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Chávez. El Pueblo Unido

L’Occidente lo considera un megalomane.  Ma la sua “rivoluzione bolivariana” trionfa  in Venezuela. E accende l’America Latina   

Sono passati dieci anni dall’arrivo di Chávez al potere. La vittoria della enmienda, il referendum con cui il 15 febbraio scorso sono stati approvati cinque emendamenti costituzionali che consentono la candidatura indefinita per le cariche elettive designate con voto popolare, prima fra tutte la presidenza della Repubblica, ha coinciso con il decennale dell’ascesa del chavismo al potere. La visione non casualmente distorta di questo processo referendario data dai mass media occidentali è stata l’ennesimo segnale di insofferenza di una parte del mondo nei confronti della Rivoluzione bolivariana di cui il presidente venezuelano si fa portatore. 

In Italia come in Spagna, in Francia come negli Stati Uniti, la propaganda del grande capitale, quella maggiormente impegnata nel tentativo di ridicolizzare o abbattere le aspirazioni sociali bolivariane e la conseguente rinascita del ruolo dello Stato contro il predominio delle corporation economico-finanziarie, ha puntato il dito contro un referendum fatto passare come l’imposizione di una carica presidenziale vitalizia. Nella falsa dialettica di un emisfero autoproclamatosi democratico il messaggio che è stato fatto passare è a senso unico: con il voto del 15 febbraio Chávez ha legalizzato una dittatura. Eppure, il referendum non proponeva questo, ma la possibilità di candidatura senza limite di mandati. E non solo per Chávez, ma per chiunque voglia accedere ad una carica elettiva con voto diretto. Quello che in occidente non è stato volutamente sottolineato è che, pur potendosi ripresentare alle consultazioni, non è detto che gli elettori decidano di scegliere per la continuità di un Chávez, così come per un qualsiasi deputato o amministratore locale. È solo l’ultimo dei numerosi e frequenti tentativi del cosiddetto “fronte democratico”, al di qua e al di là dell’oceano Atlantico, di screditare un potere da dieci anni chiaramente e cristallinamente derivato dal volere popolare. 

Questa ennesima vittoria alle urne, alla faccia di chi trova “carenze democratiche” nella presidenza Chávez, ha dato il via ad una nuova fase della rivoluzione bolivariana: quella dell’implementazione del “socialismo del XXI secolo” e dell’integrazione, della creazione del blocco geopolitico latinoamericano.

È infatti una rivoluzione in divenire, quella nel nome di Simon Bolivar, di cui fa parte, dal 2005, il progetto della realizzazione di quello che il presidente venezuelano ha battezzato il “socialismo del XXI secolo”. Parole che spaventano, in primis, Washington, che nel giro di pochi anni ha visto sfuggire al suo controllo, uno dopo l’altro, la maggior parte dei Paesi latinoamericani. Paesi che proprio sulla spinta del Venezuela stanno acquisendo una consapevolezza anestetizzata da anni di “laboratorio neoliberista” applicato con una spudoratezza tale da permettere di passare sopra a qualunque diritto umano, politico, sociale, dei popoli latinoamericani. Quella fase si è conclusa, o si sta avviando verso la fine, e gran parte del merito risiede nel vento di cambiamento arrivato da Caracas, passato per Porto Alegre, in Brasile, ed estesosi, in misura diversa per adesione e intensità, a tutta l’area centro e sudamericana. L’ALBA, L’Unasur, il Petrocaribe, il Mercosur, sono strutture che fanno parte di questa nuova onda integrazionista latinoamericana partita dai “barrios” della Caracas bolivariana.

Difficile dimenticare il modo in cui 

i media dipingevano i golpe militari 

in America Latina, spacciandoli per l’unica alternativa agli spauracchi 

del socialismo o del comunismo.

Quelli della presidenza Chávez sono stati dieci anni difficili, costellati di vittorie elettorali, e quindi democratiche nonostante in molti – anche i socialdemocratici di casa nostra, spaventati dalla divisa di Hugo Chávez, etichettato come un nuovo caudillo sudamericano – dicessero e dicano il contrario. Anni di cambiamenti ai quali le oligarchie filo imperialiste venezuelane, orfane di una classe dirigente corrotta che ne garantiva la sopravvivenza a fronte dell’80% della popolazione in uno stato di miseria assoluta, hanno risposto di volta in volta con atti violenti che, ormai fuori tempo e fuori contesto, sono miseramente falliti. Fuori tempo perché gli anni dei golpe finanziati ed eterodiretti dal dipartimento di Stato Usa erano caratterizzati dalla mancanza di una alternativa d’opposizione all’informazione ufficiale. Difficile dimenticare come per decenni i mass media dipingessero la presa del potere in America Latina da parte di gerarchie militari corrotte e violente quale unica soluzione necessaria a tutelare i cittadini dai più o meno presunti fantasmi socialisti, comunisti, piuttosto che social-cattolici. Un’attitudine possibile anche grazie alla totale mancanza di consapevolezza da parte delle masse popolari, costrette nella miseria e nell’ignoranza, di poter essere forza e colonna portante di una Nazione. Un sentimento e una coscienza che Chávez ha saputo restituire, prima ai venezuelani e poi, di riflesso, ai popoli vicini. Sette anni fa, quando le oligarchie capitaliste di Caracas e Maracaibo cercarono di prendere il potere esautorando con la forza il legittimo presidente, iniziava ad esistere una rete telematica che consentiva, già allora, di accedere ad informazioni altrimenti impossibili da acquisire. Ad essa si unì, in quel giorni del  golpe del 2002, la grande forza del popolo venezuelano, che aveva assaggiato i primi anni di un cambiamento percepito soprattutto dalle classi sociali più derelitte e disagiate. 

L’esercito era formato per il 99,9 per cento da contadini, operai, uomini dei ceti medio-bassi.

E comprese subito

che genere di cambiamento stesse 

apportando Chávez al Venezuela. 

L’esercito, formato per il 99,9%  da «contadini, operai, gente che viene dai ceti medio-bassi», come ha avuto modo di spiegare lo stesso presidente in una intervista concessa anni fa a Gianni Minà, percepiva che genere di cambiamento Chávez aveva cominciato a portare nel Paese. Parte di questo mondo con le stellette lo aveva già appoggiato nell’insurrezione del 1992, nata sull’onda del cosiddetto “Caracazo” del 1989, quando migliaia di manifestanti scesi nelle strade per protestare contro il pacchetto di riforme iper liberiste imposto dal governo di Carlos Andrés Pérez, vennero massacrati senza pietà. Per il fallimento della rivolta armata da lui guidata, l’attuale presidente venezuelano scontò due anni di carcere. Ma allora quel manipolo di militari aveva una forza limitata, la ribellione non poteva essere stata un golpe, visto che non erano presenti “alti papaveri” tra le loro fila ma si trattava di una rivolta armata di gente del popolo in grado, per il lavoro che svolgeva, di ricorrere alle armi. 

La rivoluzione bolivariana cammina ormai sulle proprie gambe. è un processo lento, graduale, che deve rigenerare un Paese rimasto troppo a lungo nelle mani di élites dedite soltanto al potere e al denaro.

Dopo quel fallimento la classe militare ebbe modo di riscattarsi in occasione del golpe, quello vero, attuato contro Chávez anche da altri settori delle forze armate, quelli elitari, vicini all’ambasciata Usa di Caracas. Furono i paracadutisti venezuelani a liberare il presidente e a riportarlo a Palacio Miraflores, appoggiati da imponenti manifestazioni popolari in favore di Chávez. In pochi giorni il tentativo di destituire colui che dalla stampa asservita alle oligarchie veniva definito un dittatore (ma democraticamente eletto) era giunto alla fine, con il fallimento dei golpisti che dalla Casa Bianca e dalla Moncloa presieduta dal leader del Partido Popular spagnolo Aznar erano stati immediatamente riconosciuti come un governo legittimo solo poche ore prima della disfatta. Fallito il tentativo diretto di allontanare Chávez dal potere, gli stessi organizzatori del golpe passarono al boicottaggio, attraverso le loro quinte colonne, dell’industria petrolifera nazionale. Volevano mettere in ginocchio il Paese, erano disposti a mandare in rovina tutto il Venezuela pur di riprenderne il controllo. Anche allora il progetto è fallì. Come fallisce la quotidiana, puntuale, diffamazione che da dieci anni a questa parte i mezzi di comunicazione privati in mano alle opposizioni fanno del primo mandatario e delle sue iniziative. La rivoluzione bolivariana cammina ormai sulle proprie gambe. È un processo lento, graduale, perché è impossibile cambiare in un batter di ciglia un Paese per anni ostaggio di élites dedite esclusivamente alla spartizione del potere e del denaro da esso proveniente.

Chávez ha iniziato con l’istruzione, garantendo a tutti i bambini del Venezuela una scuola completamente gratuita mentre prima non lo era. Si può ben immaginare come, in un Paese con un tasso di povertà altissimo, fossero molto poche le famiglie che potevano permettere ai loro figli di conseguire anche la sola istruzione elementare. Questo accadeva negli anni ’90, pochi anni fa. Oggi i bambini venezuelani frequentano la scuola, dove fanno colazione, pranzano, studiano e fanno attività sportiva. Lo stesso tipo di stravolgimento è stato riservato al settore sanitario, prima appannaggio esclusivo di chi poteva pagarlo, oggi gratuito e diffuso anche nelle zone più remote del Paese. Dopo queste misure di intervento “immediato”, successive alla prima elezione di Chavez, sono arrivate la legge sulla redistribuzione dei latifondi improduttivi e quella sugli idrocarburi, secondo cui almeno il  51 % delle azioni dell’aziende strategiche del settore, un tempo pubbliche prima delle privatizzazioni selvagge degli anni ’80 e ’90, doveva tornare nelle mani dello Stato.

La borghesia venezuelana non tollerava e non tollera che il governo Chávez utilizzi il denaro proveniente dalla vendita del petrolio, per mettere in atto i cambiamenti previsti dalla rivoluzione bolivariana, cambiamenti tangibili che mirano a migliorare la qualità della vita di una popolazione fino a pochi anni fa destinata alla miseria più assoluta nonostante il paese galleggi su un mare di “oro nero”.

L’indice di povertà è sceso dal 50 al 30 per cento. Quello di indigenza dal 21,7 al 9,9. Il 96 per cento dispone di acqua potabile. L’analfabetismo è un ricordo. Non sono cifre fornite da Chávez. Sono i dati ONU. 

Occorrerebbero molto tempo e molto spazio per raccontare e spiegare come la rivoluzione bolivariana di Chávez ha cambiato il Venezuela in questi dieci anni. Non basta, certo, ma già le sole cifre dei risultati dicono tanto: ha dimezzato la povertà e la disoccupazione. Ha spostato, seppure in minima parte visto il potere delle opposizioni che lo gestiscono, il baricentro di un’informazione mediatica espressione del “pensiero unico”, dando voce, anche nelle televisioni, a quel Venezuela mai interpellato dalle classi dirigenti. Secondo il CEPAL, l’istituto di studi economici delle Nazioni Unite, ha fatto passare gli indici di povertà dal 50 al 30% e quelli di indigenza dal 21.7 al 9.9%. È stato costruito da zero o quasi un sistema di salute pubblica che ha permesso la più grande riduzione al mondo della mortalità infantile. Dal 2005 l’UNESCO ha dichiarato il Venezuela libero dall’analfabetismo; il 96% dei venezuelani ha oramai accesso all’acqua potabile. 

Mentre faceva tutto questo e implementava il “socialismo del XXI secolo”, tutelando il potere d’acquisto dei cittadini, imponendo prezzi calmierati per i beni di prima necessità, Chávez subiva attacchi di ogni genere da parte delle opposizioni filo atlantiche, dal colpo di stato al blocco del settore petrolifero e delle infrastrutture. E nonostante tutto vinceva, sempre. Votato e scelto dal suo popolo, che lo ha difeso e ha permesso che Chávez diventasse anche il motore di una integrazione latinoamericana che si sta concretizzando negli ultimi anni. 

Il progetto bolivariano - spiegò Chávez in un’intervista rilasciata a Minà, quando la sua esperienza presidenziale era ancora agli inizi - spezza o cerca di spezzare il giogo del pensiero unico neoliberista.      

La rivoluzione bolivariana, infatti, con il vento di cambiamento portato da Caracas, si fa sentire in tutto il continente. Il suo nome non è lo stesso in Bolivia, in Ecuador,  in Argentina o in Brasile, ma con sfumature e parole diverse rappresenta un cambiamento radicale nel continente latinoamericano. Nell’intervista rilasciata a Gianni Minà agli inizi della sua esperienza presidenziale, Hugo Chávez  spiegò che il progetto bolivariano non poteva essere definito «ortodossamente socialista», «però non è nemmeno un progetto capitalista. Spezza o cerca di spezzare il giogo del pensiero unico neoliberista. Certo, siamo solo agli inizi, ma credo che questo seme azzurro che ho in mano, la nostra Costituzione (approvata nel 1999, ndr,) stia cominciando a germogliare in molti altri popoli, dove avrà magari colori, radici e caratteristiche diversi». Questo è accaduto e accade nel continente latinoamericano. Il cambiamento si chiama Lula in Brasile, Kirchner e Fernandez in Argentina, Correa in Ecuador, Morales in Bolivia, Ortega in Nicaragua, Lugo in Paraguay, e di recente, Mauricio Funes nel piccolo El Salvador, che dopo 20 anni di destre reazionarie e filo-Usa ha scelto il Frente Farabundo Martì di Liberacion Nacional.   

Alessia Lai

 

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