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Spingendo la notte più in là

 Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi ucciso dalla Brigate Rosse nel maggio del 1972 (e ora direttore responsabile del quotidiano La Stampa), ha scritto un libro con tanti motivi di interesse. 

Ad iniziare dal motivo stesso della sua pubblicazione, ovvero cercare, sebbene in parte, di riequilibrare il panorama di una pubblicistica troppo spesso inclinata sul piano dell'amarcord di tanti che all'epoca decisero di imbracciare le armi e uccidere persone e ora - tra chi è ancora latitante, chi è assurto al ruolo di ideologo sui quotidiani nazionali, chi scrive romanzi e partecipa a dibattiti televisivi fino a chi addirittura siede nel nostro Parlamento - vengono ancora oggi presentati al pubblico con parole quanto meno fuorvianti.

Furono tanti i morti per mano dei terroristi, e l'oblio dovuto alla loro morte - e a uno Stato che perde troppo spesso la memoria - ha contribuito ad aver scavato un solco ancora più grande tra chi perse la vita per mano dei terroristi e chi, avendo scontato la pena detentiva, non sente il dovere morale quanto meno di evitare di partecipare in modo attivo alla società mediatica. Soprattutto proprio riguardo i temi legati agli Anni di piombo.

Naturalmente non parlando di chi, tra di essi, vive addirittura latitante e continua imperterrito a non voler pagare per i crimini commessi quando non addirittura continua a costruire la propria medialità attraverso l'alone di romanticismo che accompagna proprio chi fu attore di tali atrocità negli anni Settanta. Questi sono carogne latitanti.

Compito difficile, per un libro che è certamente ricordo familiare di moglie e bambini con una vita mutilata per sempre, ma anche attestato di considerazione per le tante altre vittime del terrorismo dell'epoca. Soprattutto quando, ed è il nostro caso, Calabresi figlio si trova costantemente - nel corso della propria vita e sino a oggi, ancora, su certi quotidiani - a doversi scontrare con l'ottusità (e la connivenza intellettuale?) di giornalisti che continuano imperterriti ad essere velatamente (e non) acquiescenti con chi allora stroncò la vita di persone e famiglie.

Qualche esempio, dalla penna dello stesso Mario Calabresi: "In un Paese che non riesce a trovare modelli, esempi, che occasione sprecata non ricordare, avere rimosso. Il rigore e lo scrupolo di Vittorio Occorsio, l'onestà intellettuale e il coraggio di Guido Rossa sono lì. Un patrimonio per tutti.

Ci vorrebbe una sensibilità diffusa, manca un sentire collettivo, e tutto questo non può essere una questione privata. E ancora si fa fatica a pronunciare parole chiare di condanna della violenza politica.

I terroristi non sono stati sconfessati come assassini ma troppo spesso descritti come perdenti, persone che hanno fatto una battaglia ideale ma non sono riusciti a vincere. In questo modo però sono loro a diventare dei modelli. E le inchieste sugli ultimi epigoni del brigatismo, annata 2007, dimostrano una cosa con chiarezza: che ci sono ancora messaggi capaci di passare alle nuove generazioni".

Compito non certo facile, per Calabresi, riuscire a comporre un libro dai tratti delicati e mai moralisti pur incontrando spesso il tranello per potervi - comprensibilmente - cadere. E allo stesso tempo scrivere di fatto un atto d'accusa contro gli stessi media che al gioco della "gioventù deviata", dei "ragazzi che hanno sbagliato", continuano in tanti casi a cadere.

"In questo i mezzi di comunicazione hanno responsabilità particolari" - scrive ancora il direttore de La Stampa - "i giornali e le televisioni non si fanno troppi scrupoli ad accendere un faro sui terroristi, a dar loro la scena, anche quando ciò ha caratteri chiaramente inopportuni. Ma la cosa più fastidiosa e pericolosa sono le interviste standard: dei terroristi che parlano non vengono quasi mai ricordati i delitti e le responsabilità, e questo non è accettabile soprattutto se sono interpellati per discutere proprio sugli Anni di piombo. Sergio Segio, per fare un esempio, viene presentato come 'esponente del Gruppo Abele', quasi mai come il killer di Galli e Alessandrini; Anna Laura Braghetti, la brigatista che uccise con sette colpi Vittorio Bachelet alla Sapienza di Roma e partecipò al sequestro di Aldo Moro, si dice che 'coordina un servizio sociale rivolto ai detenuti'".

Testimonianza della memoria, dunque, sia di Luigi Calabresi assassinato a Milano sia per tanti altri - e per le loro famiglie - cadute vittima del terrorismo negli anni successivi. Ma anche - e qui si annida il secondo motivo di interesse del libro - equilibrata, giustificata e corretta (anche quando dura) denuncia di quelli che sono ancora oggi i messaggi che certi lasciano passare in memoria di quegli anni. "La seconda cosa preoccupante è che si lascia passare un'idea romantica del terrorismo, specie nel paragone con il brigatismo degli ultimi anni, sostenendo che la lotta armata degli anni Settanta aveva dietro di sé delle idee, un progetto rivoluzionario".

Non è un saggio. Non ha la pretesa di essere esaustivo in materia, anche se mette a punto anche per chi ancora non conosce bene i fatti, come ad esempio cosa accadde la notte della morte di Pinelli - e il fatto che il Commissario Calabresi non si trovava in quella stanza al momento della caduta dalla finestra dell'esponente anarchico - o ancora quanto scritto dagli esponenti di Lotta Continua sul giornale dell'epoca e le motivazioni della morte del Commissario (alla quale seguirono, dopo molti anni, le condanne a Pietrostefani, Bompressi e Sofri). Ma non è neanche un libro di soli ricordi personali. Nella "notte" della pubblicistica attuale in materia, è però un contributo essenziale per cercare di ristabilire un equilibrio alla comprensione di quella che è stata una delle pagine più nere della nostra Repubblica.

 

Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo. Mario Calabresi, Mondadori 2008, 125 p., euro 14,50.


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