Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Attenti a quei due

Una grande alleanza geopolitica per

affrancarsi dagli Usa. Non c’è bisogno 

di essere d’accordo su tutto. Basta aver

capito che questo è il primo obiettivo 


Sono i principali esponenti di quello che lo stesso Chávez ha ironicamente e provocatoriamente definito “asse del male”. I presidenti venezuelano e iraniano sono lo spauracchio che Washington e alleati sventolano più spesso e con maggior veemenza quando vogliono descrivere i catastrofici scenari che si prospetterebbero se “i buoni” smettessero di governare il mondo. In molti parlano seriamente di un pericoloso filo diretto fra Caracas e Teheran. Un filo che lega gran parte dei Paesi latinoamericani, numerosi africani e centroasiatici fino a strizzare l’occhio all’emergente potenza cinese. Il mandatario venezuelano ha invece usato di recente il termine “asse del male” per sbeffeggiare chi ha indicato il suo tour che ha toccato Libia, Algeria, Siria, Iran, Bielorussia, Turkmenistan, Russia e Spagna come un inquietante tela nella quale rischiano di cadere numerosi Paesi non ancora totalmente assimilati alle (e dalle) “democrazie” occidentali.

Ancora più drammatica è stata la descrizione delle sempre più profonde e proficue relazioni strette in particolare fra Teheran e Caracas: un nuovo “Patto d’acciaio” incombente sulle sorti del mondo “libero”. 

La tappa del viaggio di Chávez che più ha suscitato preoccupazione è stata infatti quella in Iran. Il legame sempre più stretto che unisce Chávez e Ahmadinejad è ciò che più crea scompiglio tra le fila degli occidentalisti, perché è un rapporto non solo economico, tra due Paesi produttori di petrolio, ma una relazione che attraversa anche i piani ideologico e strategico. L’intesa tra la Repubblica Islamica e quella Bolivariana è stata definita dall’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna una “Alleanza tra due rivoluzioni” e l’impegno dei due Paesi, a “correre in aiuto alle nazioni rivoluzionarie e oppresse e sviluppare i fronti anti-imperialisti”, ufficializzato anche nell’ultimo incontro, è un obiettivo che non può certo far dormire sonni tranquilli a Washington e soci.

Chávez l’ha appena ribadito:

il Venezuela aiuterà l’Iran nel suo  programma di energia atomica

a uso civile, in quanto entrambi

i Paesi hanno il diritto di dotarsene.

L’entità delle intese stipulate nel recente incontro fra i due presidenti è notevole. Sono stati firmati numerosi accordi in altrettanti settori economici, da quello dell'energia al commercio, passando per la sanità e il settore finanziario. Chávez ha inoltre sostenuto che la sua visita in Iran è servita a compiere un passo in avanti decisivo al progetto della banca bi-nazionale, avviato nello scorso mese di aprile ma che ancora non è diventato operativo. «Nei prossimi 30 giorni - ha spiegato il mandatario di Caracas - noi metteremo a disposizione 100 milioni di dollari.» 

 

Insieme per il nucleare

Chiaramente il settore chiave è quello energetico: Caracas invierà in Iran, tra i Paesi più ricchi di giacimenti di petrolio e gas ma con un’industria della raffinazione molto debole, ventimila barili di benzina al giorno; un accordo che irrobustisce quello già firmato nel 2007 e il cui scopo politico è evidentemente quello di aggirare le minacce rivolte a Teheran dalla comunità internazionale, che ha prospettato l’interruzione delle forniture di gasolio alla Repubblica islamica se questa deciderà di perseverare nel suo programma nucleare. Teheran ha inoltre ottenuto lo sfruttamento di una delle aree nella falda petrolifera dell'Orinoco attraverso un investimento congiunto di circa 1,4 miliardi di dollari.

L'intesa energetica fra Caracas e Teheran vale, insomma, 800 milioni di dollari annui, che rimarranno depositati in un fondo in Iran e serviranno, ha spiegato il leader venezuelano, a finanziare l'acquisto di nuove tecnologie per il Paese persiano. Probabilmente tecnologie nucleari, visto che già da qualche mese il presidente Chávez ha espresso la volontà di dotare il Venezuela di un programma atomico destinato a scopi civili. Non a caso, già in passato e ancor più nell’ultimo incontro con Ahmadinejad, Chávez ha fortemente difeso il programma nucleare civile di Teheran. In una intervista a Le Figaro pubblicata il 9 settembre scorso, Chávez è tornato ad affermare che l’Iran aiuterà il Venezuela a sviluppare un programma per ottenere energia atomica per l’uso civile in quanto entrambi i Paesi hanno il diritto di dotarsene.

 

Disarmo? Sì, ma globale

Commentando la sua visita a Teheran del 5 e 6 settembre, il presidente venezuelano ha ringraziato il suo omologo Ahmadinejad «per il trasferimento di tecnologia dell’Iran al Venezuela. Abbiamo sottoscritto un nuovo accordo la scorsa settimana a Teheran. L’Iran ha il diritto di sviluppare la sua energia nucleare, come fanno la Francia, numerosi  altri Paesi e il Venezuela», ha detto il mandatario ribadendo la sua opposizione all’uso del nucleare per scopi militari. «Io parlo a nome del Venezuela e, per me, l’uso della bomba (atomica, ndr) sarebbe una catastrofe. Per questa ragione occorrerebbe andare verso un disarmo generalizzato.» 

Una dichiarazione che fa da sponda a quanto affermato da Teheran nel “pacchetto” di proposte recentemente consegnate al gruppo dei 5+1 (i Paesi membri permanenti dell’Onu più la Germania) per trovare una soluzione alle tensioni che contrappongono l’Iran alle nazioni occidentali riguardo al programma nucleare iraniano. Nel documento si parla infatti della necessità di un disarmo globale, e dell’istituzione di un “osservatorio” super partes che sovraintenda alle procedure utili ad eliminare gli arsenali atomici. «Se Europa e Usa sono inquieti, a mio avviso a torto, che siano coerenti e propongano un patto sotto il patrocinio dell’Onu per giungere all’eliminazione totale delle armi nucleari», ha – non a caso - aggiunto Chávez. 

Anche il nucleare, quindi, va ad unirsi alle numerose tematiche che accomunano i due Paesi: acerrimi nemici degli Usa e delle sue politiche imperialiste, produttori di petrolio e, altra peculiarità che li pone al centro delle critiche internazionali, fra i pochi Paesi che criticano apertamente la pulizia etnica israeliana in Palestina. Hugo Chávez lo ha fatto di recente e duramente, ritirando il proprio ambasciatore a Tel Aviv durante l’operazione “Piombo fuso” contro la Striscia di Gaza. E lo ha fatto senza che qualcuno, come invece accade per Teheran, potesse ascrivere il suo gesto al tanto sbandierato “scontro di civiltà”. 

Nelle già citata intervista a Le Figaro, Chávez è tornato a criticare senza mezzi termini Israele, accusando Tel Aviv di compiere un genocidio nei confronti dei palestinesi. «Non è che Israele voglia sterminare i palestinesi. Lo fa apertamente. Di che cosa si tratta, se non di un genocidio?». Ma poco prima, alla mostra del cinema di Venezia, aveva ribadito la sua posizione assolutamente non viziata da pregiudizi razziali o religiosi: «Non mi piace Israele per la sua politica, ma amo invece il popolo israeliano».

 

Liberarsi dall’Fmi

Teheran e Caracas, la loro comune visione del mondo, la loro capacità di andare oltre le evidenti differenze di impostazione politica - una è una Repubblica confessionale, l’altra è laica e socialista – rappresentano la sfida che il mondo “democratico” non riesce a vincere. I rapporti consolidati tra Nord e Sud del mondo, le politiche di assoggettamento mascherate da “intervento umanitario”, da “prestiti per lo sviluppo”, presupponevano – e ancora purtroppo lo fanno – rapporti squilibrati fra Stati potenti e Stati deboli e sottomessi, e magari ricchi di materie prime e risorse energetiche. Oggi il Sud del mondo, al quale Iran e Venezuela appartengono perché lì cacciati dalle politiche ostracizzanti e dominatrici degli Stati Uniti d’America, si sta unendo al di là delle differenze etniche e religiose per rappresentare un’alternativa al mondo unipolare finora dominato da Washington. Non ci sono più solo i prestiti del Fmi o della Banca Mondiale ma banche bi-nazionali, come quella in dirittura d’arrivo irano-venezuelana, e accordi commerciali ed economici che impediscono alle grandi multinazionali di continuare a predare risorse naturali e umane. È “fisiologico” che chi si oppone ad un comune nemico trovi dei punti di contatto (Ahmadinejad, nell’ultimo incontro con Chávez ha inoltre condannato la presenza di truppe statunitensi in America Latina, riferendosi chiaramente al recente, controverso, accordo militare tra Colombia e Usa). Ma quel che è cambiato è che se fino a poco tempo fa chi si opponeva all’impero lo faceva in modo autonomo, disarticolato da un progetto globale, oggi è possibile un coordinamento fra Paesi che, tra l’altro, hanno un considerevole peso economico. 

Il Sud del mondo si sta unendo al di là delle differenze etniche e religiose, per rappresentare un’alternativa al mondo unipolare dominato da Washington e dai potentati finanziari sovranazionali.

 

Oltre l’America Latina

Fondamentale è la nuova stagione latinoamericana, l’unità d’intenti manifestata negli ultimi anni dall’America Latina ne ha fatto una vera e propria potenza ormai in gran parte affrancata dalla storica sottomissione agli Usa. Come ha fatto notare Hussein Majdoubi, in un articolo pubblicato dal quotidiano panarabo Al Quds al Arabi il 6 febbraio scorso (vedi nota a fine testo), i Paesi latinoamericani, e in particolare il Venezuela e il Brasile, desideravano creare un’alleanza politica internazionale con i Paesi arabi, ma di fronte alla loro inconcludenza, dovuta alle forti divisioni interne e alla sudditanza di molti di essi nei confronti di Washington, «ha scoperto un partner ideale nell’Iran, il quale cercava di aprire nuovi orizzonti alla sua influenza di Paese emergente, diventando così uno dei nuovi interlocutori di questa regione a livello politico, economico, e di sicurezza.» 

L’Iran è una potenza regionale importante, un grande Paese con una popolazione giovane e risorse considerevoli che, come l’America Latina, punta a porsi come interlocutore a livello internazionale rifiutando il ruolo sottomesso al quale gli Usa vorrebbero relegarlo. I tempi dello scià sono lontani e l’emergere di una potenza come quella latinoamericana, accanto all’ombra del colosso cinese, si uniscono agli scricchiolii che ormai si sentono alla base – economica e politica - dell’Impero nordamericano. Qualche anno fa i Paesi dell’America Latina seguivano le indicazioni statunitensi nella gestione della loro politica estera ed economica. Oggi il “cortile di casa” è diventato un edificio indipendente. Il continente latinoamericano propone un mondo multipolare in cui i rapporti tra nazioni sono simmetrici e reciproci, non più improntati al paternalismo da padre-padrone che Washington imponeva a più di mezzo mondo. Una nuova visione dei rapporti internazionali che l’Iran condivide pienamente. È un sodalizio all’insegna del protagonismo, quello fra Caracas e Teheran. Quanto basta a far tremare i polsi a Washington e alleati. 

Alessia Lai

 

L’Iran prende il posto del mondo arabo in America Latina - di  Hussein Majdoubi su Al Quds al Arabi, 6 febbraio 2009:  “A seguito dell’indecisione mostrata da alcuni Paesi arabi di fronte alla possibilità di organizzare il vertice, al loro scarso entusiasmo nel promuovere la cooperazione bilaterale, e alla marginalizzazione dei rapporti con l’America Latina da parte della Lega Araba, i Paesi latinoamericani sono giunti alle seguenti conclusioni: 

1) I popoli arabi aspirano a coordinarsi con l’America Latina e con tutti quei blocchi che invitano al rispetto della legalità internazionale e che si oppongono all’arroganza americana, tanto più che l’opinione pubblica araba è ammirata dagli sviluppi in atto in questa regione, e soprattutto da quelli legati alla sfida in corso con Washington. Tuttavia i leader dei Paesi arabi non sono all’altezza delle aspettative dei loro popoli. 

2) I leader arabi non sono indipendenti nelle loro decisioni politiche. Dopo il vertice del maggio 2005, i giornali latinoamericani scrissero che Washington aveva esercitato pressioni nei confronti di alcuni Paesi arabi affinché il vertice non si chiudesse con un comunicato dai toni aspri nei confronti degli Stati Uniti. Secondo questi giornali, Washington aveva consigliato i Paesi arabi di evitare in futuro di rafforzare il coordinamento politico con l’America Latina. 

3) Il mondo arabo manca di un Paese guida in grado di gettare le basi di un piano strategico che permetta alla regione di avere un peso nel panorama mondiale, al contrario di quanto avviene attualmente in America Latina (…) L’Iran ha compreso la delusione dell’America Latina nei confronti del mondo arabo e si è offerto come alternativa, visto che esso possiede molte caratteristiche che glielo permettono, e condivide con l’America Latina la visione strategica di un futuro caratterizzato da un mondo multipolare, da una presenza importante dei Paesi del Sud nel panorama geopolitico mondiale, e da una politica di opposizione nei confronti degli Stati Uniti d’America”. 

 

 

Tony Capuozzo

Lassù sulle montagne