interpretazione sacrale del vivente. L’ecologia - infatti - non ha il compito astratto di aggiungere un nuovo mondo artificiale a quelli già prodotti dalla civiltà industriale, ma più concretamente di ri/adattarci al mondo reale.

Ecco allora lo studio delle antiche società tradizionali, la loro sostanziale similitudine simbolica nella diversità delle culture e degli ambienti abitati. Esse ponevano in evidenza due principi fondamentali che stanno alla base di una visione del mondo ecologica. Il primo è che il mondo vivente - o “ecosfera” - è la fonte di tutti i benefici e quindi di tutta la ricchezza, dispensati, però, solo se ne conserviamo l’ordine cruciale. 

Da questo primo principio ne segue il secondo: l’obiettivo primario del modello di comportamento di una società ecologica deve essere quello di preservare l’ordine cruciale del mondo naturale o del cosmo (omeostasi). In molte culture tradizionali ritroviamo una parola per tale modello di comportamento: gli indiani dell’epoca vedica lo chiamavano r\ta; nell’Avesta è chiamato a_a; gli antichi egiziani lo chiamavano maat; un altro termine indù, in seguito mutuato dai buddhisti, è dharma; i cinesi lo chiamavano Tao. 

Il Tao come “principio primo” onnicomprensivo di tutte le cose. Tutti gli esseri viventi, uomini inclusi, fanno parte di questo ordine naturale onnicomprensivo, soggetto al Tao che ne è il principio regolatore. Il Tao come ordine della natura, ne governa l’azione. Gli esseri umani seguono il Tao, o la Via, comportandosi naturalmente. In termini spirituali ciò significa attenersi al principio del Wu wei (agire senza agire) di Lao-Tzu, perché «quando tutte le cose obbediscono alle leggi del Tao, esse formano un tutto armonioso e l’universo diventa un tutto integrato».

Se seguire la Via significa mantenere l’ordine cruciale del cosmo, si può ritenere che una società lo faccia quando il suo modello di comportamento, o di autogoverno, sia omeotelico. L’omearchia è il concetto chiave dell’intera visione olistica di Goldsmith ed indica il controllo di sistemi naturali differenziati da parte della gerarchia di sistemi più ampi, di cui essi fanno parte. Quando, al contrario, è eterotelico (il controllo delle parti di un sistema da parte di un agente esterno/estraneo alla gerarchia), si deve ritenere che la società segua l’anti-Via, quella che minaccia l’ordine del cosmo e provoca inevitabilmente la rottura degli equilibri.

Le unità di attività omeotelica sono le unità sociali naturali entro le quali gli esseri umani si sono evoluti: la famiglia, la comunità e la cultura che la sostanzia. Quando si disintegrano sotto l’impatto dello sviluppo economico, queste unità sono sostituite da istituzioni - politiche, economiche e sociali - il cui comportamento è sempre più eterotelico rispetto all’obiettivo di mantenere l’ordine cruciale della società e della gerarchia naturale. 

Così l’educazione non svolge più la sua funzione di socializzare i giovani in un contesto comunitario, i modelli d’insediamento non rispecchiano più la struttura sociale e quella del cosmo, la tecnologia e le attività economiche cessano di essere “parte” dei rapporti sociali e vanno rapidamente fuori controllo divenendo i principali fattori di disgregazione sociale e distruzione ecologica. La religiosità diventa universale e ultramondana e non sacralizza più il mondo naturale e la struttura sociale, lasciandoli esposti al disincanto e, quindi, allo sfruttamento.

Alla luce dell’analisi di Goldsmith, ciò che viene comunemente inteso per “progresso” è la negazione stessa della “evoluzione” all’interno del processo naturale. Poiché l’evoluzione deve essere identificata con la Via, che mantiene l’ordine cruciale e quindi la stabilità dell’ecosfera, il progresso o antievoluzione può essere identificato con il comportamento eterotelico che sconvolge l’ordine cruciale pregiudicandone la stabilità.

La civiltà industriale ha chiaramente deciso di scostarsi sistematicamente dalla Via. Il suo obiettivo primario è lo sviluppo economico o progresso, un’impresa altamente eterotelica che si può realizzare soltanto sconvolgendo metodicamente l’ordine cruciale dell’ecosfera per sostituirlo con un’organizzazione completamente artificiale, la tecnosfera, che trae le proprie risorse dall’ecosfera e in essa scarica i propri rifiuti, sempre più voluminosi e tossici. 

Attualmente, con il processo avanzato di globalizzazione, stiamo rapidamente raggiungendo un disclimax ecosferico planetario, in cui l’uomo riuscirà effettivamente a cancellare tre miliardi di anni di evoluzione per regalarsi un mondo impoverito e degradato sempre meno capace di sostenere forme di vita complesse tra cui l’uomo stesso.

È ancora possibile invertire la rotta?

I tempi della natura sono lenti e profondi quanto la dimensione cosmica che sottendono. All’uomo spetta solo di ritrovare la Via che prescinde da considerazioni temporali.

 

Eduardo Zarelli

 

Perù: così gli indios difendono la foresta

Questo è il muro, e questi siamo noi