Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Il film: Gladiatore, anzi superstar

Bello. Coraggioso. Invincibile. E perseguitato  dal tiranno di turno. Massimo Decimo Meridio è l’incarnazione perfetta dell’eroe solitario  che entusiasma il popolo. O meglio: il pubblico.  Battimani e batticuore. E poi resta tutto com’è.

Solo chi è pronto a battersi a sua volta

dovrebbe essere ammesso a guardare i combattimenti altrui 

Come tutti i peplum che si rispettino Il Gladiatore è l’ultima fonte cui ricorrere per conoscere la storia di Roma, che qui, anzi, viene stravolta come neppure i film degli anni cinquanta-sessanta avevano osato fare: addirittura un tentativo di restaurazione repubblicana all’epoca di Marco Aurelio! Questo per tacere del pastrocchio New Age in cui viene ridotta la religione romana, con visioni dell’Aldilà sottolineate da musiche più adatte alle pubblicità del Mulino Bianco, cosa di cui i pubblicitari si sono immediatamente resi conto.

Discutibile è anche la ricostruzione della grandiosa battaglia iniziale in cui viene pronunciata la frase più famosa del film: «Al mio segnale scatenate l’inferno», scagliata contro i germani da Massimo Decimo Meridio, ancora grande generale di Marco Aurelio, l’ultimo degno Imperatore, fatto salvo Giuliano, del grande sogno che fu Roma, che sta per essere assassinato dal figlio Commodo che vuole sventare, appunto, il tentativo del padre di restaurare la repubblica tramite Decimo, il quale di conseguenza vedrà la sua famiglia massacrata e se stesso ridotto in schiavitù a combattere nell’arena per la vita anziché per l’Impero.

Lo stupro storico si ha anche su quello che è il tema portante del film, la gladiatura, che andava ben oltre una folle sete di sangue e spettacolo, ma aveva regole quasi sacrali, vista anche la sua origine tratta dai riti funerari etruschi, e mieteva molte meno vittime di quanto non si creda: l’addestramento di un gladiatore costava caro e non lo si sprecava così facilmente. Quindi meglio vale fermarsi qui, non indagare oltre e godersi l’alta spettacolarità delle scene. In fondo è un Ridley Scott, non varrà Blade Runner né, tantomeno, I Duellanti, ma è comunque l’opera di un eccellente regista che sa mettere fra le pieghe del grande spettacolo del circo un’allegoria che potrebbe anche giungere a segno, profittando della distrazione dello spettatore.

Il punto è nel perché il pubblico si schieri dalla parte del protagonista.

Non dipende dalla nobiltà dei suoi propositi, ma dal fatto che lui è una star dello show-business.

 

Hispanico, pensaci tu

Il  vero filo conduttore è una feroce critica dello show-business e del potere dei media, l’antichità usata per colpire al cuore, ammesso che l’abbia, la modernità. La corretta chiave di lettura del film non è nella facile, e coinvolgente per il pubblico, contrapposizione della nobiltà di Hispanico, il gladiatore, contro l’ignominia di Commodo. Parricida nel film, crimine peggiore non era concepibile nella romanità, mentre nella realtà fu scelto da Marco Aurelio, che non seppe resistere all’amore paterno, esattamente il contrario di quanto ci viene fatto credere nel film, anziché continuare con la tradizione delle adozioni che da Traiano a lui aveva dato ottima prova.

Il punto in discussione è nel perché il pubblico si schieri con Hispanico. Non dipende dalla nobiltà dei suoi propositi, ma dal fatto che a promuoverli sia una star dello show-business. Allora come oggi quello che importa non sono le parole ma la fama di chi le pronuncia, poco importa se al Colosseo si è sostituita “l’arma finale del dottor Goebbels” 1. La fortuna nella Roma antica di Ridley Scott è che gli ideali vengono espressi da un gladiatore e non da un buffone da talk show; da uno che rischia la vita nell’arena e non uno che rifiuta anche solo di rischiare un ridimensionamento dei propri spazi TV.

Tutto è giocato sulla popolarità e la vanità, il nano morale Commodo è odiato dai romani e gioca la carta del “panem et circenses” per comprare l’amore e la fama che gli mancano, sia per il controllo su Roma che per la sua inesauribile vanità… come tutto ciò ricorda altri nani, non solo morali, a noi contemporanei! La sventura di Commodo è che ha a che fare con Roma, i valori sono ancora altri, non può bastare un editto bulgaro o un allontanamento dal Circo, l’eliminazione dell’avversario deve essere pubblica e gloriosa, così Commodo si trova costretto a mettersi in gioco direttamente e, pur in uno scontro truccato, a dover scendere in campo e perdere la sua vita. Costretto a questo anche da un quadro di personalità instabile e malata – un po’ di psicanalisi in un film americano, per quanto ambientato nella Roma dei Cesari, è ahimé inevitabile –  giungendo perfino ad ipotizzare una relazione incestuosa con la sorella, che il puritanesimo impedisce sia mostrata a fondo e che storicamente sarebbe stata attribuibile più a Caligola.

Ancora un volta emerge il dato comune ai film contemporanei in cui la libertà lotta con la tirannide: a salvare la situazione è un eroe solitario.

Il popolo sta a guardare.

 

Il duello, lo spettacolo

L’abilità di Ridley Scott è nel tratteggiare con maestria lo svolgersi del duello fra i due, che può essere racchiuso nella frase riferita a Hispanico «hai un grande nome, deve uccidere il nome prima di uccidere te» e nel nascondere allo spettatore, dietro a scene di digitale spettacolarità, quello che è il vero filo del film: la feroce critica verso chi gestisce la (in)civiltà dello spettacolo e della disinformazione di massa, e non l’apparente esaltazione dei valori che Il Gladiatore sembra trasmettere al pubblico, che nella realtà ricostruita dal film ha solo sete di sangue e spettacolo.

Il Senato, visto come il legittimo detentore della sovranità, almeno nella fazione che vorrebbe restaurare le antiche libertà, è  troppo aristocratico per comprendere o essere compreso dalla plebe: ne è ormai troppo distante. Sarebbe quasi capace di autoaccusarsi di populismo se passasse dalle astrazioni a un vero tentativo di rendere giustizia al popolo, antica spina dorsale di Roma, a partire dal suo stesso etimo2. Il Tiranno invece ha capito e non esita a sfruttare la situazione, pienamente conscio del distacco fra il popolo ormai diventato plebe, nella peggiore accezione del termine, e i suoi rappresentanti, spostando la partita dai marmi del Senato alla sabbia del Colosseo. Punto cruciale per il successo è riuscire nella missione di distrarre il popolo. 

Hispanico, però, farà fallire il progetto e salverà Roma, ma ancora un volta emerge il dato comune a tutti i film contemporanei in cui la libertà lotta con la tirannide: è sempre e solo un eroe solitario che salva la situazione, al popolo basta stare a guardare, non c’è mai bisogno di un suo intervento attivo, tutto si risolverà grazie a un uomo della provvidenza. Non c’è mai bisogno di un’azione popolare, e non deve esserci, potrebbe essere un messaggio pericoloso: potrebbe far credere alle genti che anche il mondo moderno possa essere salvato e il sistema spazzato via con una presa di coscienza ed una decisa azione popolare.

La visione del film resta manichea e semplicistica. Ed è anche molto, molto 

statunitense: solo ciò che assomiglia al liberalparlamentarismo può dare la libertà.

Per quanto imperfetto il sistema è la via migliore, se non proprio l’unica.

In effetti, però, in questo film, un tentativo di azione di gruppo di pochi e coraggiosi congiurati c’è, ma potrebbe riuscire solo grazie all’intervento delle truppe fedeli al Gladiatore e alla libertà, ma non sono più i tempi in cui Hollywood e gli Stati Uniti potevano far passare il messaggio di un golpe militare per la libertà (non solo sullo schermo, ahimé), anche se nel caso specifico avrebbe potuto esserlo, quindi l’empasse viene risolta con il fallimento dell’azione. 

La visione del film resta manichea e semplicistica, da una parte la dittatura di un uomo, dall’altro la libertà che potrebbe essere garantita solo dal Senato, che però, salvo pochi, è pavido e corrotto, un po’ un contentino populistico di critica ai parlamenti attuali. La visione resta molto, molto statunitense: solo ciò che assomiglia al liberalparlamentarismo può dare la libertà. Sistema che per quanto imperfetto è, deve restare, comunque, la via migliore se non l’unica. Qualsiasi altro esperimento non deve neppure essere considerato, e se è inaccettabile un golpe militare, per la morale comune che si vuole imporre, deve ancor meno essere accettabile la libertà conquistata da una sommossa popolare.

Il lieto fine, per Roma non per il gladiatore che muore nell’arena, è solo apparente, sì tutto sembra andare nella direzione voluta dal defunto Imperatore, ma, c’è un ma, a ben analizzare le scene ci si può rendere conto che il piccolo nipote di Commodo ha ben compreso che l’essere diventato il beniamino del grande gladiatore fa di lui il suo erede morale e pur in tenera età già sa come sfruttare il favore del popolo per insediarsi al potere ed usare i media per mantenerlo, altro che Repubblica. Non c’è speranza per un popolo che deleghi ad altri la sua libertà.

Un’ultima notazione meritano le grandi scenografie, più o meno computerizzate, che rendono in pieno la grandezza di Roma, ineguagliata metropoli, che viene vista sì, in ossequio al pensiero unico obbligatorio, nella sua realtà multietnica ma, correttamente, non nella multiculturalità, questa è solo apparente. Nella Roma che traspare dal film, come in quella antica, i molti popoli sono uniti nella cultura del mito, unificante, di Roma, che seppe sedurre tutti i quei popoli che vollero uscire dai loro fanatismi particolaristici e comprenderne la grandezza fino a condividerne il progetto.

Ferdinando Menconi

Note:

1 - Così Bonvi chiama, nelle strisce delle Sturmtruppen, la televisione che inebetisce in maniera definitiva gli esilaranti soldatini tedeschi.

2 - L’etimo più accreditato è dal verbo populor: devastare.

 

Usciti ieri: dentro il labirinto di Dio

Musica: Vasco, quello vero