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Il "miracolo" di Alan Garcia

Le aziende straniere irrompono in Perù e si contendono le terre degli Indios per sfruttarne i giacimenti. Per il presidente è un affare da non perdere. E si scatena la repressione

Gran parte dell’America Latina sta riconsiderando, in modi più o meno incisivi, la presenza delle multinazionali sul proprio territorio. Dalle posizioni più intransigenti del governo venezuelano, che sta procedendo a grandi passi verso la nazionalizzazione di tutti i settori chiave dell’economia, alle importanti riappropriazioni promosse da Cristina Fernandez de Kirchner – che ha ri-nazionalizzato il sistema pensionistico e la compagnia aerea di bandiera -, si passa per l’Ecuador, la Bolivia, il Nicaragua, che si stanno orientando allo stesso modo. Restano però dei “feudi” in cui il liberismo, che in America Latina fa rima con svendita e appalto delle ricchezze nazionali ad aziende straniere, resta radicato e praticato anche da governi considerati di sinistra. Come accade in Perù, che a metà giugno è stato scosso dalla dura repressione delle proteste indigene. Eventi che ha hanno riportato alla mente gli anni più bui del continente, con le forze dell’ordine braccio armato di amministrazioni corrotte e tenute in piedi dalla fedeltà al “Plan Condor”.

Il passato nove di aprile più di 60 comunità originarie che abitano l’Amazzonia peruviana hanno cominciato una protesta per esigere la deroga di un pacchetto di nove decreti dettati dal presidente Alan García. Secondo gli indigeni, quelle leggi non rispettavano i loro diritti sui territori ancestrali e le loro risorse naturali ed erano stati stilati e varati senza rispettare i trattati internazionali riconosciuti dalla Costituzione di Lima. Il Perù è infatti una nazione firmataria della Convenzione Internazionale dei Diritti umani e dell’accordo numero 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), ragione per la quale si dovrebbe adeguare al rispetto assoluto dei diritti umani, come al diritto di consultazione quando deve intervenire in zone abitate dalle comunità originarie.

Le leggi incriminate, invece, sono state redatte e approvate senza consultazione alcuna degli indigeni. In particolare il decreto 1090 è forse il più grave fra tutti perché intende modificare la legislazione sulle foreste, privando della definizione di “patrimonio forestale” circa 45 milioni di ettari di terra, ossia il 60% delle terre dell’Amazzonia peruviana. In questo modo sarebbe possibile sfruttare territori che prima erano in un certo modo protetti dalle speculazioni.

Contro questo colpo di mano le comunità indigene peruviane hanno organizzato blocchi stradali, occupazioni di raffinerie e industrie petrolifere. Misure di forza, ma pacifiche, in seguito alle quali il governo García ha fatto ricorso, a maggio, ad un tavolo di dialogo con rappresentanti dell’Associazione Interetnica della Selva Peruviana (Aidesep), riunione che però non ha dato risposta alle richieste indigene. Il 20 maggio, lo stesso giorno nel quale veniva firmato il decreto che sanciva nascita del tavolo di dialogo, la nuova Legge Forestale veniva dichiarata incostituzionale da una Commissione parlamentare multipartitica in considerazione del fatto che metteva in pericolo il 60% delle foreste originarie del Paese e per essere stata redatta senza la consultazione dei nativi.

Ma niente ha potuto fermare la volontà del mandatario. Il ministro dell’Ambiente del Perù, Antonio Brack, in alcune dichiarazioni alla stampa, ha fatto capire il perché: la principale causa che ostacolava la deroga delle leggi in questione era il Trattato di Libero Commercio (Tlc) con gli Stati Uniti, firmato il 12 aprile del 2006. Soprattutto, eliminare il decreto legislativo 1090 avrebbe implicato l’inadempimento del cosiddetto “allegato forestale” del Tlc, la qual cosa sarebbe stata, per dirla con le parole dello stesso Brack, «assolutamente grave».

Per questa ragione le proteste indigene non sono mai cessate, anche di fronte alla dichiarazione da parte del governo dello Stato di emergenza in quattro regioni amazzoniche, presupposto che ha permesso di sospendere i diritti costituzionali preparando misure repressive per sedare al più presto i focolai di rivolta. Con un decreto supremo della presidenza del Consiglio dei ministri lo stato di emergenza è entrato in vigore domenica 10 maggio nei dipartimenti di Cuzco, Ucayali, Loreto e Amazonas, poco prima del fallito tavolo di dialogo. Si tratta di leggi speciali che equiparano la protesta sociale a gravi reati penali, comminando pene che vanno fino ai 20 anni di carcere.

In futuro potrebbero esserci anche delle aziende italiane, tra quelle che mirano ad arricchirsi sulla pelle dei nativi peruviani.

Di sicuro, per ora, c’è la garanzia pagata dalla Sace, una SpA a capitale pubblico.

Il decreto sullo stato di emergenza in base al quale Alan García ha potuto dare una cornice legale alla brutale repressione dei nativi fa invece riferimento all’articolo 137 della Costituzione, il quale recita che “in caso di turbamento della pace o dell’ordine interno, di catastrofi o circostanze gravi che colpiscono la vita della Nazione”, senza la necessità che il Congresso dia la sua approvazione “è possibile sospendere il libero esercizio dei diritti costituzionalmente riconosciuti relativi alla libertà e sicurezza personale, all’inviolabilità del domicilio, alla libertà di riunione e di spostamento” per un termine massimo di 60 giorni, prorogabili mediante nuovo decreto. Uno stato di polizia insomma, nel quale tutti i basilari diritti personali sono stati sospesi.

Venerdì 15 maggio le organizzazioni indigene avevano proclamato lo “stato di insurgencia” in risposta ai decreti limitativi delle liberta varati del governo, ma quando il presidente García aveva autorizzato l’esercito a intervenire nei territori ribelli, gli indigeni avevano revocato l’appello per evitare gli spargimenti di sangue che poi, purtroppo, si sono verificati meno di un mese dopo. Venerdì 5 giugno, infatti, la situazione è precipitata. Il presidente García – imparata la lezione dei preziosi alleati statunitensi - ha preparato il terreno ricorrendo all’abusato termine “terrorismo”. La rivolta degli indios, così definita “di stampo terroristico” viene affogata nel sangue. Si parla di oltre 150 morti. Quelli ufficiali sono una trentina, ma in molti parlano di decine di “desaparecidos”. A nulla sono valse le proteste di numerosi Paesi di tutto il continente che hanno solidarizzato coi membri peruviani dell’Aidesep.La Commissione Interamericana dei Diritti umani, CIDH, ha condannato il massacro ed il governo del Nicaragua ha concesso asilo politico al principale dirigente indigeno del Paese, Alberto Pizango, accusato dalle autorità peruviane di sedizione e cospirazione.

Sorda anche ai richiami dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), l’amministrazione García ha continuato a criminalizzare i nativi peruviani. Domenica7 giugno, due giorni dopo la strage, il mandatario ha fatto diffondere un video nel quale si evidenziavano i presunti benefici delle leggi che gli indigeni respingono e che attribuisce alle comunità originarie la responsabilità delle violenze. Ma di fronte alla strenua resistenza indigena, prima la sospensione per 90 giorni dei decreti e poi la mediazione del primo ministro Yehude Simon con le comunità locali hanno portato ad una momentanea interruzione delle proteste. Solo il tempo dirà se le leggi verranno realmente abrogate o se siamo di fronte ad una semplice tregua che permetterà al governo peruviano di mettere a tacere le proteste mentre si riorganizza per portare a termine il progetto di alienazione delle risorse. Simon ha cercato di far digerire al Parlamento peruviano l’annullamento delle leggi, ma le dichiarazioni di Alan García e le annunciate dimissioni del primo ministro una volta “risolta” la questione, non lasciano ben sperare per il futuro.

Il timore di perdere il treno delle grosse multinazionali pronte a spolpare le risorse peruviane in cambio dei soliti vantaggi per pochi è, infatti, troppo. Come la paura di non poter onorare il Tlc con Washington, importante alleato di Lima in un periodo storico che vede gran parte dell’America Latina ribellarsi alla sola idea di “cortile di casa”. Le enormi riserve scoperte negli ultimi anni nella regione amazzonica rischiano di decretare la morte delle ultime comunità originarie, i cui diritti ed esistenza sono, evidentemente, sacrificabili sull’altare del libero mercato. Almeno agli occhi del presidente García.

Lo sfruttamento delle risorse è un’occasione che il mandatario peruviano non intende subordinare alle esigenze delle comunità locali, aprendo alla cessione delle risorse ad una lunga sequela di multinazionali straniere a caccia di vantaggiosi contratti di sfruttamento. Dove il resto dell’America Latina cerca di riprendersi il controllo delle proprie risorse, mettendo paletti allo sfruttamento straniero, García apre le porte del Perù per accogliere i delusi in fuga da Venezuela, Bolivia, Ecuador. Lo sfruttamento dell’area amazzonica sarà infatti riservato a società straniere, mentre gli indios e le loro comunità di cacciatori-raccoglitori perderanno acqua e terreni coltivabili che verranno destinati alla produzione di materia prima da cui verrà ottenuto biocarburante.

Senza considerare che, oltre all’assalto dell’industria dei bio combustibili da olio di palma o di pino - disastrose per la loro monocoltura - , già ora sono più di 25 le imprese transnazionali che si trovano nella selva per fare prove di esplorazione o di estrazione di greggio. Agli occhi di Alan García un “miracolo” economico. Nelle dichiarazioni pubbliche dopo la repressione di Bagua, riferendosi ai nativi García ha affermato che «Queste persone non sono cittadini di prima classe. Che cosa possono dire 400 mila nativi a 28 milioni di peruviani: “voi non avete diritto di venire qui”? Non può accadere! È un grave errore. Chi pensa in questo modo vuole portarci all’irrazionalità e ad una situazione primitiva». Ma quella che il mandatario peruviano definisce “irrazionalità” degli indigeni è la volontà di salvaguardare le proprie terre, e con esse tradizioni, storia, fonti di sussistenza, dall’assalto di rapaci multinazionali. Una corsa all’accaparramento dei diritti di sfruttamento iniziata da tempo e che già registra effetti devastanti per le popolazioni locali.

Le multinazionali sono infatti arrivate in Perù alla ricerca di risorse naturali, soprattutto di gas, all’inizio degli anni ‘90. Ma a sancire il vero e proprio assalto alle risorse è stato l’avvio del progetto di Camisea Perù LNG, un gasdotto di centinaia di chilometri capace di trasportare fino a 600 milioni di barili di gas in forma liquida e il cui finanziamento necessita di oltre 4 miliardi di dollari. I nuovi decreti legge voluti dal governo García rientrano pienamente nel quadro dello sfruttamento dei giacimenti peruviani attraverso il programma di nuove concessioni, che probabilmente spetteranno anche ad aziende italiane. «Il progetto aveva bisogno di un sostegno, che è stato concesso da diverse agenzie di credito all’esportazione, inclusa l’italiana Sace, che ha dato una garanzia di oltre 250 milioni di euro, e successivamente dalla Banca Mondiale», ha infatti affermato Elena Gerebizza, della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale. La Sace è una società per azioni interamente controllata dal ministero del Tesoro nata per le attività di sostegno alle operazioni di export delle imprese italiane in ambito internazionale. Una compagnia di assicurazioni pubblica a garanzia del rischio commerciale e politico, per le imprese nazionali e per quelle straniere collegate ad aziende italiane o da queste controllate.

Il governo di Roma, quindi, interviene direttamente nella predazione delle risorse peruviane, probabilmente a tutela di aziende italiane interessate a mettere le mani sulle risorse amazzoniche. Tra l’altro «il governo peruviano ha dichiarato che una parte dei proventi derivati da questo progetto sarebbero stati utilizzati per finanziare il Fondo per la difesa nazionale, con un vincolo specifico sull’acquisto di armi per la polizia peruviana», ha aggiunto Elena Gerebizza. Il “miracolo” di García, insomma, nelle reali intenzioni del governo peruviano non sarà destinato, come affermato dal presidente, al progresso e al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali, ma ad un rafforzamento delle strutture repressive e di controllo.

Ci sono poi la multinazionale peruviana Gruppo Romero, la anglo-francese Perenco, l’argentina PlusPetrol, la canadese Petrolifera, la spagnola Repsol e la brasiliana Petrobras, che si sono già assicurate lo sfruttamento di ampi tratti di foresta. Numerose società petrolifere già operano attivamente in Amazzonia grazie alla stipula di negoziati diretti con il governo peruviano attraverso la compagnia Petro Perù, recentemente salita agli onori delle cronache per questioni di corruzione. Petro Perù è l’impresa statale, dipendente dal ministero dell’energia, che ha il potere di dare la concessione dei lotti petroliferi negoziando direttamente con le transnazionali, tutto in piena autonomia e discrezionalità. Pochi mesi fa il governo peruviano è stato scosso dallo scandalo battezzato “Petro Audios”: alti funzionari dell’esecutivo ricevevano tangenti in cambio del rilascio di concessioni a certe imprese che avrebbero ottenuto il controllo di alcuni lotti petroliferi. Alan García, pur avendo tentato di prendere le distanze, viene chiamato in causa dalle registrazioni rese pubbliche da alcuni media. Nonostante ciò le dimissioni del ministro dell’Energia sono bastate per mettere tutto a tacere.

Fatti che danno la misura di cosa si muove dietro alla tanto sbandierata necessità di andare incontro al futuro, alle promesse di prosperità per tutto il Paese, comprese le zone amazzoniche, fatte da Alan García.

Il “miracolo” peruviano, che è una manna solo per i politici corrotti e le aziende che fanno affari grazie a loro, deve essere protetto e tutelato. Ad ogni costo. La strage di Bagua ne è la dimostrazione macroscopica ma gli episodi di “tutela delle risorse” sono numerosi. Ai primi di maggio, la security della compagnia petrolifera Perenco ha forzato violentemente il blocco del fiume Napo messo in atto dagli indigeni che protestavano contro la violazione dei loro territori da parte della ditta anglo-francese. E la cosa curiosa è che lo ha fatto con una cannoniera della marina militare peruviana. Ci si chiede come sia possibile che un’impresa privata possa utilizzare una cannoniera della marina per invadere le terre indigene. La risposta è nella visita, risalente a poche settimane prima di questi avvenimenti, fatta dal direttore della Perenco, Francois Perrodo, al presidente peruviano Alan García. Un incontro nel quale Perrodo aveva promesso un investimento di due miliardi di dollari nel Lotto 67, la zona data in concessione all’azienda. Due giorni dopo una legge del governo dichiarava i lavori della compagnia petrolifera “priorità nazionale”. Le cannoniere hanno parlato poco dopo.

Padre Mario Bartolini, un missionario italiano da molti anni sostenitore delle battaglie condotte dalle comunità indigene dell’Amazzonia, ha sollevato un altro velo su quel che già accade da tempo nelle terre dei nativi. Accusato dalla giustizia peruviana di istigazione alla rivolta per il suo appoggio alle recenti proteste indigene, accusa che potrebbe costargli la permanenza nel Paese, Padre Bartolini ha spiegato in un’intervista rilasciata ad un inviato del Corriere della Sera che «Il mondo ha scoperto il Perù in questi giorni, con la strage (di Bagua - ndr), ma i nostri fiumi sono già inquinati di petrolio, i nostri bambini hanno piombo e cadmio nel sangue e ogni giorno vedo gli animali morire e fuggire dalla selva in distruzione». Da anni il suo principale avversario è proprio il Gruppo Romero, colosso dell’industria agricola peruviana che ha ottenuto dal governo la licenza su 30 mila ettari di foresta vergine da disboscare e destinare alla coltivazione di piante oleose che diventeranno biodiesel. «Una sorta di prova generale verso la distruzione dell’Amazzonia peruviana», ha affermato il sacerdote. Pochi giorni dopo, intervistato da Radio Vaticana, Bartolini ha rincarato la dose: «Mi sembra che per questo governo l’Amazzonia non sia che un deposito: tutti possono attingere alle sue ricchezze, approfittarsi della sua gente a beneficio di altri, soprattutto le multinazionali. Secondo il governo, la presenza di queste multinazionali creerebbe benessere, toglierebbe dall’estrema povertà milioni di nostri fratelli, ma questa non è che un’altra bugia. Noi possiamo constatare che dove stanno agendo queste multinazionali, siano petrolifere o minerarie, c’è più sfruttamento, c’è più abbandono. La nostra gente viene sfruttata per lavorare a basso costo».

Oltre a quelle già presenti sul territorio peruviano, le multinazionali che con i decreti varati, e per ora solo sospesi dal governo García, vedrebbero ampliarsi ancor di più i loro proventi economici sono: Pluspetro Norte, Korea National Oil Corporation, Daewoo Internacional, SK Corporation, Maple production, Burlington, Conocophillips, Repsol, Petrobras, Barret, Hunt Oil Company, Occidental, Petrolifera, Sapet, Pan Andean, CCP, Hocol, e Amerada Hess. Un elenco lunghissimo che dà l’idea, assieme a quel che già è stato appaltato allo sfruttamento esterno, di cosa possa rappresentare per Lima la concessione dei diritti di esplorazione, coltivazione e estrazione nelle aree amazzoniche. Ragion per cui, la momentanea sospensione dei decreti, assieme alle ambigue affermazioni di García, non lascia presagire nulla di buono per i futuro dei nativi peruviani, a meno che anche Lima non si avvii verso il cambiamento che già ha contagiato parte dell’America Latina e si allontani definitivamente dall’influenza nordamericana con il suo corollario di Tlc e transnazionali pronte all’assalto delle risorse locali.

Alessia Lai

 

In dollar we don't trust

Il buon europeo