Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Reportage: I Karen non mollano mai

“Noi non ci battiamo di certo per portare

la democrazia a Rangoon. La democrazia non ci

interessa. I karen non hanno nessuna intenzione

di invadere il territorio di uno stato sovrano, ne’

di intromettersi nei suoi affari; ma ci deve essere garantita l’inviolabilità della nostra terra, in cui

riposano i nostri Padri. Saremo sempre disposti

a morire, per ottenere il rispetto della nostra identità e per tenere la droga lontana dal nostro Paese”.

 

Il giovane guerrigliero che mi precede ha il passo di un velocista. Sembra impossibile che con quelle vecchie infradito di gomma ai piedi riesca ad arrampicarsi sul ripido sentiero senza la minima incertezza. Sta piovendo da almeno un’ora, e la terra rossa del camminamento si è trasformata in un viscido sapone che fa slittare verso valle i miei anfibi “original U.S.A.” impedendomi di tenere il ritmo della mia guida.

Il ragazzo si gira, osserva i passi incerti dell’ospite, ne sente il respiro affannoso. Senza cambiare espressione sul suo serio volto sbarbato si ferma, finge di accusare un momento di stanchezza, si toglie il basco verde e usandolo come un ventaglio si fa aria, concedendomi qualche minuto per riprendere un po’ di fiato.

La Birmania, per un visitatore clandestino, inizia così. Interminabili salite sui fianchi di montagne ricoperte da una prepotente vegetazione che avevi visto soltanto nei film sulla guerra del Vietnam. Poi discese a valle e rovinose scivolate verso torrenti ingrossati dalle piogge monsoniche. E ancora nuove scalate, con le mani che trovano insidiosi appigli su tronchi coperti di affilate spine. Alle nostre spalle il confine thailandese, attraversato guadando in tutta fretta un fiume ed eludendo i controlli delle numerose guardie di frontiera che pattugliano la regione. La colonna, formata da una quindicina di guerriglieri, è diretta ad un avamposto dell’Esercito di Liberazione Karen, il gruppo armato più attivo nella guerra contro il regime birmano.

Di tanto in tanto i volontari rompono il silenzio per avvisare qualche compagno della presenza di una sanguisuga sui suoi polpacci. “Metti delle sigarette sbriciolate nei calzettoni” – mi raccomanda Ba Wah, anziano infermiere militare, specializzato nelle amputazioni degli arti inferiori – “Alle sanguisughe l’odore del tabacco non piace. Si fermeranno alle caviglie e ti lasceranno in pace le zone più sensibili….” Ripongo nello zaino l’inutile repellente chimico e sfilo il pacchetto di sigarette dalla tasca.

Ba Wah ha solo cinquanta anni, ma è considerato il nonno della compagnia. L’aspetto è quello di un elfo dei racconti di Tolkien. Non supera il metro e sessanta, ha due occhi neri e lucidi che ti penetrano con cordiale e straordinaria vivacità. Indossa un sarong (una gonna che fa parte dell’abbigliamento tradizionale delle genti di Birmania) il cui colore sgargiante ha ben poco a che vedere con i manuali di mimetizzazione militare. Per trent’anni infermiere personale dell’eroe della resistenza Karen, il carismatico e spietato Generale Bo Mya, ha partecipato alle più importanti battaglie attraverso le quali questa orgogliosa popolazione, insediatasi in Birmania 2.700 anni fa, ha fatto fronte al tentativo di genocidio condotto contro di essa dai diversi governi che si sono succeduti a Rangoon.

Ba Wah dispensa consigli e ordini, è adorato e temuto come un padre dai numerosi ragazzi che lo interrogano per ascoltare i suoi racconti di guerra. L’esercito di liberazione è formato in gran parte da loro, giovanissimi soldati che hanno lasciato volontariamente i campi profughi in Thailandia per battersi e morire per la rivoluzione Karen, quella via di lotta e sacrificio indicata sessant’anni fa da Saw Ba U Gy, l’eroe/martire della sollevazione contro i Birmani.

 

Nessuna resa. Mai

“Per noi l’ipotesi di una resa è fuori discussione” - ci dice il Colonnello Nerdah Mya, comandante operativo di tre battaglioni del Karen National Liberation Army (KNLA) – “e finchè non verrà riconosciuto pienamente il nostro stato noi resteremo a batterci in questa giungla”.

Nerdah ci accoglie nell’avamposto, cinque capanne di bambù coperte da teli di nylon bucherellato sotto i quali una quarantina di volontari si riparano dai frequenti scrosci di pioggia. Il campo è una installazione provvisoria. La guerriglia è in costante movimento. Si resta una, due, tre settimane, a volte un mese. Poi ci si sposta su un’altra collina, invisibili al nemico, ma sempre a ridosso di esso. Lo si colpisce con un colpo di cecchino. Con una imboscata. Con delle mine fatte in casa. L’intento è quello di far capire agli invasori che non hanno un vero controllo sul territorio di cui si sono impossessati. Questo avamposto è un mare di fango. I giovani dormono su delle amache, per proteggersi da melma e sanguisughe. Raccolgono l’acqua piovana per bere e lavarsi. Trascorrono la giornata tra pattugliamenti e snervanti attese. L’orecchio incollato ai walkye talkye per intercettare le conversazioni dei reparti birmani. La nostra visita risulta così un piacevole diversivo dopo quattro mesi di isolamento nella giungla.    

C’è da credere alle parole di Nerdah quando dice che i Karen non si arrenderanno: il K.N.L.A. resiste infatti dal 1949 alle offensive che i birmani sferrano con regolarità ad ogni stagione secca (novembre – marzo) e che tutte le volte il regime di Rangoon descrive come “il colpo finale contro i terroristi”.

Male armati (buona parte dei fucili in uso sono reperti dei conflitti di Vietnam e Cambogia), schiacciati in una lunga ma stretta lingua di terra a ridosso del confine thailandese, colpiti da malaria, tubercolosi e infezioni gastrointestinali, incalzati dai reparti speciali birmani, i combattenti Karen non mollano. Dalla loro parte la forza della causa, la conoscenza capillare di ogni angolo di giungla, la straordinaria capacità di combattere per settimane senza quasi cibarsi, l’attaccamento alla propria terra. Sono uomini della foresta, e dalla foresta e dai suoi Spiriti traggono riparo e aiuto.

Di fronte a loro, uno degli eserciti più equipaggiati del Sud – Est Asiatico, che riceve armamenti da Cina, India, Pakistan, Singapore e Israele, che ottiene da Tel Aviv sofisticati sistemi di rilevazione ed intercettazione delle comunicazioni radio, che manda in Australia i membri della propria polizia ad imparare le nuove tecniche antiterrorismo. Una forza armata al servizio di un regime che pur governando un paese con il reddito pro capite tra i più bassi al mondo, garantisce un tenore di vita da sultani ai suoi gerarchi, unici beneficiari di contratti miliardari con le multinazionali occidentali e di accordi criminali con i produttori e i trafficanti di stupefacenti.

“A noi non interessa la politica interna della Birmania” – prosegue Nerdah mentre col machete ci pulisce una grossa noce di cocco – “Noi non ci battiamo di certo per portare la democrazia a Rangoon. La democrazia non ci interessa. I karen non hanno nessuna intenzione di invadere il territorio di uno stato sovrano, ne’ di intromettersi nei suoi affari; ma ci deve essere garantita l’inviolabilità della nostra terra, in cui riposano i nostri Padri. Saremo sempre disposti a morire, per ottenere il rispetto della nostra identità e per tenere la droga lontana dal nostro Paese”.

Parla un perfetto inglese il giovane ufficiale, ultimogenito dell’eroe nazionale. Per questo ragazzo dallo sguardo amichevole l’anziano guerriero Bo Mya, il combattente che i generali di Rangoon non sono mai riusciti a comprare ne’ a sconfiggere, aveva programmato una esistenza “normale”, lontana da quella giungla infestata da mine antiuomo, percorsa dalle squadre della morte birmane, teatro di esecuzioni di massa, stupri sistematici, torture. Lo aveva spedito negli Stati Uniti, pensando di non rivederlo mai più. “Studiavo in un  college, frequentavo corsi di letteratura, pittura, recitazione” – dice Nerdah sorridendo, quasi vergognandosi di quel passato nella bambagia di una società occidentale - “Ma nel 1995, mentre mi trovavo qui per una breve visita alla mia famiglia, una grande offensiva sgretolò il fronte, l’esercito Karen fu costretto alla fuga, decine di migliaia di profughi si riversarono in Thailandia per cercare una via di salvezza. Anche molti combattenti si rifugiarono nei campi di accoglienza. Sembrava l’epilogo della rivoluzione Karen”.

In quelle drammatiche giornate,il giovane studente di letteratura prende la sua decisione: non partirà più per tornare alla comoda vita del college americano. Rimane tra la sua gente, e affianca il padre e i fratelli nella proibitiva impresa di riorganizzare la resistenza. “Sarebbe stato come tradire il mio popolo, mi sarei vergognato per tutta la vita se me ne fossi andato” – prosegue – “Riprendemmo la lotta con trenta soldati, che erano stati le guardie del corpo di mio padre. Ottenemmo clamorosi successi con operazioni temerarie e lanciammo così il segnale che i Karen erano ancora decisi a battersi come prima. Ben presto, incoraggiati da queste notizie, molti giovani si unirono a noi. Oggi possiamo contare su cinquemila combattenti, tutti volontari, tutti profondamente motivati”.

La questione birmana inizia con la concessione dell’indipendenza da parte della Gran Bretagna al termine del secondo conflitto mondiale. Il Paese è un mosaico di antichissime etnie che parlano lingue diverse, che si rifanno a differenti Tradizioni, che si guardano con sospetto. È logico quindi ipotizzare che la fine del dominio coloniale porterà alla formazione di un certo numero di stati, magari collegati in una forma federale, ma dotati di ampia autonomia. Il trattato di Panglong, firmato dal capo del primo governo, Aung San, (padre dell’attuale icona della lotta per la democrazia in Birmania) stabilisce sensatamente che i principali gruppi etnici potranno rendersi indipendenti entro dieci anni dall’entrata in vigore dell’accordo. Ma poco dopo la firma, Aung San viene ucciso, il suo governo rovesciato, e i golpisti fanno carta straccia del trattato. 

 

Autonomia e bando alle droghe

Da allora i Karen si battono per la propria autonomia, come almeno altri sei o sette gruppi etnici maggiori. Con un grande tratto caratteristico, che li rende unici nella vicenda: per ragioni etiche si rifiutano di farsi coinvolgere nella produzione o nel traffico di stupefacenti, “carburante” della giunta militare ma anche delle formazioni armate che la combattono. “La  droga non è soltanto un male accidentale per la società che la usa” – spiega il Colonnello Nerdah Mya – “La droga è anche una vera e propria arma utilizzata per distruggere la resistenza di un popolo e per annientare la dignità degli uomini che lo compongono. Per questo siamo costretti ad essere molto severi, quasi brutali nel punire chi la usa e chi la vende”.

La gerontocrazia birmana trae buona parte dei suoi guadagni dal traffico di stupefacenti, ma una voce importante del suo bilancio è legata a due colossi occidentali della produzione di carburante, la francese Total e l’americana Chevron. Le due compagnie fanno parte del consorzio che ha costruito il gasdotto di Yadana, una pipeline che porta il gas birmano dai ricchi giacimenti del Mar delle Andamane fino in Thailandia, procurando al governo introiti da centinaia di milioni di dollari ogni anno.

Alla costruzione del gasdotto e delle infrastrutture militari che lo proteggono hanno lavorato in condizioni di schiavitù uomini, donne e bambini di etnia Mon e Karen. I battaglioni del “Tatmadaw” (l’esercito birmano) si sono lasciati andare a violenze gratuite sugli abitanti dei villaggi che man mano venivano incendiati per far posto al gasdotto.  Nonostante decine di migliaia di persone siano state deportate forzatamente dalle loro terre per essere rinchiuse in “insediamenti modello” sotto il diretto controllo delle forze armate di Rangoon, i colletti bianchi delle multinazionali coinvolte, gli esperti di marketing e di immagine, cercano di far passare agli occhi della pubblica opinione i remunerativi contratti firmati con i Generali come “imprese dalle positive ricadute sulle popolazioni locali”. Un portavoce della Chevron, recentemente interrogato sulla opportunità di ritirare dal consorzio di Yadana l’azienda statunitense, ha risposto che di fronte all’uscita di scena del suo gruppo assisteremmo all’immediato arrivo di una compagnia cinese, pronta a proseguire gli investimenti nel settore energetico. Una verità, che chiarisce ancora una volta l’essenza del problema birmano, copia di altre situazioni internazionali in cui il fattore economico-finanziario resta in primo piano nelle decisioni riguardanti la vita di popoli e comunità. Thailandia, Cina e Birmania, ma come abbiamo visto anche numerosi paesi occidentali, sono legati tra di essi da contratti miliardari legati allo sfruttamento delle risorse naturali della regione. “I Cinesi stanno per costruire un’altra diga sul fiume Salween” – dice Ba Wah mentre pulisce il suo AK 47 arrugginito – “La diga farà scomparire sotto l’acqua le terre dei Karen. I Cinesi hanno un accordo con Birmani e Thailandesi per rendere sicura la zona contro eventuali attacchi da parte nostra. Così l’esercito birmano ci darà la caccia, e la polizia di frontiera thailandese ci bloccherà il passaggio di cibo, medicinali e rifornimenti per compiacere i potenti partner commerciali. Ma non abbiamo scelta, dovremo impedire che si faccia quella diga” 

“Non vogliamo essere fraintesi” – ha dichiarato Li Ruogu, presidente della Export-Import Bank of China, principale finanziatrice delle numerose opere di costruzione di dighe sui fiumi della regione Karen – “Vogliamo che la gente capisca che non stiamo distruggendo l’ambiente. Stiamo aiutando la nazione a progredire”.

 

Altro che progresso

A pagare il prezzo più alto di questo “progresso” è la popolazione civile. In queste aree di confine sono almeno 500.000 i profughi interni, persone che hanno dovuto abbandonare i loro villaggi per l’arrivo delle truppe birmane e che ora sopravvivono in condizioni miserevoli in rifugi di fortuna sotto la precaria protezione del KNLA. Incontriamo intere famiglie, reduci da fughe da incubo, inseguite dai soldati birmani e dalle milizie di collaborazionisti Karen, partigiani, o meglio banditi filo birmani, passati al nemico quindici anni fa, in cambio di una partecipazione ai lucrosi affari legati all’eroina e al taglio di legname pregiato.

Le storie di questi uomini scalzi, di queste donne dallo sguardo vuoto che tengono in braccio bambini febbricitanti descrivono scenari da film dell’orrore. “Sono arrivati all’imbrunire” – racconta allattando al seno la sua bambina Naw Paw Leh – “Hanno preso il capo villaggio accusandolo di avere legami con i guerriglieri. Gli hanno versato addosso una pentola di acqua bollente per farsi dire dove erano accampati gli uomini del KNLA. Lui non sapeva nulla. Allora l’ufficiale ha ordinato ai suoi soldati di violentare la figlia. Aveva undici anni…..”

Il “mondo libero” si straccia le vesti per la mancanza di democrazia a Rangoon, ma le sue aziende fanno affari con gli aguzzini, a spese delle minoranze etniche. La logica mondialista prevede che in Birmania il regime cambi, prima o poi, e che al governo vada qualche volto rassicurante, presentabile. 

Sarà un cambiamento curato dagli esperti di marketing politico. L’importante è che gli affari non crollino.  Il problema dei popoli della foresta allora non muterà volto. Chi si batte per preservare la propria specificità culturale, per difendere la sua terra dallo stupro delle “grandi opere”, per continuare a parlare la propria lingua e adorare le proprie divinità, lontano dalle sirene del supermarket globale, rappresenterà sempre un seccante problema per i fautori del nuovo ordine mondiale. 

Il “selvaggio” Ba Wah, l’uomo che senza aver mai studiato medicina viene chiamato dottore dai suoi pazienti, il piccolo elfo che legge la Bibbia ma ascolta la voce degli Dei nel vento che scuote i bambù ha compreso più di ogni altro l’essenza del problema.

“Sono infuriato” – mi dice mentre mi allunga un piatto di riso salato, unico pasto per i soldati al fronte – “Nei campi profughi gli americani stanno distribuendo ai giovani Karen i permessi per andare negli Stati Uniti. Ti rendi conto? Noi siamo qui a batterci per costruire una nazione, abbiamo bisogno della nostra gente, dei nostri ragazzi. Dobbiamo ripopolare la regione Karen, se vogliamo avere una speranza di sopravvivenza. Non si rendono conto che incoraggiando l’emigrazione faranno scomparire il nostro popolo?”.

Sì, caro Ba Wah. Se ne rendono perfettamente conto.

testo e fotografie di  Franco Nerozzi

 

”Popoli” 

Solidarietà per l’Identità. 

Nello stato Karen agiscono pochissime organizzazioni umanitarie. L’ingresso nelle zone abitate dai Karen è infatti proibito dalle autorità birmane, quindi l’unico intervento possibile è quello clandestino. Le grandi ONG si fermano in Thailandia, operando nei campi profughi ufficiali, che ospitano circa 120.000 persone. Ma oltre confine, dove 500.000 profughi interni rischiano di morire per mancanza di cibo e di medicinali, solo piccoli gruppi di volontari si avventurano rischiando l’arresto da parte delle guardie di frontiera thailandesi o la cattura da parte delle truppe birmane. Una di queste organizzazioni è “Popoli”. (www.comunitapopoli.org)  

La Comunità Solidarista Popoli è nata nel febbraio del 2001 allo scopo di portare sostegno concreto a persone in grave difficoltà a causa di guerre, epidemie, povertà, calamità naturali. L’organizzazione indirizza i suoi interventi verso popolazioni che ritiene particolarmente meritevoli di aiuto sulla base di caratteristiche etiche, morali e spirituali, privilegiando quei gruppi umani costretti a lottare per difendere la propria libertà, i propri valori tradizionali, la propria identità. In contrasto con la tendenza all’omologazione culturale dei popoli, incoraggiata da lusinghe o ricatti economici quando non imposta con la forza delle armi, la Comunità Solidarista si riconosce nel principio della preservazione delle diversità, condizione indispensabile al contenimento degli evidenti squilibri e delle profonde ingiustizie provocate dal nuovo ordine mondiale. Dal febbraio 2001 ad oggi grazie all’intervento di “Popoli” sono state realizzate quattro cliniche mobili e tre scuole elementari nella regione Karen. I medici della Comunità hanno compiuto diverse rischiose missioni per curare pazienti che non vedevano un farmaco da molti anni. Le cliniche servono un bacino di utenza di circa 15.000 persone. Le scuole elementari consentono ai bambini Karen di mantenere la propria lingua e di apprendere la storia del popolo a cui appartengono, contribuendo così alla preservazione della loro identità.

Da qualche anno “Popoli” collabora con altre Onlus italiane, come “L’Uomo Libero” e “Navigare Necesse Est”, grazie alle quali, con la partecipazione della Regione Trentino Alto Adige e del Comune di Roma, sono stati realizzati dei villaggi agricoli nello stato Karen, allo scopo di favorire il ripopolamento della regione e l’autosufficienza alimentare dei suoi abitanti.

Gli aderenti a “Popoli” fanno opera di volontariato puro: nessuno di loro percepisce un compenso per il lavoro che svolge.

 

Non crediamogli

Fine della crisi. Forse, insomma, chissà...