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Armenia, un viaggio negato

Una storia che si sviluppa in una realtà specifica e lontana. Ma la sua essenza ci riguarda direttamente, perché anche noi stiamo perdendo la nostra identità 

Il film francese Le voyage en Armenie di Robert Guediguian, regista dalle chiare origini armene, ha avuto in Italia una brevissima apparizione nelle sale durante la prima Festa del Cinema di Roma, poi però non ha mai avuto distribuzione. Il “viaggio” è stato negato. Eppure durante la rassegna non era passato inosservato, infatti la protagonista, Ariane Ascaride, era stata proclamata migliore attrice della manifestazione. Nonostante ciò il film non ha mai potuto raggiungere il pubblico nelle nostre sale.

Certo non è un blockbuster hollywoodiano destinato a sbancare al botteghino, però esistono anche spazi per prodotti destinati ad un pubblico sofisticato, o presunto tale, e il film non difetta certo di valore artistico, al contrario di molte produzioni intellettualoidi che riscuotono ampio ingiustificato credito negli ambienti sedicenti colti. Eppure il film non ha trovato spazio, neppure come prodotto di nicchia.

Ad aver ostacolato il film non è stato solo il fatto di toccare il tema dell’Armenia, la terra del genocidio negato - che è indubbiamente scomodo in questo momento in cui è in corso il tentativo di far entrare la Turchia, e le sue aziende delocalizzate, in Europa. I temi scomodi, del resto, non dovrebbero essere un freno per un film destinato ad un pubblico selezionato, anzi.

Il problema consiste allora nel fatto che il film può essere interpretato non solo in chiave armena. Sono, infatti, altre le chiavi di lettura che possono disturbare i palati raffinati degli ambienti intellettuali del nostro Paese, e non solo, presenti in questa pellicola. Tre le tante, una figlia - affermato cardiochirurgo francese - che inseguendo il padre dal cuore malato, tornato a morire nella sua Armenia dopo aver rifiutato di sottoporsi al necessario intervento, riscopre le sue radici e con queste la sua identità, non solo personale ma anche etnica.  

A risultare indigesto è già come viene tratteggiata la protagonista, un’affermata professionista che appartiene a quella che oltralpe viene chiamata “gauche caviar” 

Riscoperta di identità, per di più in chiave etnica, oggi viene considerata quasi un sacrilegio.

A risultare indigesto, infatti, è già come viene tratteggiata la protagonista, affermata professionista che appartiene a quella che oltralpe viene chiamata “gauche caviar”, di cui vive tutti i pregiudizi e le contraddizioni, che sono comuni a quella che da noi può tranquillamente essere chiamata sinistra cachemire, e che quindi non avrebbe mai potuto apprezzare di vedersi criticata senza ipocrisie.

In questo senso risulta immediatamente fastidiosa la battuta di un arricchito armeno, trafficante di farmaci che, non capendo come sia lei che il marito, imprenditore, possano essere stati comunisti, dichiara: «se avessi avuto i soldi anch’io avrei voluto essere comunista». 

Oltre a queste critiche, disseminate qua e là, ad un certo, ipocrita, modo di essere di sinistra, c’è dunque il tema portante del film: la riscoperta dell’importanza delle radici, dell’identità. Identità in cui la donna non crede e che, anzi, rifiuta al punto di non rispondere al cognome armeno del padre, e suo, pretendendo di essere chiamata con quello francese del marito. 

Quello identitario è un tema ostico per l’intellighenzia nazionale che lo respinge acriticamente, e nel film il richiamo è incombente come l’immagine dell’Ararat, montagna simbolo dell’Armenia ed oggi entro i confini turchi, presenza costante nelle inquadrature del film.

La ricerca dell’identità, non è però circoscritta alla sola protagonista. Il viaggio è attraverso un’Armenia piena di contraddizioni, forse non così dissimile dall’Italia del secondo dopoguerra: una civiltà antica in uno Stato giovane che deve uscire dal disastro causato dal postcomunismo e trovare se stessa. Questo viaggio è abilmente scandito nel rapporto fra il vecchio autista che accompagna la francese per le vie di Erevan fino a farla riscoprire armena e a far scoprire a noi l’Armenia contemporanea, sospesa fra radici e ricerca dell’occidente. 

I richiami all’identità sono continui.

Dal volto della protagonista, che non può nascondere le sue origini,

ai luoghi simbolo dell’Armenia.  

Il personaggio simbolo di queste contraddizioni è rappresentato da una giovane shampista, che di notte lavora da spogliarellista per mantenere la famiglia e pagarsi la fuga in Francia, là dove il mondo è sicuramente migliore di un’Armenia che lei stessa rifiuta, al pari del medico francese. Un’Armenia che saprà riscoprire però, accompagnando la francese in una parte del viaggio, oltre Erevan, quando incontrerà gente che ha combattuto, sui confini e nel Nagorno Karabakh, per darle una nazione libera dove poter vivere. Concetti nazionalistici che è difficile accettare siano veicolati in un film, specie se la ragazza viene riconosciuta dai reduci come una “vera armena” mentre impara a sparare con il kalashnikov gridando “viva la patria!”. 

Anche il volontariato umanitario internazionale è esposto in una chiave non conforme ai canoni del pensiero buonista. Il medico, francese anche egli, che gestisce il dispensario di  farmaci frutto degli aiuti internazionali, interrogato sul perché sia lì e non altrove risponde che la discriminante è stata il suo cognome, Melkonian: la sua non è quindi una scelta genericamente umanitaria, ma identitaria, e questo non è gradito al pensiero unico dominante.

La ricerca della propria identità 

attraverso la musica tradizionale 

è un fenomeno che sta trovando nuova linfa in ampi strati delle 

nuove generazioni, anche da noi.  

Interessante è poi come Guediguian, al rifiuto delle radici della protagonista, dovuto anche al complesso rapporto col padre, contrapponga il rapporto fra la figlia di lei e il nonno. Un rapporto privilegiato, come spesso è quello fra nonni e nipoti, di affetto, ma non solo, in cui alle conflittualità psicanalitiche si sostituiscono il desiderio di trasmettere la propria identità culturale e familiare da una parte e quello di riceverla dall’altra. Non è un caso che il film si apra proprio con le immagini della nipote che studia danza tradizionale all’ombra di un Ararat di scenografia. La via della ricerca (anche inconscia) della propria identità attraverso la musica tradizionale è un fenomeno che sta trovando nuova linfa in ampi strati delle nuove generazioni anche da noi, dopo il rifiuto degli anni 70/80, in contrapposizione con la musica priva di spessore stile MTV. Contrapposizione musicale che non sfugge al regista il quale, infatti, nel suo “viaggio”, usa un’alternanza fra motivi tradizionali e motivetti pop autarchici per rilevare le contraddizioni della nuova Armenia. Contraddizioni che non sono, però, una sua esclusiva peculiare.

I richiami all’identità, all’inevitabilità dell’identità, sono continui. Dalle considerazioni sul volto della protagonista, che non può permetterle di nascondere le sue origini, ai luoghi simbolo dell’Armenia. Luoghi cui “non si può negare di appartenere”, luoghi che non esistono solo in Armenia, luoghi che chiunque può avere e sentire se non ha soffocato la voce dell’anima. Luoghi in cui, come la protagonista, si può dire “ho l’impressione di aver vissuto qui in un’altra vita”.

E anche il “genio” che accompagna la protagonista nella sua riscoperta etnica è poco digeribile per l’intellighenzia italiana. Yervanth è un eroe di guerra, un patriota che viene però da Marsiglia, dove l’attenderebbe l’ergastolo, perché in Europa è stato un “terrorista” in un’epoca in cui “soprattutto non bisognava dare idee a chi non ne aveva”. Non è che i tempi siano però molto cambiati. Yervanth è colui “che decide ciò che è bene e ciò che è male”, e che quando deve insultare il trafficante di medicinali lo fa dicendogli “non tutti possono essere come te, nati in Turchia”, e l’insulto etnico per quanto motivato da un genocidio, non è accettabile nelle sale, specie se indirizzato alla Turchia. 

Il film è una ‘inaccettabile’ sinfonia 

di amore del regista verso la sua 

terra e le sue origini. A ognuno il 

compito di rimodulare le istanze  

del film in base alla propria realtà.  

Il film è una inaccettabile sinfonia di amore del regista verso la sua terra, le sue origini, che, però ognuno può modulare pensando alle proprie. Basta sostituire all’Ararat la propria montagna o il proprio mare, e modificare le parole del toccante monologo del vecchio autista che chiude il film guardando l’Ararat oltre il confine e, fra tutti, gli “I have a dream” che ci vengono propinati, condividere quello semplice del vecchio che desidera solo sedersi, e “fumare una sigaretta su una terra ridivenuta propria”. 

Ferdinando Menconi

 

 

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