Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Moleskine ottobre 2009


Crisi e spunti


- Prima volta nella storia: la Svezia applica il tasso negativo sui depositi bancari. Ovvero -0.25%. La banca svedese è la prima al mondo a entrare in questo territorio inesplorato. Non solo tassi vicini allo zero, ma addirittura negativi.

Disoccupazione: negli Stati Uniti il reale tasso di crescita della disoccupazione si attesta tra 600.000 e 1.000.000 di nuovi disoccupati ogni mese.

Debito: sempre in Usa, sta per essere raggiunto il tetto dei 12.000 miliardi di dollari. Conseguenza: il resto del mondo si sta rapidamente allontanando dalla sfera di influenza del dollaro.

“Ripresa delle banche”: il fatto di parlare in punti percentuali è parte di un'operazione mirata. Molte banche, il cui prezzo delle azioni è stato pressoché nullo, hanno potuto fingere «rimbalzi» del +200, +300 o +500%. Ecco la trappola: riconquistare il 500% quando l'azione è scesa fino a 1 alza il valore fino a 5, valore che però, realmente, lascia un perdita di 40 se si ha acquistato 2 anni prima.

 

L’inganno di sant’Obama

La farsa delle elezioni pilotate in Afghanistan aprirebbe gli occhi sul vero Barack Obama anche a un cieco. Gli obamiani italiani, invece, pare siano immuni ad ogni evidenza. Obama sta chiudendo Guantanamo, pare. Ha iniziato la procedura di ritorno dall’Irak, d’accordo. Ma questi sono tutti rassicuranti aggiustamenti di una politica estera che era, e resta, imperiale. Il presidente nero non smobiliterà dalle valli afghane, anzi stringerà la morsa dell’occupazione. Né tanto meno si sogna di tagliare le spese militari, ossessione delle bandierine arcobaleno. Soprattutto, non rivedrà di una virgola il principio cardine del ruolo di unica potenza egemone che gli Stati Uniti avocano a sé per il mondo. Non smantellerà le migliaia di basi sparpagliate nei cinque continenti, né allenterà il guinzaglio Nato con cui Washington tiene imbrigliata l’Europa. La sua è una declinazione meno guerrafondaia e più diplomatica, ossia più digeribile, della funzione che ogni amministrazione a stelle e strisce considera l’unica possibile: il dominio del globo. I pacifisti si mettano il cuore in pace: il loro santino è solo la versione charmant dell’incoercibile imperialismo americano. E le ragioni sono strutturali. Barack Obama fa riferimento – e come potrebbe non esserlo, se è arrivato lì – alla più potente lobby che esista: la finanza di Wall Street. Per farvi un’idea, basta che andiate sul canale internet Youtube e vi guardiate l’istruttivo documentario “L’inganno di Obama”. Apriamo gli occhi, invece di foderarli con l’immagine propagandistica di sant’Obama il Nero. 

 

Chi vuol essere Berlusconi? 

Un illuminante e “utile” sondaggio di Sky Tg 24 dell'8 settembre 2009, chiede ai telespettatori se vogliono assomigliare a Berlusconi. Il 48 % dei votanti risponde affermativamente. Dunque secondo il sondaggio e facendo una proiezione nazionale, circa la metà della nostra popolazione vorrebbe una vita simile a quella del Presidente del Consiglio. O meglio, la metà delle persone che usano partecipare a sondaggi del genere. Eppure la cosa è indicativa. Almeno per tutti quanti si chiedono - o non si capacitano - il motivo per il quale nel nostro paese sia arrivato al governo un personaggio del genere. Denaro, successo mediatico, prostitute, festini e stuoli di servi in tutti i campi dello scibile umano, sono dunque le cose che circa la metà di chi ha partecipato al sondaggio vorrebbe avere identificandosi con la figura di Berlusconi.
La cosa è anche un monito, evidentemente, per quanti combattono battaglie culturali, ancora prima che politiche, nel non riporre speranze, almeno nel breve periodo, in un cambiamento di mentalità per buona parte delle coscienze (almeno) dei nostri connazionali.
Così come è uno stimolo ulteriore - un imperativo morale - cercare invece di incidere proprio su tali menti e non arretrare nelle proprie battaglie quotidiane in tal senso.

 

Mike: imbonitore in servizio 
permanente effettivo

Ah, com’era simpatico Mike Bongiorno! Che grande uomo di comunicazione! Che maestro dell’intrattenimento 
televisivo! Siccome ce lo siamo sentiti dire in tutte le salse, nelle inevitabili 
commemorazioni post mortem, 
replichiamo senza esitazione ristabilendo la verità dei fatti. 
Mike Bongiorno, il cosiddetto “re dei quiz”, era nulla di più che 
l’ennesimo imbonitore in servizio 
permanente effettivo. Un ciarlatano di lunghissimo corso. 
Uno dei più incrollabili artefici di una televisione insopportabile, stupida nella forma e cinica nella sostanza, che non ha niente da dare se non un po’ di distrazione spicciola. L’inesausto, 
e strapagato, dispensatore di quella rassicurante mediocrità di cui tanta gente (ahinoi) ha bisogno, per 
allontanarsi dai problemi reali – e dalla consapevolezza di valere poco e di non fare nulla per migliorarsi. D’altra parte, se qualcuno l’avesse dimenticato, Bongiorno era nato a New York ed era impregnato della peggiore “cultura” americana. Stabilitosi in Italia nel 1953 aveva trovato nella neonata Rai-Tv lo spazio ideale per la sua giuliva nullità. Dopo di che, tra un Lascia o Raddoppia e un Rischiatutto, una Ruota della Fortuna e una campagna pubblicitaria, non c’è stato più verso di liberarsene. Alla notizia della sua morte, riferisce l’Ansa, un Silvio Berlusconi “visibilmente provato (...) ha sottolineato la sua 
amicizia con il presentatore televisivo”.  
Poi, sorvolando sul fatto che, non più tardi di un anno fa, non aveva mosso un dito per evitare che il suddetto venisse buttato fuori da Mediaset (e Mike se ne era pubblicamente rammaricato a “Che tempo che fa”, lamentando di non aver neppure ricevuto uno straccio di risposta alle sue telefonate), non ha mancato di fare quello che fa di solito: 
prendere a pretesto chiunque e 
qualsiasi cosa per parlare bene di se stesso.  "Mi spiace molto, anche perché aveva un grande sogno, che era quello di diventare senatore della Repubblica. 
Io mi ero attivato a questo proposito".
SuperSilvio e SuperMike. Momentaneamente allontanati dal destino, speriamo che si ritrovino presto.

 

Buonanotte 
Bongiorno & Co. 

È in ogni caso un fatto generazionale. Meglio, antropologico-generazionale. Muore uno dei primi grandi vecchi della televisione commerciale, e della sub-cultura a essa collegata, che ha di fatto contribuito in maniera fondamentale a uno dei cambiamenti più importanti - e deleteri - del nostro Paese.
Primi pezzi di quella generazione cominciano a scomparire. Autori, complici, guru del mercato e della tv spazzatura di quella che è stata una delle più grandi - e oscene - variazioni antropologiche del nostro Paese, arrivano a fine corsa. Intere generazioni cresciute a televendite e pubblicità, per una an-alfabetizzazione da piccolo schermo veicolata da accidia e superficialità, con vacuo intento (dis)educativo, sono quelle che non a caso hanno contribuito all'ascesa di uno dei Presidenti del Consiglio più ignobili che la storia della nostra Repubblica abbia mai avuto. Con nani e ballerine di corte, cresciuti in batteria - nella stessa batteria - a fare da corollario per l'attuale scempio della Costituzione, della Giustizia, della morale pubblica e civile e della cultura in senso lato.
Trash e spettacolo immondo per un Paese che si è lasciato abbrutire sprofondato sul divano, non più in grado di comprendere, di discernere, di scegliere.
Ebbene quella generazione di attori dell'università del nulla inizia a giungere al termine. Per fortuna. Per fortuna per cause naturali.
Il punto è che le generazioni successive non paiono essere meglio. Perché cresciute alla luce della tv di quel tipo, e assuefatte a tutto, non possono che subire impassibili, senza neanche un singulto di sdegno, tutto quello che la schiera dei Mike Bongiorno di allora propone e propina abitualmente nelle cose di ogni giorno. Siano esse pubbliche ma tenute nascoste o private e dibattute sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. 
Del resto, se si decide di dare funerali di Stato a chi ha fatto del telequiz e delle televisioni commerciali la propria ragione di vita e di denaro, l'implicazione più diretta che si possa avere è in merito a quale cosmo di (dis)valori e di impolitico sia alla base dello Stato nel quale viviamo. E che persone come Mike Bongiorno - e chi lo loda post mortem - lasciano in eredità a chi rimane.

 

Marchionne dà i numeri: 
e lo Stato si inginocchia

È ridicolo dal punto di vista logico e ancora di più da quello prettamente esistenziale, il richiamo di Sergio Marchionne, l'Amministratore Delegato della Fiat (lo scorso 16 settembre) a far stanziare dei contributi statali, sotto forma di incentivi, per l'acquisto dell'automobile - "richiamo" si fa per dire: da che esiste la Fiat, lo Stato non ha fatto altro che avallare le sue richieste, in ginocchio.
Dal punto di vista prettamente economico la cosa è ancora una volta sconcertante, e questo sempre seguendo i dettami del libero mercato che libero non è, visto che quando si trova in difficoltà piange - anzi intima- alla casse pubbliche un intervento.
Come al solito, i dogmi mercatisti si stravolgono alla bisogna. Il settore delle automobili è in crisi e dunque "per non perdere posti di lavoro" (e utili agli azionisti, sia chiaro) si chiede a gran voce l'intervento statale, ovvero denaro dei cittadini. Mentre i dividendi privati sono al sicuro, naturalmente.
Ma il punto è ancora un altro, e ed è più profondo, sistemico, rispetto alla congiuntura (vera o speculativa che sia) di richiedere denaro pubblico per non far perdere posti di lavoro. Il punto è che il mercato delle automobili è al capolinea. Le automobili non si vendono più come prima perché la gente non ha denaro per acquistarle. Perché forse ha capito che è diabolicamente sciocco e delirante cambiare automobile per capriccio. Oppure lavorare di più per avere denaro per pagare le rate di una scatola su quattro ruote. Perché qualcuno - pochi, naturalmente - ha capito che una ribellione vera la si attua proprio operando in controtendenza: e dell'automobile fa a meno. Cerca di fare a meno. O almeno non la cambia fino a che non sia del tutto inutilizzabile.
Perché a molti, tranne che in casi particolari, l'automobile non serve: può non servire. All'interno delle città fa prima a spostarsi con i mezzi pubblici. In bicicletta. In qualche caso anche a piedi. 
La maggior parte delle persone fa un tragitto casa lavoro di tre kilometri o inferiore a tre kilometri (non parliamo dei pendolari, naturalmente, che sono dannati a vivere non meno di 2-3 ore al giorno della propria vita in automobile, immobilizzati nel traffico a litigare con altri automobilisti per andare al lavoro, a beneficio del "migliore dei mondi possibili"). Parliamo di una casistica notevole di lavoratori che in città prendono l'automobile per fare dei tragitti brevi e addirittura brevissimi. Tre kilometri a piedi a una persona del nostro tempo sembrano una distanza incolmabile. Una volta era la norma. Ora, il nostro "mondo del benessere" ha fatto passare nella percezione generale che percorrerli in automobile, quei tre kilometri, sia più agevole e comodo che farlo a piedi.
Per fare tre kilometri al ritmo blando, molto blando, di una semplice passeggiata, ci si può impiegare mezz'ora. In una città, quanto si impiega a prendere l'auto, infilarsi nel traffico, un semaforo dietro l'altro e una coda dietro l'altra, arrivare a destinazione e girare intorno all'edificio per cercare parcheggio?

 

I subdoli attacchi
a REPORT

Vorrebbero chiudere Report ma non possono farlo. Almeno per ora. Cancellarlo dai palinsesti sarebbe una mossa troppo scoperta. Persino in un Paese semi narcotizzato come il nostro, che sembra aver perso qualsiasi capacità di reazione collettiva di fronte all’arroganza dell’establishment politico ed economico, verrebbe recepita per quello che è: un abuso di potere ai danni di professionisti ineccepibili. Una censura preventiva, e onnicomprensiva, che invece di limitarsi al singolo caso pretende di eliminare il problema alla radice, togliendo il diritto di parola a chi lo utilizza nel tentativo di far emergere la verità. L’alternativa a questa infame “soluzione finale” è tanto ovvia quanto subdola. Consiste nel moltiplicare le azioni di disturbo. Nel mettere i bastoni tra le ruote e nell’ostacolare in tutti i modi la marcia. Sabotaggi grandi e piccoli travestiti da atti di routine.
C’è solo l’imbarazzo della scelta, specialmente in una realtà come quella della Rai che è una via di mezzo tra un ministero e una holding. E che perciò ha tutti i vizi sia di un ente pubblico, dalla mentalità burocratica ai condizionamenti della politica, sia di un grande oligopolio privato, dalla elefantiasi organizzativa alla sicumera di un management abituato a spadroneggiare dall’alto della sua posizione dominante.  
L’attacco, per quanto riguarda Report, è ormai pianificato e potrebbe concretizzarsi da un momento all’altro. I vertici di Viale Mazzini avrebbero intenzione di togliere alla trasmissione l’assistenza legale dell’azienda, assistenza che peraltro era già mancata in passato e che era stata conquistata solo col tempo e a prezzo di lunghe e accese discussioni.  L’attuale direttore di Rai 3, Paolo Ruffini, denuncia il pericolo dalle colonne di Repubblica: «È un programma che si basa su una squadra di freelance. A questi giornalisti la Rai ha garantito copertura legale negli anni passati. Ora l'azienda vuole rivedere la clausola, nonostante il parere contrario della rete. Report è un patrimonio e quindi è utile alla Rai».  
Nulla di casuale: proprio per la sua vocazione al vero giornalismo d’inchiesta, che non esita a lanciare accuse e a fare nomi e cognomi, Report ha accumulato in passato – e certamente accumulerà in futuro – una quantità di querele e di richieste di risarcimento. Per quanto non abbia mai perso una causa, a dimostrazione del fatto che le sue requisitorie non scaturiscono dal pregiudizio ma da elementi obiettivi, si tratta comunque di un onere col quale bisogna fare i conti. E che si traduce, nella migliore delle ipotesi, in un’immane perdita di tempo. 
Come ricordava nel febbraio dell’anno scorso Milena Gabanelli, conduttrice e responsabile del programma, «Nel 2007 le cause arrivano ad un numero talmente elevato che passo più tempo a difendere me e i miei colleghi che non a lavorare». Se sarà confermata, dunque, la mossa della Rai non avrà nessuna giustificazione né giuridica né tantomeno morale. La mancata tutela di Report è un favore che si fa a tutti quelli che hanno motivo di temere le sue inchieste. 
È un ulteriore tassello della strategia di chi mira a mettere il bavaglio a quel poco di informazione libera, e qualificata, che ancora esiste in Italia.

 

Spingendo la notte più in là

Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi ucciso dalla Brigate Rosse nel maggio del 1972 (e ora direttore responsabile del quotidiano La Stampa), ha scritto un libro con tanti motivi di interesse. Ad iniziare dal motivo stesso della sua pubblicazione, ovvero cercare, sebbene in parte, di riequilibrare il panorama di una pubblicistica troppo spesso inclinata sul piano dell'amarcord di tanti che all'epoca decisero di imbracciare le armi e uccidere persone e ora - tra chi è ancora latitante, chi è assurto al ruolo di ideologo sui quotidiani nazionali, chi scrive romanzi e partecipa a dibattiti televisivi fino a chi addirittura siede nel nostro Parlamento - vengono ancora oggi presentati al pubblico con parole quanto meno fuorvianti.


Furono tanti i morti per mano dei terroristi, e l'oblio dovuto alla loro morte - e a uno Stato che perde troppo spesso la memoria - ha contribuito ad aver scavato un solco ancora più grande tra chi perse la vita per mano dei terroristi e chi, avendo scontato la pena detentiva, non sente il dovere morale quanto meno di evitare di partecipare in modo attivo alla società mediatica. Soprattutto proprio riguardo i temi legati agli Anni di piombo.
Naturalmente non parlando di chi, tra di essi, vive addirittura latitante e continua imperterrito a non voler pagare per i crimini commessi quando non addirittura continua a costruire la propria medialità attraverso l'alone di romanticismo che accompagna proprio chi fu attore di tali atrocità negli anni Settanta. Questi sono carogne latitanti. Compito difficile, per un libro che è certamente ricordo familiare di moglie e bambini con una vita mutilata per sempre, ma anche attestato di considerazione per le tante altre vittime del terrorismo dell'epoca. Soprattutto quando, ed è il nostro caso, Calabresi figlio si trova costantemente - nel corso della propria vita e sino a oggi, ancora, su certi quotidiani - a doversi scontrare con l'ottusità (e la connivenza intellettuale?) di giornalisti che continuano imperterriti ad essere velatamente (e non) acquiescenti con chi allora stroncò la vita di persone e famiglie.
Qualche esempio, dalla penna dello stesso Mario Calabresi: "In un Paese che non riesce a trovare modelli, esempi, che occasione sprecata non ricordare, avere rimosso. Il rigore e lo scrupolo di Vittorio Occorsio, l'onestà intellettuale e il coraggio di Guido Rossa sono lì. Un patrimonio per tutti.
Ci vorrebbe una sensibilità diffusa, manca un sentire collettivo, e tutto questo non può essere una questione privata. E ancora si fa fatica a pronunciare parole chiare 
di condanna della violenza politica.
I terroristi non sono stati sconfessati come assassini ma troppo spesso descritti come perdenti, persone che hanno fatto una battaglia ideale ma non sono riusciti a vincere. In questo modo però sono loro a diventare dei modelli. E le inchieste sugli ultimi epigoni del brigatismo, annata 2007, dimostrano una cosa con chiarezza: che ci sono ancora messaggi capaci di passare alle nuove generazioni".
Compito non certo facile, per Calabresi, riuscire a comporre un libro dai tratti delicati e mai moralisti pur incontrando spesso il tranello per potervi - comprensibilmente - cadere. E allo stesso tempo scrivere di fatto un atto d'accusa contro gli stessi media che al gioco della "gioventù deviata", dei "ragazzi che hanno sbagliato", continuano in tanti casi a cadere.
"In questo i mezzi di comunicazione hanno responsabilità particolari" - scrive ancora il direttore de La Stampa - "i giornali e le televisioni non si fanno troppi scrupoli ad accendere un faro sui terroristi, a dar loro la scena, anche quando ciò ha caratteri chiaramente inopportuni. Ma la cosa più fastidiosa e pericolosa sono le interviste standard: dei terroristi che parlano non vengono quasi mai ricordati i delitti e le responsabilità, e questo non è accettabile soprattutto se sono interpellati per discutere proprio sugli Anni di piombo. Sergio Segio, per fare un esempio, viene presentato come 'esponente del Gruppo Abele', quasi mai come il killer di Galli e Alessandrini; Anna Laura Braghetti, la brigatista che uccise con sette colpi Vittorio Bachelet alla Sapienza di Roma e partecipò al sequestro di Aldo Moro, si dice che 'coordina un servizio sociale rivolto ai detenuti'".
Testimonianza della memoria, dunque, sia di Luigi Calabresi assassinato a Milano sia per tanti altri - e per le loro famiglie - cadute vittima del terrorismo negli anni successivi. Ma anche - e qui si annida il secondo motivo di interesse del libro - equilibrata, giustificata e corretta (anche quando dura) denuncia di quelli che sono ancora oggi i messaggi che certi lasciano passare in memoria di quegli anni. "La seconda cosa preoccupante è che si lascia passare un'idea romantica del terrorismo, specie nel paragone con il brigatismo degli ultimi anni, sostenendo che la lotta armata degli anni Settanta aveva dietro di sé delle idee, un progetto rivoluzionario".
Non è un saggio. Non ha la pretesa di essere esaustivo in materia, anche se mette a punto anche per chi ancora non conosce bene i fatti, come ad esempio cosa accadde la notte della morte di Pinelli - e il fatto che il Commissario Calabresi non si trovava in quella stanza al momento della caduta dalla finestra dell'esponente anarchico - o ancora quanto scritto dagli esponenti di Lotta Continua sul giornale dell'epoca e le motivazioni della morte del Commissario (alla quale seguirono, dopo molti anni, le condanne a Pietrostefani, Bompressi e Sofri). Ma non è neanche un libro di soli ricordi personali. Nella "notte" della pubblicistica attuale in materia, è però un contributo essenziale per cercare di ristabilire un equilibrio alla comprensione di quella che è stata una delle pagine più nere della nostra Repubblica.

Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo.Mario Calabresi, Mondadori 2008, 125 p., euro 14,50.

 

Ciclisti ubriachi

Il Decreto Sicurezza, convertito in Legge 15 luglio 2009, n. 94, varato per contrastare l’immigrazione clandestina, tutelare le ronde, vietare la vendita di bombolette spray ai minorenni, oltre a questi indubbi meriti (si fa per dire) vanta anche quello di aver affrontato l’”annoso allarme sociale” causato dai ciclisti che infestano le nostre strade (sic). Non vedremo quindi più folli gare illegali come quelle fra Peppone e Don Camillo. Le sanzioni restano immutate, ma c’è un arma in più la perdita di punti patente (art.3 comma 48). Già, se il ciclista indisciplinato ha la sventura di essere patentato vedrà decurtati i suoi punti, rendendo quindi inutili alcuni sotterfugi irresponsabili, quali ad esempio inforcare la bicicletta quando si desideri bere in eccesso (tipo un paio di bicchieri di vino): la patente non è più al riparo, tanto vale prendere l’auto. Anche perché in caso di ritiro patente, si potrà sempre ricorrere alla bicicletta, per l’uso della quale non è (ancora) prevista alcuna particolare licenza. Problema cui si dovrà ovviare in tempi brevi giacché è impossibile togliere punti alla patente di chi ne è sprovvisto, con serie implicazioni di incostituzionalità, fatto comunque secondario nel paese del Lodo Alfano. A quando i provvedimenti per impedire alla gente che ha bevuto di andare a piedi e di correre sui marciapiedi?

 

La Morsa - le vere ragioni della crisi mondiale

La tesi sostenuta in questo libro scritto da Loretta Napoleoni - economista, consulente per la Bbc e la Cnn, ma anche editorialista di Le Monde, El Pais, The Guardian e, in Italia, de l'Unità, Repubblica e di Internazionale - prende le mosse dalla relazione tra terrorismo ed economia. Ovvero dai temi più dibattuti degli ultimi anni. Meglio, prende le mosse dalla relazione esistente tra i due fenomeni, in particolare modo l'attentato dell'11 settembre e le guerre all'Afghanistan e all'Iraq - e dalle cause a monte - per sostenere che esiste un filo rosso di comunicazione tra i due con la grandissima crisi economica dei nostri ultimi tempi.
Leggendo i due eventi contemporaneamente, la Napoleoni sostiene la loro diretta interdipendenza (con il beneficio di una ferrea e documentata esposizione). Ma è soprattutto un altro il motivo di interesse del libro. Ovvero la focalizzazione di buona parte dello stesso sulla economia islamica. Terreno, quest'ultimo, che almeno nel nostro paese si è quasi del tutto dimenticato di affrontare nell'analisi dell'attacco alle torri gemelle prima, delle guerre poi e infine della crisi economica dell'Occidente. 
I cambiamenti in atto sembrano coronare il sogno di Bin Laden, che è quello di distruggere l'economia occidentale. Questa la tesi dell'autrice, che sposta l'asse del dibattito, con acutezza, dalla propaganda infima che i mezzi di comunicazione dell'Occidente hanno perpetrato nei confronti dell'esasperazione del conflitto di civiltà (Samuel P. Huntington docet). L'obiettivo di Bin Laden sarebbe quello di costringere Washington ad abbandonare le politiche di sostegno dei regimi oligarchici musulmani, Arabia Saudita prima fra tutti.
Obiettivo raggiunto, secondo la Napoleoni, poiché proprio la follia della guerra al terrorismo ha messo in ginocchio l'economia americana e mondiale.
La rilevanza di questo saggio risiede dunque innanzitutto nella prospettiva decisamente diversa da altre in materia, in particolar modo nel mettere in relazione e saper fare sintesi (documentando molto puntigliosamente punto per punto) fenomeni che per un verso appaiono molto differenti tra loro, e per un altro verso sono stati letti (fino a ora) nella percezione comune attraverso il prisma falsato della rappresentazione mediatica occidentale.
"Più che uno scontro di civiltà" scrive la Napoleoni "la jihad moderna simboleggia uno scontro tra due sistemi economici: uno egemonico, l'Occidente guidato dagli Usa, e l'altro insurrezionale, il mondo musulmano".
Nel libro c'è insomma materia per riflettere al di fuori degli schemi ai quali ci hanno abituato.
Non solo. Oltre alla spiegazione della notevole rilevanza del potere economico e finanziario musulmano - il che porterebbe su un piano (ancora una volta!) prettamente economico tutti gli scontri in atto - e dunque oltre allo squarcio di conoscenza proferito su un terreno difficilmente conosciuto dai più (il quale apre a sua volta un filone del tutto nuovo di interpretazioni sullo stato delle cose mondiali) si arriva ai giorni nostri. Ovvero a quelli in cui la crisi economica che, secondo l'autrice, ne discende sia direttamente sia indirettamente, cade sulle spalle della popolazione americana prima, e dunque europea e infine, in un certo senso, anche a quella orientale. 
Tra le altre cose nel saggio vi sono due parti esilaranti, se non fossero anche drammatiche, in merito agli effetti devastanti (e inconcludenti) del Patriot Act e dello stato di quello che sino a qualche tempo fa poteva essere considerato come il ritorno del Grande Gatsby, all'interno della City di Londra, e che oggi appare piuttosto come la fine dei "favolosi anni ruggenti" (scandalo Madoff e l'interminabile catena dei derivati).
Ma c'è un ulteriore punto degno di nota. Proprio arrivando a parlare dei giorni nostri, l'autrice, a differenza che nella maggior parte dei saggi in materia (di cui si iniziano a riempire le librerie) si sottopone senza reticenze, e con coraggio, all'abbozzo di un nuovo modello economico e di un sistema attraverso il quale uscire dall'impasse attuale.
"Il salvataggio delle banche ci rende azionisti", scrive, "è nostro diritto vigilare sulla gestione delle società salvate. Facciamo pressione sulla classe politica affinché persegua i nostri interessi, non quelli di un gruppo ristretto di persone".
Al di là del fuori fuoco, a nostro avviso, dell'ultima parte - in cui si sostiene implicitamente che il sistema sia giusto e che serva però riformarlo con alcune grandi modifiche, mentre noi (e chi ci legge lo sa) siamo convinti che sia proprio il sistema in sé a dover essere rovesciato - il libro ha comunque il pregio, non secondario, di far pensare attraverso una griglia interpretativa differente i fatti mondiali che in questo momento ci vedono attori attivi della storia.

La morsa. Le vere ragioni della crisi mondiale. - Loretta Napoleoni, Chiarelettere 2009, 186 p., 13,60 Euro.

 

Tutte le bugie di Obama

Tony Capuozzo