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Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Cobain: l'urlo nel tunnel

Era il leader dei Nirvana. Era una star a cui il successo non bastava. E a 27  anni lo trovarono morto. Suicida?  

Voleva fare musica a modo suo: e c’era riuscito. Voleva incidere dischi e suonare dal vivo ed essere conosciuto come artista: e c’era riuscito. A vent’anni aveva messo su i Nirvana, a 22 aveva pubblicato l’album d’esordio, Bleach, a 24 aveva azzeccato il pezzo che ti cambia la vita: uscito come singolo nel 1991, Smells Like a Teen Spirit era esploso al di là di qualsiasi aspettativa. 

La tiratura iniziale che sparisce rapidamente. Quelle successive altrettanto. I ragazzi che non si limitano ad acquistarlo, come un qualsiasi hit del momento, ma che ne fanno un punto fermo. La bandiera sghemba che non è destinata a nessun pennone. L’inno nevrotico che non celebra un cazzo.

«Ciao, ciao, ciao, quanto depresso?/ E dimentico quello che assaggio / Oh sì, credo che mi faccia sorridere / L'ho trovato difficile, era difficile da trovare /

Oh beh, comunque non importa / Ciao, ciao, ciao, quanto depresso?»

Impossibile da capire, se non ci stai dentro. Non è un altro tipo di identità: è quello che resta quando l’idea stessa di identità si è dissolta. Anzi, disintegrata. Pezzetti più o meno piccoli che si infilano dappertutto. Detriti che si depositano nei meccanismi e li inceppano. Bloccano i freni e puoi soltanto accelerare. Bloccano l’acceleratore e vai avanti solo con quel po’ di inerzia che hai accumulato. Ciao ciao ciao, quanto depresso? Ciao ciao ciao, quanto ti resta prima di schiantarti? O di fermarti del tutto?

Rabbia. Disorientamento. Insoddisfazione. Non è un altra idea di società. È quello che resta quando non ti fidi più nemmeno di te stesso. Le ribellioni politiche attaccano il potere e non vedono l’ora di spiegarti il perché: ehi, guarda che abbiamo le nostre ragioni, e una logica ineccepibile, e programmi precisi su ciò che si deve fare per il nostro bene e per quello di tutti. La rivoluzione come palingenesi. Come guarigione miracolosa dell’individuo e della collettività. Unisciti a noi. Lotta con noi. Vinci con noi.

Accanto al cadavere hanno trovato uno scritto, autografo, e non hanno 

avuto dubbi a considerarlo il suo biglietto d’addio. Ma c’è chi pensa

che lui, invece, sia stato ammazzato.

Tu non lo sai, cosa bisogna fare. E quando ti sembra di saperlo («Sarebbe bello vedere gli avidi essere perseguitati così comunemente da portarli all’opposto delle loro abitudini o da terrorizzarli al punto di non fargli più mettere il naso fuori di casa»*) non ti fai nessuna illusione sul numero di persone che sono in grado di aprire gli occhi e che sono disposte ad agire. Il massimo che puoi fare è stilare un inventario di quello che non va: tutti quei pregiudizi, tutta quella smania di potere. Hai l’identikit dei responsabili, ma nessuna pattuglia alla quale trasmetterlo. Continui a osservare. Riempi pagine su pagine di annotazioni. Il puntiglioso e incazzato pronipote punk di Philip Marlowe. Perdi i quaderni con gli appunti e ricominci. Cerchi di non lasciarti ingannare. Vedi i potenti che schiacciano la gente. Vedi la gente che si lascia schiacciare. Ma vedi anche te stesso che cambi all’improvviso, che un attimo prima stai benissimo e un attimo dopo malissimo. L’energia che diminuisce. L’entusiasmo che diventa un ricordo, una parola sempre più astratta. Una cosa da bambini. Che non può sopravvivere al passare degli anni. Che in te, Kurt Donald Cobain, non è sopravvissuta. Nessun rancore, in fondo: ma è andata così. 

Il peggior crimine è fingere

Le ricostruzioni ufficiali** dicono che si è ucciso. Il 5 aprile 1994. Con un colpo di fucile. Accanto al cadavere hanno trovato uno scritto, autografo, e viste le circostanze non hanno avuto dubbi a considerarlo il suo biglietto d’addio. «Vi parlo dal punto di vista di un sempliciotto un po' vissuto che preferirebbe essere uno snervante bimbo lamentoso», comincia il testo. Poi, nello stile frammentario di Cobain (così ben rappresentato nei suoi Diari, pubblicati nel 2002 e prontamente ripresi da Mondadori, che l’anno successivo li ha inseriti negli Oscar Bestsellers), si addentra nel rapporto con la musica e, più ampiamente, con l’esistenza.

La ricognizione è sconsolata, più che drammatica. Fotografie da angolazioni diverse ma tratte dallo stesso scenario scabro e appiattito. Dettagli di un deserto che con l’andare degli anni, col consumarsi del tempo, si è ingrandito fino a occupare tutto, o quasi, lo spazio a disposizione. Peccato: un tempo lui era stato un bambino pieno di gioia, prima che i suoi genitori si separassero. Un tempo c’erano stati dei giardini, addirittura un grande parco lussureggiante (anche se assai poco curato), e ora solo questa distesa di nuda terra cosparsa di schegge. Schegge di pietra. O di ossa?! 

«Io non provo più emozioni nell'ascoltare musica e nemmeno nel crearla nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole.» 

Il ragazzo aveva dei sogni, e con quei sogni di futuro riscattava il presente. O lo puntellava, se non altro. Nel mondo invaso dalle menzogne – pensava il ragazzo nato nel fondo della provincia dello Stato di Washington, nella piccola dogmatica insopportabile Aberdeen – aprirò degli squarci di assoluta sincerità. Apparirò come sono. Dritto, storto, una via di mezzo. Luce cangiante e instabile. Una fiamma precaria ed esposta alle intemperie. Ma non un fottuto neon, almeno. 

«Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco. Ho provato tutto quello che è in mio potere per apprezzare questo. Ho apprezzato il fatto che io e gli altri abbiamo colpito e intrattenuto tutta questa gente. Ma devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più.»

Il sogno si era realizzato. Il sogno era appassito, attorcigliandosi su se stesso. Il futuro aveva smesso di essere un rifugio e si era trasformato in una gabbia. Doveva essere un’apoteosi di libertà. Era diventato una successione di obblighi da rispettare, di aspettative da assecondare, di caratteristiche da mantenere immutate. Il giovane Kurt Cobain voleva fare dei dischi nei quali rispecchiarsi. La star KURT COBAIN doveva fare dei dischi in cui si rispecchiassero gli altri. 

Non era questo, quello che si era immaginato. Lui era uscito dal buco in cui abitava ed era andato alla festa solo per distrarsi un po’. Giusto perché non aveva di meglio in programma. E adesso veniva fuori che si trattava di un set cinematografico. Di un accidente di docu-film sulla scena alternativa di Seattle. La X-Generation, il grunge, quella roba lì. Musica ai confini del rumore, ma visto che funziona...   

A proposito: carino, quel Kurt. Guarda come lo guardano. Come un’icona.    

Riavvolgere il nastro. Cancellare tutto

Era sembrata una buona idea, mettersi a suonare e scrivere canzoni e costituire i Nirvana e tutto il resto. Un buon punto di partenza, quanto meno. Come quando ti viene in mente un accenno di melodia e prendi la chitarra e provi a svilupparla. Metti in conto che ci vorrà un po’, e che non sarà esattamente come allungare la mano e spiccare ciliege dal ramo, ma non è che hai dei veri e propri dubbi. Si sa. Lo sai. I semi danno frutto, se hai la volontà di coltivarli e la pazienza di attendere. E non c’è niente di male, a pregustare la soddisfazione del raccolto. Del momento in cui ne offrirai agli altri. Del momento in cui ne offrirai a te stesso.

E invece no. Il raccolto era arrivato ma i frutti non erano quelli che si aspettava. Dovevano essere dolci ed erano aspri. Dovevano deliziarlo e invece lo stomacavano. Non era un’impressione. Era un dato di fatto. Incredibile: piacevano agli altri ma non a lui. Era andato tutto come ci si poteva augurare tranne quel piccolo stramaledetto determinante dettaglio. Il tempo era stato buono. Il raccolto era stato abbondante. Lui non sapeva che farsene.    

«Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall'età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono troppo stravagante, lunatico, bambino! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.»

Troppo. Amo troppo. Mi rammarico troppo per la gente. Sono troppo stravagante, lunatico, bambino. E non ho più nessuna emozione. E ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.   

Federico Zamboni

 

* Diari (Mondadori, Oscar Bestsellers, 2003), pag. 134. Tutte le citazioni successive, invece, sono tratte dalla lettera che venne rinvenuta sul luogo della morte di Cobain.

** L’inchiesta della polizia si chiuse con una constatazione di suicidio, ma quasi subito venne formulata l’ipotesi che si trattasse di un assassinio. Al tema sono stati dedicati diversi libri: in inglese, tra gli altri, Love & Death. The Murder of Kurt Cobain di Max Wallace e Ian Halperin (Atria Books, 2004) , in italiano Il caso Cobain. Indagine su un suicidio sospetto di Episch Porzioni (Chinaski, 2008, pp. 208, € 15)

 

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