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1969-2009: cosa resta di Woodstock

Un mito, certamente. Ma il classico “mito” sterilizzato e inoffensivo che piace tanto al potere e ai mass media. Evviva lo show. E tanti saluti alle speranze di ribellione

 

Dice Elliot Tiber, uno degli organizzatori del famoso concerto: «non credo che un’altra Woodstock sarebbe possibile oggi; ci hanno provato un sacco di volte, ma erano solo semplici concerti». È una delle tanti frasi indicative del fatto che su ciò che avvenne a Bethel, Stato di New York, quarant’anni fa, aleggia un’aura di potente unicità. Ma cosa, concretamente, spinge chi ha vissuto l’evento o chi l’ha studiato a dichiararne la assoluta non ripetibilità? Pensare allo straordinario afflusso di pubblico o alle grandi star sul palco non basta: ci sono stati concerti ugualmente oceanici anche dopo, e le parate di star del rock non si contano nell’era post Woodstock. Non sono nemmeno i corollari folcloristici a renderlo unico: l’autogestione un po’ naif che i giovani di allora fecero della loro permanenza, il mito che si sia trattato del festival del sesso e della droga libera, che pure furono elementi presenti, non sono sufficienti.

In realtà Woodstock sancì una visione del rock (ma anche della vita e del rapporto col prossimo) che con quell’evento ebbe la massima celebrazione, unica perché ultima. Dopo fu una morte spedita, che consacrò quel rock e quel concerto al mito.

La “visione” di Woodstock ha lasciato tracce nel DNA delle generazioni successive. Capita ancora oggi infatti di sentire l’istinto, quasi il bisogno, di accostarsi alla musica in modo diverso da come si è abituati. È una necessità che si mette a fuoco con difficoltà, perché rimane sotto pelle, si dispone come un piccolo fiume carsico sul fondo della coscienza. In alcune persone, specie nei più giovani, è una necessità ormai sopita. Sopra di essa: metri cubi di detriti depositati da anni di educazione e induzione al consumo della musica, non più al suo ascolto.

Ai tempi di Woodstock erano i pochi canali radiofonici o le rare riviste di settore a portare la notizia del nuovo disco in uscita del tale gruppo. Magari capitava di riuscire a sentire un sample della nuova canzone, ma niente di più. Il giorno d’uscita del disco si prendevano le ferie o si bigiava per fare il palo davanti al negozio. Si tornava a casa con il vinile in mano, lo si odorava, lo si viveva già al tatto prima ancora di farlo adagiare sul piatto del giradischi, dove era destinato a rimanere per chissà quanto tempo. Oggi la hit di un disco viene tradotta in suoneria da cellulare un giorno dopo la sua uscita, e messa in vendita con uno spot TV: basta digitare un codice, et voilà. Tre giorni dopo la suoneria è già venuta in uggia, e dunque via a scaricarne un’altra.

Cosa c’entra tutto questo con Woodstock, con noi oggi e con l’adolescente medio che trangugia brani musicali come popcorn al cinema e (sempre più raramente) si sente frustrato di non riuscire a goderne in modo diverso? C’entra perché c’è chi sostiene che il celebre happening americano fu uno spartiacque nella storia della musica rock a livello planetario, dopo il quale l’industria prese il sopravvento, trasformando il rock stesso in un mero mezzo per fare utili, svilendone il messaggio, anzi strumentalizzandolo. È vero, e in realtà l’industria si era impossessata della musica popolare, tramutandola in merce, già ai tempi di In the mood di Glenn Miller. Già da allora il mercato si era attrezzato per cercare di comprendere e intercettare per tempo i cambiamenti sociali e culturali, e per far sì che i generi più diffusi (il country, il blues e il rock’n’roll che ne scaturì) andassero a rappresentare in qualche modo quei cambiamenti, garantendo vendite abbondanti e introiti crescenti. Il mercato, insomma, era intrinsecamente pronto alla manipolazione della musica giovanile, ma allo stesso tempo era quasi intimorito dalla potenza mobilitante e dalla visione del mondo veicolate dal rock. Woodstock arrivò come dimostrazione palese di quella potenza e come realizzazione mondana di quella visione.

Alle spalle c’erano la cultura hippie, i figli dei fiori, il ’68, la liberazione sessuale e culturale, e tutte le note istanze per una visione “altra” della vita e del rapporto con gli altri. Si trattava, nel concreto, del genuino risveglio collettivo di alcune generazioni di giovani che esprimevano il desiderio, tra gli altri, di non essere ridotti a meri consumatori di un bene che per sua natura non va “consumato” ma “vissuto”. Esigevano il riconoscimento del diritto a che il rock, pur con le dovute concessioni alla remunerazione di chi lo fa e di chi lo diffonde, rimanesse un’espressione spontanea di umanità, un’ispirazione individuale capace di dare voce a una comunità e ai suoi valori alternativi e di rottura. Gli artisti di allora erano tenuti buoni dall’industria discografica, che blandiva il loro egocentrismo e narcisismo in cambio di qualche concessione al marketing, ma non riuscirono a essere idealmente distaccati da quell’ondata giovanile che chiedeva rinnovamento essendo essa stessa rinnovamento in sé. Ne furono anzi organicamente parte.

Woodstock fu la vittoria di quell’ondata. Nella lotta contro la pura mercificazione del rock, gli artisti si schierarono senza remore. Le loro performance stanno lì a testimoniare l’evidenza della loro consapevolezza: non propagavano solo musica, ma anche i valori di nuove generazioni portatrici di pace, cooperazione, solidarietà, contro un contesto di conformismo, conflitto e competizione sempre più sfrenata. Anche per questo Woodstock fu la vittoria del rock come visione di un’esistenza alternativa a quella dominante. L’ultima vittoria. Che però non indusse il mercato a smettere di sfruttare la musica popolare a fini commerciali.

Battaglia vinta. Guerra persa

Ci vorranno ancora quarant’anni per gustarsi il panico delle major davanti al file sharing. Ma fu attraverso il grandioso happening di Woodstock che l’industria discografica capì la vera natura del rock, un genere per sua natura radicalmente libero, non imbrigliabile, specie se sostenuto da una condivisione generazionale così potentemente schierata.

Woodstock è stata (o è apparsa) l’apoteosi del rock e dei suoi valori originari, della musica e della sua natura comunitaria e ribelle più profonda, celebrata in una liturgia presieduta da grandi individualità. La sola a essere sconfitta, anche se solo per quell’attimo, fu l’industria, che da quel momento perse ogni riguardo verso il rock. Iniziò a sfruttarne i simulacri, cooptando – e così neutralizzando – le simbologie più ribelli, divulgando prodotti tutto sommato modesti e ripetitivi (salvo qualche meravigliosa eccezione), che corredava di cliché già consunti.

Il mercato da un lato virò gradualmente su generi più malleabili e meno problematici, vedi la dance music, e dall’altro cominciò a ridurre le produzioni rock a meri strumenti di intrattenimento. Quel genere portatore di liberazione fisica e sessuale (con Elvis e altri), intellettuale e filosofica (con Dylan e altri), divenne di fatto un trastullo, già vendibile per il suo naturale appeal, ma reso ancora più vendibile da un’ampia quantità di orpelli simbolici che il mercato ebbe la furbizia di attaccargli addosso.

Alla fine, contro la mercificazione del rock, reagirono anche gli artisti.

Le loro performance a Woodstock stanno lì a

testimoniarlo: non era solo musica, ma

l’eco dei valori delle nuove generazioni.

Fu così che il rock venne associato, per motivi di marketing e non più per istinto naturale, a modelli di comportamento anomali o trasgressivi. È da allora che non ci fu più rock senza capelli lunghi, musica al massimo, giubbotti di pelle, sigarette e alcol a go-go. Era essenziale che gli individui, mentre si tramutavano gradualmente in “consumatori”, omologati in ogni aspetto della loro esistenza, potessero rifugiarsi nella musica e nelle sue simbologie quando volessero dare a se stesse una parvenza di ribellione e di fuga. Fu un processo – andato a buon fine, come oggi è palese – di controllo e livellamento culturale, sociale ed economico, accompagnato da simulacri di ribellismo, allo scopo di avere “deviazioni controllate”, “ribellioni normalizzate”. Una strategia che le major furbescamente assecondarono, foraggiarono e a cui diedero voce, lucrandoci abbondantemente.

Il rock, forse, è morto così. Di sicuro è morto così quello di Woodstock. E muore ancora oggi nei fraintendimenti di certi ripescaggi, nelle camicione a fiori e nei sandali improvvidamente indossati dai figli degli yuppies anni ’80, nella scelta della vita on the road da parte di comodi “alternativi” accompagnati dai loro cani, nelle occupazioni delle scuole al grido di “mio padre l’ha fatto, perché non posso farlo anch’io?”, nell’obbligo di farsi per forza una canna per sentirsi “contro”. Quando sono i simboli a prevalere sulle azioni e sui valori, allora l’addomesticamento è compiuto. Le visioni rivoluzionarie tramontano, e diventano merce da vendere e luoghi comuni da diffondere. Quegli hippie che seppero gestirsi in 400 mila, in totale libertà e fraterna solidarietà, oggi hanno epigoni che il mercato della “musica pop-corn” ha isolato e istupidito, o illuso di essere dei novelli Jack Kerouac, una rivisitazione di Janis Joplin, le reincarnazioni di Billy e Wyatt di Easy Rider, o un reload di Allen Ginsberg, solo perché ne scimmiottano il modelli, le mosse e gli slogan, mentre i valori e la visione reale sono altrove, lontani nel passato del rock.

Oggi restano individualità giustapposte, “ribelli al caviale” che portano nello sguardo il vuoto o addirittura una specie di paura del mondo. Paura, forse, che qualcuno tolga loro i supermercati e i megastore dove passare la domenica pomeriggio. Nessuno, questo è certo, porta più negli occhi il fuoco della convinzione di poter cambiare il mondo tutti insieme, come accadde 40 anni fa, per tre giorni, presso una cittadina dello Stato di New York. Ed è per questo che, a ripensarci, viene una grande nostalgia di Woodstock, della sua gente, di quei valori, di quel rock.

Davide Stasi

 

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