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Altro che sdegno

“Sgomento" e "sdegno" sono stati espressi da molti uomini politici e commentatori dopo la morte dei sei soldati italiani caduti in un'imboscata talebana a Kabul. Capisco lo sgomento, non lo sdegno. Noi italiani abbiamo la curiosa pretesa di fare la guerra, di avere licenza di uccidere senza però ritenere legittimo che ci sia resa la pariglia. E invece in guerra la speciale legittimità di uccidere, che non esiste in tempo di pace, deriva proprio dal fatto che si può essere, altrettanto legittimamente, uccisi. Se solo uno può colpire e l'altro solo subire siamo fuori dal campo della guerra, ma entriamo in un ambito che, come scrive il polemologo Lewis A. Coser, "non si differenzia dall'attacco dello strangolatore contro la sua vittima" (Le funzioni del conflitto sociale, Feltrinelli). In un conflitto armato i caduti, anche se in proporzione diversa, ci sono da entrambe le parti. 
È la legge della guerra. Che gli inglesi conoscono bene e che noi sembriamo aver dimenticato. Solo nei mesi di luglio e agosto i britannici hanno perso 31 uomini. Hanno onorato, com'è giusto, i loro caduti, come è giusto che noi onoriamo i nostri, ma nessuno ha espresso "sdegno", e per la verità nemmeno "sgomento", per quanto era accaduto. Sdegnarsi di che? Che quelli che noi colpiamo cerchino a loro volta di colpirci, con i mezzi che hanno? Noi possediamo armi tecnologicamente sofisticatissime, i Talebani quasi solo i loro corpi. 
Spiace, ma è doveroso dirlo: l'attacco ai Lince italiani era perfettamente legittimo perché diretto contro un obbiettivo militare. Dobbiamo piantarla di negare a chi ci combatte (a chi combatte un esercito occupante) la legittimità del combattente, considerandolo semplicemente un criminale (criminali sono i Talebani, criminali erano gli iracheni, criminale era Milosevic) e riservando questa legittimità solo a noi.
Peraltro ci sarebbe anche un'altra considerazione da fare. I guerriglieri (non solo in Afghanistan, ma in ogni guerriglia) sono stati spesso accusati di usare i civili, fra i quali si mescolano, come "scudi umani". 
Ma lo stesso si potrebbe dire per i mezzi corazzati occidentali che circolano nelle ore di punta per le strade principali di Kabul, affollatissime. È quello che ha osservato un giovane afgano, Siddiquat, che ha un negozietto che si affaccia sulla strada dove è avvenuto l'agguato: "Perché le truppe Isaf devono passare proprio da questa strada? Sanno di essere obbiettivo dei Talebani e dunque perché almeno per viaggiare non evitano le ore di punta? L'Isaf dimostra di non dare alcun valore alla vita degli afgani". Evidentemente le forze occidentali si comportano in questo modo perché pensano che la presenza della popolazione possa essere un deterrente per i Talebani che non hanno alcun interesse ad inimicarsela dato che il suo appoggio è per loro vitale.
Quanto è accaduto a Kabul era inevitabile. Era anzi annunciato. Fino agli inizi di quest'anno ce l'eravamo cavata con poco, grazie a un accordo con i Talebani: noi controllavamo il territorio per modo di dire e loro ci lasciavano in pace. Accordi del genere li fanno anche gli altri. In alcune aree del Paese i contingenti occidentali pagano tangenti ai Talebani in cambio di protezione. Il paradosso dei paradossi che dice quale sia la reale situazione in Afghanistan e chi controlli il territorio. 
Ma il 2 maggio una pattuglia di soldati italiani, con i nervi evidentemente a fior di pelle, ha sparato contro una Toyota che procedeva in senso inverso, regolarmente sulla propria corsia, scambiandola per una macchina di attentatori, e ha ucciso, decapitandola, una bambina di dodici anni. 
L'accordo è saltato. Da quel momento dovevamo attenderci il peggio. Lo scrissi sul Quotidiano Nazionale in un articolo intitolato: "I parà in Afghanistan in mezzo a una guerra. Aspettiamoci il morto" (2/6/2009). È iniziato così uno stillicidio di attentati molto meno "dimostrativi" di quelli che c'erano stati fino ad allora. I Lince hanno cominciato a saltare in aria, pur senza causare vittime. Il 12 giugno sono stati feriti tre alpini. A metà luglio è stato ucciso Alessandro Di Lisio. Quindi è arrivato il botto terrificante di Kabul. E il peggio deve ancora venire.
È ovvio che non dobbiamo lasciare l'Afghanistan perché abbiamo avuto dei morti. Gli americani sono a oggi (18/09/2009) a quota 850, gli inglesi ne hanno persi 216, i canadesi 131, la Danimarca 26, più del 10% del suo piccolo contingente di 200 uomini. Ma la domanda "Che cosa ci stiamo a fare in Afghanistan?" abbiamo pure il diritto di porla e di porla alle nostre classi dirigenti. È escluso che stiamo facendo la lotta al terrorismo internazionale perché il terrorismo internazionale non sta in Afghanistan, la componente di Al Quaeda, ammesso che ci sia, nella guerriglia talebana è del tutto marginale e non ha alcuna voce in capitolo. È escluso che vi si possa e che abbia un senso portarvi la democrazia, mentre è certo che vi abbiamo portato, rispetto al periodo talebano, instabilità, insicurezza, disoccupazione, disagio sociale, corruzione, droga e, diciamolo pure, il nostro marciume morale. E allora? Le ragioni ce le ha spiegate, senza vergognarsi, Sergio Romano sul Corriere della Sera (19/9): gli americani devono salvare la faccia, i Paesi alleati ritagliarsi una fetta di prestigio internazionale. È per la bella faccia delle nostre classi dirigenti che mandiamo a morire inutilmente i nostri "ragazzi" e continuiamo ad ammazzare a decine, a centinaia di migliaia, gente che non ci ha fatto nulla di male, che vive a cinquemila chilometri di distanza da noi e che non saprebbe nemmeno della nostra esistenza se non fossimo lì a rompergli i coglioni.


Massimo Fini

Ottobre 2009 - Anno 2 Numero 13

Non crediamogli