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La verità sepolta

Strage della generazione d’elite della Polonia - ovvero della metodica decapitazione di una nazione - nella seconda guerra mondiale ad opera dei sovietici. Strage attribuita ai nazisti... Pellicola vietata, o quasi. Ma Katyn, la sua verità, è troppo potente e si fa strada da sola.


Katyn, di Andrzej Wajda, dopo pochi trailer, ha avuto una fugacissima apparizione nelle sale per poi essere recuperato in qualche rassegna cinematografica, qualche proiezione estiva e vedersi proposto in edicola come dvd. 
Piccole soddisfazioni per chi quel film voleva vederlo, per tutti coloro che si erano indignati fosse stato immediatamente ritirato dalla circolazione con la scusa che le sale erano vuote, quando la realtà era un’altra: Wajda era andato a smuovere una verità che doveva restare sepolta, come i cadaveri degli ufficiali polacchi giustiziati dai sovietici.
Una verità nota, ma non ai più, fra l’ignoranza dilagante, che non conosce i fatti, e la censura comunista che, fedele alla versione di Mosca, ha sempre preteso fossero stati i nazisti e non l’NKVD1 a uccidere e gettare nelle fosse comuni della foresta di Katyn, poco dopo l’occupazione russa del 1939 di un terzo della Polonia, migliaia di ufficiali polacchi, per la maggior parte di complemento,  colpevoli di appartenere ad una classe sociale da sradicare per poter esportare la rivoluzione russa. Una rivoluzione che si era già esaurita, peraltro, caduta anch’essa sotto i colpi di Stalin.
Fin dalle prime inquadrature il film disturba la vulgata sulla seconda guerra mondiale: 17 settembre 1939, una colonna di profughi polacchi su un ponte fugge dall’invasione nazista, per via della quale Francia e Inghilterra hanno dichiarato guerra al Reich, senza però dar seguito all’atto formale agendo militarmente e dando, invece, inizio a quella che, fino al 10 maggio del ’40, passa col nome di “Drôle de guerre”2. Fin qui nulla di strano, tutto come da copione, quante volte si sono viste e riviste queste scene. Solo che, su quello stesso ponte, in direzione opposta, si sta muovendo un’altra massa di profughi. Questi, però, sono in fuga dai russi, che hanno anch’essi invaso la Polonia, senza alcuna reazione alleata, anche perché, volendoci credere, non era ufficialmente un’azione di guerra: andavano a portare ordine vicino al loro confine, al limite andavano ad esportare un regime e quello, si sa, anche oggi non è guerra...
La storia (si fa per dire) sulla seconda guerra mondiale ricorda, certo, il patto Ribbentrop-Molotov, che permise ai tedeschi di innescare il processo che porta alla seconda guerra mondiale, ma dimentica che grazie a quel patto i russi invasero la Polonia, la Litania, la Lettonia, l’Estonia ed aggredirono la Finlandia. Eventi, questi, ben noti a chi si interessa di storia contemporanea, e che quindi sono però patrimonio di pochi. La maggioranza non sa, non deve sapere, che le aggressioni russe andarono impunite, con nessuna reazione democratica. Fra le poche voci stonate, all’epoca, ricordiamo quella del giovane Indro Montanelli (ma all’epoca il regime fascista non era antisovietico, erano alleati degli alleati) e lui la pagò con l’emarginazione. Prezzo che allora, ed ancora adesso, pagano i giornalisti che cercano verità e non riconoscimenti dal potere o dai salotti buoni.
Sgradite ai diffusori della vulgata sono anche le scene in cui, come in realtà fu, gli ufficiali della Wermacht e dell’Armata Rossa vanno a braccetto. Scene che, però, non possono essere negate: non si può trattare Wajda da “revisionista”? E allora meglio nascondere sotto il tappeto, far sparire di circolazione il film. 
La verità, adesso come allora, è la prima vittima di Katyn, ma non solo in Italia: anche in Francia il film ha avuto poca diffusione e in Cina, dove delocalizziamo ma non “esportiamo” nulla, soprattutto non democrazia, il film è stato addirittura vietato perché “non in linea con il punto di vista ufficiale dello stato cinese”. Solo in Polonia è stato un successo enorme, almeno lì.
La verità sulle fosse di Katyn resta patrimonio di pochi, il fatto che a Katyn fu distrutta una intera generazione della classe portante polacca ad opera degli stalinisti non deve divenire di dominio pubblico diffuso, il criminale nella seconda guerra mondiale è, e deve restare, uno solo: il nazismo. Come se la presenza di altri criminali “contro la pace” o “contro l’umanità” ne sminuisse le colpe. Certo c’è chi prova ad usarli in tal senso, ma non può essere certo questa una ragione per nascondere la verità, per quanto scomoda possa risultare.
La verità, ribadiamo, fu la prima vittima di Katyn, verità che invece è alla base dell’opera di narrativa, perché l’espediente su cui Wajda basa il suo racconto è l’utilizzo dei veri diari di un ufficiale morto a Katyn, una strage che i russi provarono ad addossare ai tedeschi, ma di cui solo loro potevano avere interesse. Un interesse che ha una sua crudele logica: nella, corretta, previsione di un allargamento dei confini e dell’esportazione del sistema stalinista, la distruzione del ceto intellettuale borghese era fondamentale, e lo sterminio degli ufficiali rispondeva pienamente a questa logica, anche considerato che per la legge polacca di allora ogni laureato diveniva automaticamente ufficiale della riserva. 
Un’operazione perfettamente riuscita dal punto di vista sovietico. Cinica, spietata, ma logica. A guerra finita i sovietici addossarono la responsabilità delle fosse ai tedeschi, che le avevano scoperte nel 43. I sovietici sostennero questa “verità” con capillare spietatezza, dalla soppressione dei testimoni alle distruzione delle lapidi che portavano date di morte diverse da quelle della verità ufficiale: primavera 40 anziché autunno 41.
Non solo i russi, ma anche i nuovi dirigenti polacchi si operarono con zelo nel sostenere la verità di Stalin. Questo può forse sorprendere, anche se in Italia non dovrebbe farlo troppo: non abbiamo forse noi rimosso le foibe per un lungo periodo? Ma un motivo ulteriore lo si può, però, individuare. Una scena in cui si vede il ribaltamento delle classi sociali dominanti, visto in maniera non positiva dal regista, che una verità nel film l’ha omessa: la Polonia del ’39 era ben lungi dall’essere una democrazia. 
Una cosa veramente incomprensibile, ed inaccettabile, per la visione italiana, è inoltre, nel film, la morte del protagonista (e autore dei diari): lui di fatto la sceglie, la morte. Anche se potrebbe, nei convulsi momenti dell’invasione russa, disfarsi, come lo prega la moglie, dell’uniforme e fuggire, nascondersi, portare a casa la pelle. Ma l’ufficiale polacco le preferisce l’onore dell’uniforme, del suo essere ufficiale, fosse anche di complemento. 
Quello che stona nel retorico finale a effetto del film, sono gli ufficiali polacchi, che, mentre vengono giustiziati uno ad uno con un singolo colpo di pistola3, recitano il padre nostro, comprensibile per un polacco inevitabilmente cattolico, secondo Wajda, ma meno per ufficiali che hanno scelto di morire per motivazioni altre dalla religione. Avrebbero altrimenti scelto, come il protagonista, il giuramento fatto alla moglie davanti a dio e non quello fatto all’uniforme davanti all’onore e alla nazione.
Di battute che possono aprire a riflessioni, decontestualizzate  e attualizzate, possono esserne raccolte parecchie, ma su tutte risalta l’accusa mossa dalla vedova di un generale ad un ufficiale sopravvissuto, che ha aderito al nuovo ordine anche se cerca di mostrare maggiore umanità: “Forse lei pensa in modo diverso, ma agisce allo stesso modo. E allora che importa se lei pensa in modo diverso?”.  Già, che importa se uno non agisce, ma si limita ad equilibrismi intellettuali per aderire con riserva mentale al sistema se poi non agisce contro questo? L’ufficiale proverà ad agire in quello che chiamerà “il coraggio dell’alcol”. Non aveva però, evidentemente, bevuto abbastanza, e la dignità la salverà col suicidio. Forse  anche oggi ci vorrebbe più alcol, non importa da dove viene il coraggio, basta che arrivi e porti all’azione, “bere, anche a viva forza” se può portare alla morte di Mirsilo4.
“Non si può cambiare la verità”, anche questo viene detto nel film. Forse è vero, ma si può sempre tentare di nasconderla, di denigrarla, magari con accuse di revisionismo5, quando invece è dovere dello storico, come dell’intellettuale, di procedere a costante revisione della storia e della sua interpretazione, soprattutto quando queste diventano verità ufficiali e le vulgate di stato sono diffuse per coprire quella verità che non può essere cambiata, ma che necessita di gente di coraggio che la renda pubblica.


Ferdinando Menconi


Note:
1) L’antenato del KGB
2) La strana guerra o la buffa guerra 
3) Con assoluto rigore storico Wajda fa usare ai russi pistole tedesche Walther che furono fatte pervenire a Katyn apposta per la bisogna, pistole tedesche e tecnica di colpo alla nuca considerato tipico della Gestapo
4) Mirsilo tiranno greco, alla cui morte Alceo leva un brindisi in versi.
5) Revisionismo, non Negazionismo, che è ben altra cosa anche se i due termini vengono spesso abilmente confusi a fini strumentali.

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