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Tutte le bugie di Obama

Facciamo il punto su Obama.

Cosa ha detto. Cosa non ha fatto.

Cosa dice l’America. E cosa è che la gente

poco informata ancora stenta a sapere di lui.

Gli Stati Uniti stanno davvero cambiando, con Barack Hussein Obama? La risposta è semplice: no. Anzi, oggi è addirittura peggio. A differenza del predecessore George W. Bush, figura divenuta odiosa per la sequela di errori ed orrori commessi in un decennio di guerre neocon e selvaggia derelugation economica, Obama inganna il mondo più subdolamente. La sua vittoria è la favola dell’americano figlio di pastori africani che riesce a diventare il primo presidente nero della storia Usa. E che per il solo fatto di esserlo, lui così giovane, bello e simpatico, porta la luce della speranza in una nazione fiaccata dalla crisi economica più devastante dal ’29 e dal risentimento anti-americano diffuso in tutto il pianeta. Ma la favoletta sta già mostrando il suo vero volto: la menzogna. Così si intitola infatti un documentario realizzato da un giornalista indipendente statunitense, Alex Jones: “The Obama Deception” (L’inganno di Obama). Scordatevi Michael Moore e i suoi film, per altro interessanti, ma inchiodati all’obbligata chiave di lettura di sinistra. Jones è un cane sciolto che nello smascherare il potere politico di Washington, sia esso nelle mani dei Democratici o in quelle dei Repubblicani, scopre la gigantesca foglia di fico della democrazia d’oltreoceano: presidenti eletti a furor di popolo che al popolo nascondono chi comanda davvero. E che ora, per gestire il panico collettivo causato dal collasso finanziario, hanno puntato tutto sul “buono” Obama dopo che il “cattivo” Bush è scivolato nella polvere Stiamo parlando, com’è ovvio, delle banche padrone di Wall Street e, tramite la banca centrale (Federal Reserve), dell’intero Paese. 

 

Burattino

«La Federal Reserve è un ente indipendente, e non c’è altro ente che può invalidare le decisioni che prendiamo», ebbe a dire in una trasmissione della Pbs l’ex capo della banca centrale americana Alan Greenspan. Jones racconta le origini dello strapotere, del tutto incontrollato, dell’istituto privato che decide la politica monetaria negli Usa: a partire dal 1913, quando col Federal Reserve Act venne creato e ad esso fu attribuito l’esclusivo onere di battere moneta, fino al 1936, allorché, spiega Wayne Paul, fratello del parlamentare Ron, «col Sistema di Sicurezza Sociale fummo dati in pegno, come garanzia sul debito dello Stato, alla Federal Reserve». Jones, armato di megafono sotto la sede della banca nazionale, urla: «La nostra economia, invece di essere basata su beni e prodotti reali, è tutta basata sulla privata Federal Reserve, che controlla l’emissione della moneta e del debito. 

Ci hanno imposto un’economia basata sul debito, poi una volta che hanno tagliato la liquidità ci tengono sotto il loro pollice, e fanno implodere l’economia in modo da poterla unificare. “Noi faremo ripartire l’economia”: ma si accaparrano il denaro e acquistano altre banche che non sono parte della Federal Reserve. 

Ci demoliscono e ricostruiscono, ricostruiscono e demoliscono». Che è esattamente quanto sta avvenendo: la Federal Reserve, cartello di banche private, sta facendo man bassa di istituti falliti o in sofferenza, estendendo il proprio dominio sul mercato del credito. «Quello che fanno», continua Jones, «è fare in modo che si pensi che Clinton o Bush sia il male, che sia lui a gestire la situazione. Ora saremo salvati da Barack Obama, ma lui è solo un burattino». 

 

Uomo della Provvidenza

Già, un pupo. E i pupari stanno dietro, al riparo dall’occhio dei media. Naturale che sia così: i media sono di loro proprietà. E usando la forza mediatica hanno costruito l’immagine del messia nero, il cui avvento è stata la risposta all’ansia popolare di rassicurazione sul futuro. Messa a tacere da un culto della personalità adattato ai nostri tempi televisivi, ma che non ha nulla da invidiare agli esempi dei dittatori del passato. Tale meccanismo di auto-illusione lo descrive bene l’economista George Humphrey: «Voglio che quest’uomo mi piaccia. Parla in modo gentile, è intelligente, sembra un uomo di pace, è così tanto carismatico». 

Ed ha la pelle nera: il trionfo dell’american dream sul razzismo. «Ma quando si mettono da parte le parole fiorite, la retorica e la musica festiva, quello che fa è ciò che importa». 

 

Bugiardo

E quello che Obama sta facendo è tutto il contrario di ciò che aveva promesso. «E’ un notorio bugiardo», attacca Webster Tarpley, storico e analista geopolitico, biografo di Obama e di Bush Senior. «Aveva promesso che sarebbe uscito dall’Irak, e invece ci siamo e ci resteremo». Prima bugia. Il democratico pacifista aveva detto che una volta eletto si sarebbero levate le tende dal pantano irakeno «immediatamente»; poi «entro 6 mesi»; poi ha ritrattato dicendo che avrebbe «considerato» di riportare a casa «alcune» delle truppe «in 16 mesi»; infine che avrebbe valutato il rientro nel giro di 23 mesi. La continuità nella guerra infinita contro il terrorismo islamico inaugurata da Bush è proclamata e rivendicata, facendo del teatro afghano la “sua” guerra, combattuta inviandovi altri 30 mila soldati d’occupazione. Seconda bugia. Aveva giurato di abolire il Patrioct Act, il pacchetto di leggi varato da Bush che limitano le libertà personali per il superiore interesse della sicurezza nazionale. Invece lo ha fatto rivotare. Lo stesso con le intercettazioni illegali, che ha legalizzato fornendo l’immunità alle compagnie telefoniche che materialmente le effettuano. Terza bugia. Ha sbandierato ai quattro venti la chiusura del campo di torture di Guantanamo, mentre l’ordine esecutivo da lui emanato dichiara letteralmente di «considerare la possibilità di chiudere Guantanamo in un anno», ma soprattutto decreta la continuazione della pratica barbara dei rapimenti segreti e delle detenzioni a tempo indefinito senza processo, spedendo i prigionieri nelle carceri di paesi stranieri compiacenti. 

 

Schiavo delle lobby

Quarta bugia. La pietra angolare della sua campagna elettorale è stata il no alle lobby che condizionano il governo. Giunto alla Casa Bianca, ha riempito di lobbisti l’amministrazione. A capo del servizio segreto, la Cia, ha messo Leon Panetta, “re dei lobbisti di Wall Street”. Come numero due della Difesa ha scelto William Lynn, il più importante lobbista della Raytheon, la più grande azienda produttrice di missili guidati al mondo. Inviato speciale per il Medio Oriente è George Mitchell, rappresentante degli interessi della famiglia reale saudita. Ma questi nomi sono ancora niente, se confrontati con quelli dei personaggi provenienti dai consolidati gruppi di pressione formati da multimiliardari, alti gradi dell’esercito, diplomatici e finanzieri. Tali gruppi sono il Bildenberg Group, il suo braccio esecutivo conosciuto come Commissione Trilaterale e, ramo americano di quest’ultima, il Consiglio di Relazioni Estere (CFR). Secondo Jones, e molti altri con lui, questi tavoli di esponenti dell’alta finanza e del complesso militar-industriale sono gli interlocutori privilegiati, se non i manovratori occulti, di tutti i governi americani almeno da Eisenhower in poi. Jones testimonia col video la sua “caccia” ad una delle loro riunioni, nell’albergo Westfields Marriot nei pressi di Washington. Riunioni frequentate sia da Obama sia dallo sfidante John McCain. Ma scorriamoli, i nomi di questi agenti del potere invisibile (ma neanche tanto). Timothy Geithner era presidente della Federal Reserve di New York nel periodo che ha condotto alla crisi dei derivati, e fa parte del Bildenberg e della Trilaterale: è stato promosso ministro del Tesoro. Hillary Clinton (Bildenberg, CFR) è Segretario di Stato, ed è sposata con l’ex presidente Bill membro della Trilaterale. Paul Volcker, presidente del comitato per il recupero economico, fa parte di tutte e tre le organizzazioni. Idem l’ammiraglio Denis C. Blair, nominato direttore della Sicurezza Nazionale. Obama ha riesumato persino Henry Kissinger, il ministro degli esteri di Nixon, anche lui presente nelle tre cupole. Così come s’è tenuto stretto Alan Greenspan, un altro componente dell’inquietante tris. E la lista continua. 

 

Golpista finanziario

Quinta bugia. Il mite candidato col cuore infranto per l’indigenza in cui sono piombati milioni di americani travolti dalla crisi finanziaria era l’alfiere dalla rinascita sotto il segno della giustizia sociale. Il cui primo banco di prova doveva essere un piano per dare una regolata alla banche, voraci e sciolte da ogni vincolo e scrupolo. Il risultato è stato un piano salva-banche. «Il Congresso è stato minacciato con la Legge Marziale se non fosse stato approvato il Banker Bailant Bill (il piano, ndr)», hanno pubblicamente rivelato il senatore Inhofe dell’Oklahoma e il deputato Sherman della California. Il voto finale del 3 ottobre 2008 è stato «un colpo di stato finanziario di Wall Street», semplifica con efficacia Tarpley. «Non solo sono stati dati 700 miliardi di dollari alle banche, ma è stato concesso loro un assegno in bianco». Senza contare il fatto, politicamente assai significativo, che agli inizi del suo mandato Obama lavorò di comune accordo con Bush per far approvare il piano senza nemmeno sapere cosa contenesse, e nonostante il 98% degli americani si dicesse contrario. Quei 700 miliardi sono un prestito della Federal Reserve (con gli interessi) all’amministrazione, che per far passare il “pacchetto di stimolo” alimentò un’atmosfera di paura: «O lo approvate o sarà la catastrofe», era il mantra di Obama. 

 

Globalista

Il filmato di Jones si conclude con quella che secondo lui sarebbe la “vera” agenda obamiana. Un elenco di obbiettivi dettatogli dai gruppi di potere “globalisti”, il cui unico credo e scopo è il denaro. Sono un insieme di proposte ancora in itinere o fatti già stabiliti che gettano un’ombra fosca sul “democratico” Obama. 1) Istituzione di una Banca del Mondo a cui girare le tasse di interi paesi (compresi gli Usa, naturalmente) col pretesto del riscaldamento globale da carbonio. Inclusa l’installazione di scatole di tracciamento satellitare su ogni auto. 2) Esercito regolare nelle strade. Costruzione di campi di detenzione privati. Creazione di una Forza di Difesa Civile per giovani dai 18 ai 25 anni con un addestramento di tre mesi posto sotto il diretto controllo del governo (direttiva DOD 1404.10). 3) Disarmo del popolo americano. La legge HR1022 permetterà al nuovo Procuratore Generale, Heric Holden, di vietare a sua discrezione l’uso di armi da fuoco, diritto sancito dal 2° Emendamento della Costituzione. Aumento del numero di persone inserite nella Lista di divieto di volo: 25 mila americani aggiunti ogni mese da quando Obama è alla Casa Bianca. Finora sono un milione, e fra di essi molti sono incensurati. 4) Restrizioni alla libertà d’espressione (1° Emendamento) anche su internet secondo la “dottrina della lealtà”. 5) Federalizzazione della sanità, in modo che il governo possa decidere di quali cure possano usufruire i cittadini. Qui apriamo una parentesi. 

La riforma sanitaria, che non è destinata ai più poveri (protetti dal sistema pubblico Medicaid) né agli anziani (Medicare), è il cavallo di battaglia dei sostenitori di Obama per dimostrare il netto stacco con l’arcigno liberismo di Bush. Si tratta invece di una colossale voce di spesa in più (900 miliardi in 10 anni) per il bilancio già oberato da un debito che, come abbiamo visto, è fonte di lucro per i banchieri della Federal Reserve (e aggiungiamo noi, per i cinesi e arabi depositari della maggior parte dei titoli di stato con cui il debito viene finanziato). Noi crediamo sia un sostanzioso contentino per far accettare al popolo bue il fatto che la finanza, vera padrona di tutto, seguirà a condurre le sue macabre danze. 

Una specie di tacito do ut des fra gli schiavi e i loro schiavizzatori. Nota a margine: a capo del Dipartimento della Salute c’è Tom Daschle, vicino alle case farmaceutiche. Le assicurazioni private dalla riforma ci perderebbero, ma l’industria dei farmaci farebbe affaroni. 5) Espansione della spesa militare. Più truppe nello scacchiere asiatico per circondare Russia, Cina e Iran, ospitate da paesi satelliti come l’Ucraina e le ex repubbliche sovietiche del Caucaso e dell’Asia Centrale. Rafforzare la debole egemonia sull’Africa attraverso il comando Africom (di stanza alla base Dal Molin di Vicenza) scontrandosi con la Cina, che nel continente nero sta procedendo ad una veloce e capillare intromissione. E via così, proseguendo nella “missione” che gli Stati Uniti d’America si sono dati da Woodrow Wilson in poi: l’imperialismo democratico. Una finzione che sta per globalismo della finanza americana. 

 

Cavaliere del Nuovo Ordine

Gerald Celente, analista del Trends Research Institute, per riassumere il senso di questa horror list cita Abraham Lincoln: «Il potere del denaro depreda le nazioni in tempo di pace e cospira contro di esse in tempi di avversità. È più dispotico della monarchia, più insolente dell’autocrazia, più egoista della burocrazia. Le grandi aziende sono salite al trono e… il potere monetario s’impegnerà a prolungarne il regno lavorando sui pregiudizi del popolo, finché il benessere sarà aggregato nelle mani di pochi e la Repubblica distrutta». 

Parole che oggi suonano profetiche. «Destra e sinistra non significano nulla, l’unica cosa che conta è: stai lavorando per Wall Street o per difendere la gente contro i finanzieri?», aggiunge Tarpley. Il concetto chiave è lo slogan pronunciato per la prima volta all’assemblea delle Nazioni Unite nel 1991 da George Bush Senior: New World Order, Nuovo Ordine Mondiale. Secondo Tarpley, una formula digeribile per dire «Impero Anglo-Americano, perché gli Usa hanno ricevuto l’eredità di dominio globale dell’Impero britannico». Gli Stati Uniti erano e sono ancor oggi sotto Obama uno Stato imperiale che segue una logica imperiale. L’astuzia di Wall Street è stata quella di mettere, per dirla col rapper di colore KRS-One, «un viso nero sul Nuovo Ordine Mondiale, ed ora siamo tutti contenti». Ora l’élite, come la chiama Jones, può persino avere la faccia tosta di scoprirsi. Basta ascoltare il vecchio Kissinger, colui che diede ad Obama il suo primo lavoro dopo la laurea, che intervistato in televisione lo ha detto papale papale: «Lui può dare nuovo impeto alla politica estera americana, in parte perché la percezione della sua persona è così straordinaria. In questo periodo storico può essere davvero creato un Nuovo Ordine Mondiale». Un assetto in cui l’autodeterminazione dei popoli e degli stati nazionali dovrà lasciare il passo, in prospettiva, ad un’unica superbanca mondiale, e di fatto ad un solo governo globale. Professor Griff, fondatore del gruppo rap Public Enemy, anche lui di colore, punta il dito sull’Africa, paese d’origine di Obama: «Lui è solo un lifting facciale nero fatto al potere. La verità è che vogliono controllare completamente le risorse naturali dell’Africa. È tutta una triste montatura, [peggiorata dal] senso di gratificazione perché è nero». Alex Jones, tuttavia, non è un pessimista rassegnato a rintanarsi in montagna. Incita a combattere. Ma per farlo, sostiene, bisogna prendere consapevolezza delle mistificazioni messe in atto dagli oligarchi. Obama è una di queste. «Se state cercando la soluzione, guardatevi allo specchio. (…) Dobbiamo muoverci per dire NO. Ti solleverai insieme agli amanti della libertà, ovunque, per fermare il completamento della dittatura mondiale?». È la domanda cruciale che vi facciamo. E che dobbiamo farci tutti. 

Alessio Mannino

 

Le Sirene si vestono di verde

Moleskine ottobre 2009