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Gaza: agonia di un popolo

 

Decenni di parole, di risoluzioni dell’Onu, 

di summit sotto l’egida degli Usa. In linea di 

principio nessuno nega il diritto dei palestinesi

ad avere un proprio Stato. Ma la realtà è che 

non cambia nulla. Anzi, va sempre peggio 

dalla Palestina

Morte. Distruzione. Violenza. Uso di armi non convenzionali. Questo è il tetro spettacolo che abbiamo vissuto in diretta tv, ovviamente non sui canali troppo “embedded” italiani, nei giorni dell’attacco israeliano alla Striscia di Gaza. Un lembo di terra, una delle zone più densamente popolate nel mondo intero, che è stata prima messa in ginocchio da mesi di chiusura totale dei valichi. E poi, bombardata e sostanzialmente distrutta dall’esercito di Tel Aviv. E poco importa se ormai nell’immaginario collettivo italiano grazie alla scarsa professionalità di media e politica, la maggior parte delle persone crede che Tel Aviv si sia solamente “difesa” dai continui lanci di razzi Qassam da parte di Hamas. Ora, piano piano, con gli appelli delle organizzazioni umanitarie sta venendo fuori la verità. E cioè che Israele ha sfruttato il momento esatto in cui alla Casa Bianca non c’era nessuno per rioccupare Gaza e togliere ogni speranza al popolo palestinese di avere una nazione. 

E anche nella Cisgiordania la situazione non è tanto diversa. Altro che tregua violata: nei sei mesi senza attacchi da Gaza, Israele non ha mai smesso le operazioni militari contro i palestinesi, strozzando il milione e mezzo di palestinesi residenti nella Striscia sigillando ogni passaggio. Finita la tregua, Israele non ha aperto i valichi e ha continuato le operazioni militari. A quel punto sono ricominciati i lanci di razzi. Questo significa “rompere una tregua”?

“Freedom for Palestine”, si legge 

in un graffito firmato dai nazionalisti scozzesi e irlandesi: nei loro Paesi, come qui, si sa bene cosa significano occupazione e oppressione.

Nel Vicino Oriente, esiste ancora un’occupazione militare che quotidianamente strappa la terra al popolo palestinese e che fa di tutto per ridurre il sogno di una “Gerusalemme liberata” in un gruppo di enclave all’interno dello stato ebraico. Con i confini del 1967 che sono ormai diventati una chimera e una vita quotidiana assolutamente straziante. E non servono tanti giorni nella terra palestinese per rendersene conto. Dopo le lunghe trafile all’arrivo nell’aeroporto internazionale Ben Gurion, già la strada tra Tel Aviv e Gerusalemme è esemplificativa. A un certo punto sulla sinistra si vede chiaramente una struttura fatta di mura di cinta altissime e torrette blindate: è il carcere dove vengono portati i palestinesi, peccato che i prigionieri siano sistemati in tende sotto il sole, d’estate, e al freddo e alla pioggia, d’inverno. Un modo per torturare anche nella vita di tutti i giorni i detenuti, molte volte imprigionati per motivi politici. Le Ong urlano allo scandalo, nessuno fa nulla. Appena il semaforo si fa verde e passa qualche chilometro, ecco che sempre sulla sinistra si incominciano ad alzare imponenti reticolati, improvvisamente sostituiti da lastre di cemento altissime. Ecco a voi, il muro voluto dall’allora premier Sharon.


Con la scusa della difesa

Una cicatrice che non si può rimarginare all’interno della Cisgiordania che, a lavori conclusi, dovrebbe cingerla per difendere Israele dai kamikaze. Peccato che normalmente un muro di difesa si costruisce a casa propria e non sul terreno altrui. Peccato che ancora oggi il tracciato dell’orrida costruzione si mangia intere parti dei territori palestinesi e divide famiglie da famiglie. Come nel caso di Gerusalemme est. Qui il muro si insinua tra le case, con una logica assurda: chi rimane oltre il muro è cittadino di Gerusalemme, gli altri diventano residenti di altri villaggi. Perché tutto questo? Semplice, è l’unico modo per tagliare definitivamente anche sulla carta le aspirazioni palestinesi ad avere come capitale la Città Santa della moschea di al-Aqsa. “Freedom for Palestine”, firmato dai nazionalisti scozzesi e irlandesi che salutano con un graffito sul muro i fratelli di Palestina: in Scozia e in Irlanda, come da queste parti, sanno bene cosa significano occupazione e oppressione.


Gaza, vergogna “off-limits”

Anche la morte, da queste parti, diventa un modo per prendere la terra. Un esempio? Il biblico “monte degli ulivi” si trova nella parte est di Gerusalemme e si affaccia sulla Spianata delle Moschee. Bene, oggi, mentre si viene rapiti dalla visione mozzafiato della Cupola d’oro, tutt’intorno si possono vedere solo ed esclusivamente tombe. Eh sì, qui una società israeliana ha iniziato ad espandere negli anni il piccolo cimitero ebraico situato a valle. In poco tempo gli ulivi biblici sono diventati solo un ricordo. Ma l’assurdo è che non si tratta di morti di questa terra. La società organizza il trasporto delle salme di ebrei di tutto il mondo. Un buon modo per fare business e soprattutto un altro modo per occupare terra, strumentalizzando anche l’ultimo momento della vita terrena.

Fin qui, ancora, non abbiamo parlato di Gaza, non a caso. Troppo semplice raccontare delle migliaia di feriti che riempiono gli ospedali della Striscia. O dei medicinali che mancano. O del cibo che le truppe di Tel Aviv non fanno passare. O ancora dei 400 mila palestinesi rimasti senz’acqua. Vittorio Arrigoni, unico italiano rimasto sotto le bombe e per questo “condannato a morte” dagli estremisti sionisti americani, sulle colonne del Manifesto e tramite il suo blog (http://guerrillaradio. iobloggo.com/) ce lo ha raccontato fin troppo bene. E poi qualcuno potrebbe pensare al solito buonismo d’accatto o a una buona dose di solidarietà pelosa. 

Per tutta la durata della guerra gli israeliani hanno impedito l’accesso

alla stampa. Anzi, hanno anche 

sparato ai pochi cronisti impavidi 

che raccontavano i massacri in corso.  

A Gaza, manca tutto. E oltre i proclami dei governanti occidentali ora bisognerà vedere quello che succederà. C’è un lavoro di ricostruzione enorme e un bisogno continuo di far fronte all’emergenza umanitaria. Eppure quando ci si mette in viaggio per la Striscia non si riesce ad entrare. Né al valico di Heretz né a quello di Kerem Shalom. Nel momento in cui scriviamo il valico di Rafah (quello a sud tra la Striscia e l’Egitto - ndr) è stato aperto ai media internazionali. Gli israeliani, bisogna denunciarlo con forza, hanno impedito per tutta la durata della guerra l’accesso alla stampa. Anzi, hanno anche sparato a Gaza City a quei pochi cronisti impavidi che riuscivano a raccontare il massacro in corso. Ma d’altra parte, dopo i profughi, la Mezzaluna Rossa,  l’Onu, i bambini, mancavano solo i giornalisti all’appello di chi è stato preso di mira dal Tsahal.

E allora, se proprio non si può andare a documentare Gaza, l’itinerario viene spostato verso Sderot, la città israeliana che “vive nel terrore” per i razzi lanciati da Hamas. Strade perfette. Giardini curati. Case normal-borghesi. Questo è il paesaggio che ci si trova davanti. Un accompagnatore scherzando dice: «ecco alla vostra sinistra la distruzione nella città di Sderot, con i profughi, i feriti, i morti. Bisognerebbe chiedere all’Onu di organizzare un campo per gli sfollati». Certo, non deve essere bello vivere rischiando di ricevere un razzo nel giardino di casa.


Sicurezza a senso unico

Ma questo non può essere una giustificazione all’orrenda ventata di morte portata a Gaza. Altrimenti, viene subito alla mente il paragone, cosa avrebbero dovuto fare gli inglesi durante i “troubles” in Irlanda del Nord negli anni ’70 e ’80 quando l’Irish Repubblican Army mieteva un numero molto più grande di morti in confronto ai Qassam? Lanciare una bomba atomica tra Derry e Belfast? Qui da queste parti le similitudini con le Sei contee dell’Isola verde sono molte e tante sono le icone della sopraffazione continua. Le bandiere con la stella di davide che garriscono al vento anche vicino ai villaggi palestinesi. Telecamere puntate verso i palestinesi, un grande fratello fatto di aerei senza pilota e mongolfiere che spiano la vita quotidiana minuto dopo minuto. Prefabbricati dei coloni usati per strappare terra ai vicini. Con un livello dello scontro e della resistenza che si radicalizza di anno in anno, di giorno in giorno, davanti all’oppressione e all’ingiustizia. 

Chi ha avuto la bontà di arrivare fin qui magari starà pensando che c’è poca lucidità in queste righe e molto spirito di parte. Eppure, la vita quotidiana a Betlemme, Hebron, Jerico, Gerusalemme, Gaza, Khana Younis è proprio così. Scandita dai check-point che bloccano la sacrosanta libertà di movimento. Dagli attacchi dei coloni contro i villaggi. Dagli ulivi sradicati. Da un vero e proprio apartheid praticato scientificamente. Altro che due popoli in due stati. Quello che si dice chiaramente da queste parti è che agli israeliani non gliene importa proprio nulla. «La pace significa prosperità. Possono i palestinesi darci scuole, ricchezza, lavoro? No. E allora perché dovremmo volere la pace? A noi interessa solo la sicurezza». Ecco la vulgata comune. Ecco il motivo di una situazione destinata a far scomparire la Palestina per come l’avremmo potuta immaginare fino a qualche anno fa. E, sottolineiamolo, tutto questo non è dettato dall’ultima aggressione israeliana o dallo strapotere di Hamas. Queste è la vita quotidiana in Palestina da tanti anni. Solo che oggi ci si avvicina sempre più a una fine tragica.

 

di Augusto Curino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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