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La realtà in versione film

Il cinema è innanzitutto emozione.

E l’emozione adora la libertà della 

fantasia. Di tanto in tanto, però, il

cinema ci riprova: emozioni forti a

partire dalla cronaca e dalla Storia

Cinema e informazione, un binomio che fa immediatamente balzare alla mente il capolavoro di Orson Welles Quarto potere, che peraltro, pur ispirandosi al magnate della stampa W.R. Hearst, mostra notevoli punti di contatto con l’attuale situazione italiana, fatto salvo che la storia degli USA offrì un lieto fine che a noi manca.

Il film di Welles è forse la vetta più alta di un genere, il “newspaper movie”, anche se meglio sarebbe dire “media movie”, che negli Stati Uniti ha avuto un grande sviluppo. Genere pieno zeppo di reporter eroici, spesso diretti da buoni registi, come Salvador di Oliver Stone. Più raramente il giornalista è visto in maniera negativa o ambigua, come accade in un altro capolavoro, L’asso nella manica, dove il giornalista Kirk Douglas mette su un circo mediatico intorno a uomo chiuso in pozzo, situazione che all’epoca sembrava improponibile in Italia, tanto da venir dileggiata da Sordi nella scena di Un americano a Roma in cui manda un diplomatico americano in un fosso, poi arrivò Vermicino e ci si accorse che avevamo raggiunto il peggio degli USA.

Spesso il cinema ha saputo anticipare le peggiori derive del sistema informativo, attaccando però più i network che i giornalisti come in Quinto potere in cui il protagonista, Howard Beale, “è stato il primo uomo ad essere ucciso perchè aveva un indice di ascolto troppo basso”, anche se sono i francesi con La morte in diretta di Tavernier a anticipare le aberrazioni dei reality, certo ancora non siamo a quei punti ma pare sia solo questione di tempo. Altre volte il cinema ha tratto spunti dalla realtà, come nell’eccellente Good night and good luck in cui si ripercorrono i tempi più bui del Maccartismo, o in Tutti gli uomini del presidente in cui viene mostrato come due giornalisti del Washington Post possano far cadere un presidente1. Il cinema italiano non ha potuto fare altrettanto, anche perché Cederna contro Leone non poteva fornire una buona sceneggiatura, solo Il muro di gomma sull’inchiesta del Corsera su Ustica merita una menzione, ma non si tratta di un buon film. Questo perché il giornalismo di inchiesta in Italia non è molto praticato e di solito è asservito al regime e caratterizzato più da bassezze che da momenti eroici. Non a caso l’unico film di spicco lo offre Sordi, grande tratteggiatore dei vizi italici, con Una vita difficile dove il nostro giornalismo non ne esce, giustamente, bene.

Il cinema come informazione pura è morto con la Settimana Incom, ucciso dalla tv. Il cinegiornale non poteva seguire l’attualità èd è stato spazzato via dall’avvento dei Tg.

Questo breve excursus non è però il giusto modo di inquadrare il tema cinema e informazione, questo è cinema sull’informazione. Il cinema come informazione pura è morto con la Settimana Incom, ucciso dalla tv. Il vecchio cinegiornale che non poteva seguire l’attualità è stato battuto dal telegiornale, poteva più essere un indicatore del costume e quei documenti, che ci fanno ormai sorridere, sono preziosissimi come documenti storici. Ancor più lo sono i Cinegiornali Luce o il Ton Woche nazista, si potrà obiettare che quella era più propaganda che informazione, ma anche la propaganda è informazione, informazione degenerata, ma sempre informazione (così non fosse dovremmo in Italia cancellare dalla categoria informazione il grosso della tv e della stampa).

Nel campo della propaganda il cinema ha esplicato al meglio la sua funzione, “l’arma più forte” come la definì Mussolini. Non è però vero che il cinema di propaganda sia per forza brutto cinema, spesso è così, però alcuni dei maggiori capolavori della storia del cinema sono film di propaganda basti pensare a Eisenstein, alla Riefensthal e, perché no, al Grande dittatore di Chaplin, che è un film di propaganda. Non è che perchè un film faccia propaganda antinazista come quello di Chaplin o antirazzista, come Biko, che questo cessi di essere un film di propaganda.

La propaganda in un film è presente indipendentemente da quanto se ne condivida il messaggio, anzi visti i costi di produzione i film tendono a lanciare messaggi sempre più condivisibili dal pubblico, anche perché ormai “l’arma più forte” è diventata “l’arma finale del Dottor Goebbels2.  L’abilità oggi, diciamo a partire dagli anni settanta, è di far credere come coraggioso o controcorrente un film che, invece, è ormai perfettamente allineato. Soldato blu, ad esempio segna, sì, come Piccolo grande uomo un punto di svolta nel western nei rapporti con i nativi americani, ma che era ormai maturo nel pubblico. Per assurdo il film coraggioso di quei tempi fu Berretti verdi, brutto e difficilmente condivisibile film con John Wayne a favore della guerra in Vietnam, ma che andava contro il pensiero maggioritario, a dimostrazione di ciò i picchettaggi che subì all’uscita in Italia, le cui conseguenze si rivelarono esiziali per l’MSI.3

I film impegnati - gli altri non meritano neppure considerazione - difficilmente possono essere un buon mezzo per conoscere la storia, possono essere però spunto di approfondimento. Alcuni sono più equilibrati di altri, come lo è La grande guerra, al contrario di Uomini contro che è bassa propaganda per orecchie che volevano sentirsi dire quello e che, colpa peggiore, tradisce in pieno il libro di Lussu Un anno sull’altipiano da cui sarebbe tratto. Oggi poi la propaganda è fatta sul film, più che dal film: Salvate il soldato Ryan ci è stato venduto come “lo sbarco in Normadia come non l’avete mai visto”, una drammaticità che Hollywood non aveva mai osato, in contrapposizione con Il giorno più lungo con John Wayne. In effetti nessun soldato vide mai gli effetti speciali delle scie dei proiettili sott’acqua, e Il giorno più lungo racconta tutte storie vere, realmente accadute, anche quella del colonnello dei parà interpretato dal “Duca”, e i commandos di Lord Lovett sbarcarono al suono della cornamusa come fosse una battaglia napoleonica. La propaganda di oggi vuole negare che siano mai esistiti degli eroi, forse perché non vuole che ne nascano di nuovi? Quanto alla drammaticità basta un orologio sul polso di un morto di Omaha Beach ne Il grande uno rosso, per superare la macelleria spettacolo di Spielberg. Da Tiro al piccione all’ultimo El Alamein  nessuno ha saputo fare di meglio nel descrivere la guerra senza dover stupire con effetti speciali. Su tutti però domina Orizzonti di gloria, ma quando il regista è Kubrick difficile poter fare di meglio.

È ancora però possibile fare dei film scomodi, ma occorrono registi di eccellenza oltre che coraggiosi, giusto Ken Loach sembra non fallire un colpo. Certo va visto criticamente anche lui, mai abbandonare lo spirito critico, però riesce sempre a far conoscere ai molti verità scomode che devono restare nascoste in questa società sommersa dall’ignoranza. Terra e libertà è forse il suo film più scomodo, destò scalpore il “rivelare”a metà anni novanta che nella guerra civile spagnola avessero ucciso più anarchici gli stalinisti dei franchisti. Verità ben nota, certo, ma che se restava sotto il tappeto era meglio. 

Anche i film-documentario di denuncia hanno dei forti limiti. L’obiettività del regista è tutt’altro che garantita. Vedi il più famoso di tutti: “9/11” di Michael Moore.

Come per il Katyn di Wayda, colpito dalla nuova, efficacissima, forma di censura: non sono più i tempi in cui è necessario censurare un film, come fu per il brutto Il leone del deserto voluto da Gheddafi e censurato da Andreotti, ora basta negare loro la distribuzione, così da poter sostenere che nessuno ha censurato, è il pubblico che non era interessato… ma se il film non è distribuito come fa il pubblico a bocciarlo?

Un film che merita un discorso a parte è Bloody sunday, che effettua una ricostruzione degli eventi rigorosa come un documentario, fino a ricostruire le pose delle foto dell’epoca, ma con un ritmo e una caratterizzazione dei personaggi da film, un prodotto veramente unico nel suo genere e giustamente premiato a Berlino. 

Attenzione però, anche i film-documentario di denuncia, che hanno conosciuto un breve momento di fortuna recentemente, hanno dei forti limiti, l’obiettività del regista è tutt’altro che garantita. 9/11 di Moore, il più famoso fra tutti, ad esempio, se è puntuale nel denunciare i misfatti di Bush, che il pubblico ha ben apprezzato, ha completamente sorvolato su quelli delle altre amministrazioni USA. I rapporti a filo doppio con l’Arabia Saudita non li ha inventati la famiglia Bush, esistono da ben prima, e le connivenze con l’estremismo islamico risalgono alla guerra Russo-Afghana e sono proseguiti fino all’aggressione alla Serbia condotta dall’amministrazione Clinton. Più obiettivo è Supersize me che attacca McDonald e i colossi dell’agroalimentare americano, film che ha anche un coraggio molto raro: quello non di attaccare un nemico politico, ma le multinazionali e i poteri forti della finanza, cosa che ben di rado accade, non solo nel cinema. Certo talvolta c’è nelle trame c’è qualche “cattivo” nell’economia, ma l’uomo ad essere sbagliato non il sistema che è intrinsecamente giusto.

Vale però la pena concludere con una risata, quella che ahimè non ha seppellito nessuno, con uno dei più bei film comici sul giornalismo: Prima pagina con l’impareggiabile coppia Lemmon-Matthau che mette alla berlina tutti i vizi del giornalista, ma di quando il giornalismo era ancora passione e non asservimento impiegatizio ad un padrone, palese o nascosto che sia.

 

Ferdinando Menconi

 

Note:

1Quel presidente è ovviamente Richard Nixon, e si tratta del celeberrimo caso Watergate.

2 Così Bonvi nelle mitiche strisce delle “Sturmtruppen” chiama la televisione.

3 La vulgata vuole che Gianfranco Fini si sia iscritto al Fronte della Gioventù proprio perché gli fu impedito di vedere quel film.

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