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Niente di grave: giusto 25 suicidi

L’impresa si ristruttura e le persone si

devono adattare a ogni nuovo ordine. 

Chi non se la sente è fuori. Chi non ce

la fa sta male. E a volte si ammazza


France Telecom era un’azienda di Stato, fino al 1998. Poi, secondo quella che è ormai la regola, è stata privatizzata. Apparentemente, come credono gli ingenui e come raccontano i furbi, era solo un cambio di proprietà, che portava nuovi capitali e sollevava la macchina pubblica, già così oberata da mille problemi e da mille incombenze, dal doversi occupare anche di vendere servizi telefonici ai cittadini. In realtà, sorvolando sull’opportunità o meno che certi settori strategici vengano ceduti a chi li gestirà nel suo esclusivo interesse, il mutamento di titolarità era il preludio di trasformazioni assai più profonde. 
Nella nuova veste, infatti, l’obiettivo dei manager ha smesso di essere la semplice correttezza amministrativa, come accade in un’azienda pubblica, ed è diventato il profitto. Anzi, il massimo profitto. I requisiti da soddisfare non erano più la bontà dei servizi erogati e il buon uso delle risorse a disposizione. Fare bene il proprio lavoro e non sprecare soldi non era più sufficiente. Essendo cambiata l’ottica, dall’utilità collettiva agli utili degli azionisti, era l’intera impostazione a dover essere riconsiderata. E persino stravolta, se necessario. Quello che bisognava chiedersi, d’ora in avanti, era se si poteva guadagnare di più nello stesso periodo di tempo. Il che portava dritto a due domande cruciali: quali sono i settori della nostra attività che sono più remunerativi? Ci conviene fare tutto all’interno, o è più conveniente appaltare alcune cose all’esterno?
Le risposte, ampiamente prevedibili, sono state che si fanno più soldi con la vendita dei servizi che non con la manutenzione degli impianti e che, quindi, era molto meglio concentrarsi sul marketing e affidare a terzi tutto quello che si poteva. Col cospicuo vantaggio, tra l’altro, di scaricare sulle ditte esterne l’onere della riduzione dei costi, a cominciare da quelli del lavoro subordinato: ridurre gli stipendi e imporre aumenti di produttività è complicato, quando sei un colosso da centomila dipendenti e devi fare i conti coi grandi sindacati, operando per di più sotto i riflettori dei media che, bene o male, ingigantiscono i conflitti e limitano le possibilità di spadroneggiare nell’ombra; con gli appalti ti sei levato l’impiccio: tu fissi il prezzo che ti fa comodo ed è il fornitore a doversi preoccupare di renderlo lucrativo per la propria impresa; tu non hai obbligato nessuno ad accettare paghe ribassate, contratti precari e turni massacranti: quelle sono decisioni autonome di chi si è assicurato l’appalto; decisioni che restano fuori dal tuo controllo e, quel che più conta, dalla tua responsabilità giuridica.



Uno + uno + uno + uno +

I suicidi sono cominciati nel febbraio del 2008. Fatalmente inosservati, all’inizio. In un sistema mediatico in cui spesso è solo il numero delle vittime, a fare la differenza tra la notiziola di cronaca da liquidare in poche righe e l’avvenimento eclatante sul quale soffermarsi con dovizia di particolari e di commenti, un tizio che si ammazza è un fatterello secondario. Una vicenda individuale che, per quanto tragica, rimane confinata in un ambito del tutto specifico. Roba da pagine interne. O da informazione locale.
I suicidi si sono ripetuti. Uno qua e uno là. Abbastanza diversificati, per collocazione geografica e per caratteristiche personali, da non balzare all’occhio come eventi intimamente legati, e legati allo stesso ambiente lavorativo. La connessione non è stata colta. O è stata ampiamente sottovalutata. Se i morti fossero stati in servizio nella stessa sede il dato sarebbe emerso con forza. Siccome erano occupati in sedi diverse, ancorché della medesima impresa, il collegamento non è stato colto. Abbiamo i database per i serial killer, non per i suicidi da malessere aziendale. Una strage che avviene tutta in un colpo la percepiamo come tale; lo stillicidio di un morto ogni tanto ci sfugge. Siamo fatti così. Ci hanno tarati così.
Ma alla fine, per forza di cose, il velo della disattenzione è stato squarciato. Alcune delle persone che si sono uccise hanno lasciato dei biglietti d’addio in cui lo dicevano esplicitamente. È il lavoro, quello che mi ha spinto a farlo. Questo lavoro che non è più lo stesso per il quale ero stato assunto. E che mi piaceva, a dire il vero. Per quanto possa piacere un lavoro, certo. Un lavoro che devi fare tutti i giorni e che non è pagato un granché. Niente di straordinario, però mi piaceva. Lo sapevo fare. Mi dava soddisfazione. E se non mi dava soddisfazione mi dava sicurezza.
Quando finalmente il caso è esploso, e si sono mossi i grandi giornali, e sono partite le inchieste, alle poche parole delle vittime si sono aggiunte quelle dei loro colleghi che stavano subendo le stesse cose, ma che per fortuna le sopportavano meglio. Se ne potrebbero citare a decine – e se non ci fossero problemi di spazio sarebbe la cosa più giusta, per dare fino in fondo il senso di un disagio talmente diffuso da diventare oggettivo – ma ne bastano due. Tratte entrambe dalle pagine di Le Mond. 
La prima è di una donna, Olivia J.:«Dieci anni fa ero fiera del mio posto a France Telecom. Il lavoro era stimolante ed ero contenta. Dopo è cambiato tutto. L’azienda si è disumanizzata, ormai siamo solo cifre. L’unica cosa che conta è quante vendite si riescono a portare a termine alla fine della giornata. Lo stress è permanente e gli smottamenti sono incessanti: sono alla sesta mansione. Ogni volta ci viene chiesto di ricominciare da zero e vendere sempre di più. La maggior parte dei miei colleghi va avanti ad antidepressivi. Quando sarà il mio turno di scoppiare?»
La seconda è di un uomo, Daniel Lebrun: «Non si lavora più ma si naviga a vista la ricerca e l’innovazione sono disorganiche. Tecnici pieni di professionalità si ritrovano al servizio marketing: da quando ci siamo trasformati in una società di servizi, abbandonando la tecnica e lo sviluppo industriale, non siamo più noi stessi.»


Suvvia, il mondo cambia

Il management ha fatto muro, finché ha potuto. Ha rigettato le critiche. Ha minimizzato la portata del fenomeno. Venti suicidi tra i nostri dipendenti? Venti suicidi in più di un anno? Ma noi siamo più di centomila, in totale. Venti su centomila fa una percentuale dello 0,02 per cento. Non è poi così alta, se ci si pensa bene. 
Il vicepresidente, Louis Pierre Wenes è caduto dalle nuvole. Ha dichiarato di non riuscire a «comprendere come una piccola parte dei nostri dipendenti non riesca a cambiare mentalità». Wenes era a capo della ristrutturazione interna. Come si dice in gergo, “il tagliatore di teste”. Tu resti e tu te ne vai. Come tecnico non ci servi più. Che ne dici? Passi al commerciale o ti levi di torno? Roba così. Piglio da supermanager e brutalità da capataz. A ottobre lo hanno convinto a dimettersi, previa sollevazione sindacale e interessamento di Sarkozy. 
Il presidente, Didier Lombard, ha fatto di peggio. È arrivato a definire i suicidi «una moda». Letteralmente. Poi ha aspettato ottobre per ingranare la retromarcia e per scusarsi, in un’intervista messa in onda dall’emittente radiofonica Europe 1. Lombard ha riconosciuto che quella sua espressione era stata «una gaffe enorme» e la «parola più catastrofica» che si potesse pronunciare, e si è prodotto in una specie di mea culpa, riguardo al quale è inevitabile chiedersi quanto ci sia di sincero e quanto no. Quanto sia scaturito da un ripensamento autentico e quanto, invece, da una mera operazione d’immagine, nell’interesse proprio e, soprattutto, dell’azienda: «Abbiamo sottovalutato i segnali di sconforto che arrivavano dal personale. Noi... Io non ho probabilmente prestato sufficiente attenzione ad alcuni indicatori. Alcuni parametri umani sono stati sottovalutati nella nostra organizzazione. A forza di correre dietro alla prestazione, il management locale ha perso di vista le libertà». 
A gennaio 2009, in una riunione che doveva restare privata ma che è stata filmata e che, infine, è diventata di dominio pubblico attraverso la rete1 , aveva usato toni decisamente diversi. Arringando i propri collaboratori da un palco, Lombard aveva suonato la carica della competizione sfrenata e, già che c’era, aveva lanciato un minaccioso e sarcastico richiamo a quelli che si fossero illusi di cavarsela senza troppi danni: «Sappiamo a cosa andiamo incontro. Bisognerà adattarsi alla realtà con una rapidità ancora maggiore. E chi crede di potersi riposare sugli allori, e starsene tranquillo, si sbaglia. Quelli che non sono a Parigi, e che pensano che andare a pescare le cozze sia meraviglioso... Beh, è finita!»
Il discorsetto si capisce benissimo anche così, ma accompagnato dalle immagini diventa molto più chiaro. Non il suo significato: il tipo di uomo che lo pronuncia. Lombard trasuda soddisfazione e arroganza. Il suo richiamo al massimo impegno sarà anche dettato dalle circostanze, ma è vissuto con intimo e malcelato compiacimento. Non sta spronando i suoi uomini. Sta angariando i suoi schiavi.


Suvvia, il management si cambia

La testa di Wenes è caduta subito. Quella di Lombard è rimasta al suo posto, per ora. La sua sorte appare segnata – e a quanto sembra si compirà nel 2011 – ma a concedergli una momentanea salvezza è la stessa logica che ha spazzato via Wenes, inducendolo a rassegnare le dimissioni. I destini personali sono subordinati a quelli dell’azienda. Per dare alla pubblica opinione un segnale, o un contentino, non c’era bisogno di abbattere all’unisono sia il presidente che il suo vice. Gli avvicendamenti al vertice non dovevano tradursi in una destabilizzazione del gruppo. France Telecom andava salvaguardata, benché fosse proprio in nome dei suoi profitti, pari a oltre quattro miliardi nel solo 2008, che erano state attuate le ristrutturazioni aziendali da cui hanno avuto origine il degrado del clima lavorativo e la tragedia dei suicidi.  
È un escamotage già usato tante altre volte e che ha avuto la sua apoteosi in occasione della crisi mondiale tuttora in corso. Non sono le banche e le finanziarie a essere sbagliate in se stesse, e nella loro smania di moltiplicare gli utili in via esponenziale. Niente affatto. Sono i loro rampanti funzionari a caccia di bonus a non aver capito dove dovevano fermarsi. Vedrete: basterà rivedere i criteri di concessione dei bonus e tutto andrà a posto. Più o meno. 
Nel caso di France Telecom si sta procedendo allo stesso modo. Oggi si è sostituito Wenes e domani si sostituirà Lombard. Come se fossero solo loro, i responsabili di quello che è successo. Come se l’idea di riorganizzare il gruppo a tavolino, preoccupandosi solo dei dati di bilancio e considerando i lavoratori come pedine da spostare a piacimento, fosse nulla di più che un loro capriccio. Vedete? È stato tutto uno spiacevole equivoco. Monsieur Lombard e monsieur Wenes si erano fatti prendere la mano e sono stati fermati.
Peccato che non sia affatto così. Lombard e Wenes non sono schegge impazzite. I loro atteggiamenti cinici non sono (solo) il riflesso della loro mentalità da signorotti tracotanti. La loro condotta spietata non è un malinteso causato da eccesso di zelo. È l’incarnazione dello spirito stesso di un certo modo di concepire l’impresa e, più in generale, la vita economica. France Telecom non può essere altro che quello che è, fino a quando il contesto in cui opera non si dovesse modificare accantonando per sempre determinate premesse. France Telecom è nata per essere questo. Per raggiungere il proprio obiettivo – accrescere gli utili e distribuire dividendi – con qualsiasi mezzo. La sua è una guerra. E venticinque lavoratori che si suicidano sono un evento spiacevole e persino tragico, ma pur sempre secondario. Danni collaterali, come dicono i militari.

Federico Zamboni




Note: 
1 Il video è reperibile, tra l’altro, all’indirizzo
http://www.affaritaliani.it/mediatech/france_telecom_video051009.html

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