Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Bullismo e comunità

“Il vero nemico di una comunità

non è la comunità vicina, ma l’ideologia

che le vuole cancellare entrambe:

la globalizzazione.” Introduciamo

il comunitarismo: azione positiva possibile.

 

Le ultime notizie di cronaca riferiscono dell’ennesimo atto di brutalità commesso tra giovani, per non dire giovanissimi; nello specifico, mi riferisco alla stupro di gruppo subito da una ragazza quattordicenne nel foggiano. Mentre i maggiori media del paese si perdono in stupide, quanto inutili dietrologie su violenza sessuale, ruolo della donna nella società attuale, ecc., io penso che queste dovrebbero essere “buone occasioni” per riflettere sulla situazione delle giovani generazioni nell’attuale contesto storico, per poi allargarsi alla condizione dell’ “uomo” in generale.
Quello che, a mio avviso, appare evidente è come le persone, con particolare riferimento ai giovani, si sentano estranee alla società in cui vivono, finendo col ripiegare in ambiti nichilisti di isolamento sociale (videogiochi, chat, social network virtuali, ecc.) o dando vita a sottoculture non-ufficiali (ultras, bande di bulli, ecc.). La domanda che ci si dovrebbe porre, di fronte a questi eventi, è se ciò sia frutto di un caso, di una crisi passeggera, o non sia il risultato di un sistema – il liberal-capitalismo – che, con la fine delle grandi ideologie novecentesche (fascismo per sconfitta militare e comunismo per implosione interna) si sta imponendo come “unica ideologia globale dominante”. Per rispondere a tale domanda, credo sia fondamentale porre l’accento su alcuni tratti caratteristici dell’ideologia che fa da base a tale sistema.
L’elemento caratteristico della società attuale è l’ atomismo, il considerare l’individuo come un’entità isolata, sia in senso orizzontale (nel confronto coi suoi simili), sia in senso verticale (rispetto alla storia della collettività e della nazione in cui vive). Ma questo isolamento, ed estraniamento, non è frutto di un momento transitorio, di una fase di crisi del sistema; bensì è l’elemento caratteristico per capire la società che è emersa dopo la fine della Rivoluzione Francese, e che ha raggiunto il suo apice nel corso del XX Secolo. Tale risultato è assolutamente funzionale all’imposizione del “libero mercato mondiale” dominato dalle multinazionali; infatti, quello di cui i grandi sforzi del capitale hanno bisogno è un “consumatore unico” a livello planetario, un essere umano che soggiaccia alle stesse mode, abbia gli stessi bisogni indotti, addirittura gli stessi gusti alimentari, in modo da poter imporre le proprie merci uguali in tutto il mondo (assolutamente tipico il caso di Mc Donald’s) e a tutte le persone della Terra.
Nella cosiddetta “società Occidentale”, in effetti, l’individuo si trova schiacciato tra due forze devastanti: da un lato sono stati eliminati tutti i vincoli che lo legavano ai suoi simili (dalla famiglia, al vicinato, alla tradizione, allo Stato nazionale, ecc.), dall’altro si trova al centro di una massiccia opera di appiattimento globale. Va detto, che ciò non è avvenuto pacificamente, né naturalmente; anzi, è stato imposto o “manu militari” (in Europa con la II Guerra Mondiale, e nei paesi musulmani con le varie “guerre preventive” in atto), oppure attraverso pressioni economiche internazionali (la “politica del debito” nei confronti dei paesi in via di sviluppo da parte dei “poliziotti della globalizzazione” come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la WTO, ecc.).
Quello che ora dobbiamo chiederci, è se avesse ragione Fukuyama, secondo il quale siamo arrivati alla “fine della storia”, cioè al momento in cui “una società migliore non sia possibile”; oppure, esiste un’alternativa concreta a tale ideologia e al sistema che ha generato. La risposta che credo sia ottimale a tale quesito è fornita dal comunitarismo.
Questa corrente filosofica ha origini abbastanza lontane; infatti, risale al periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione Francese, quando i pensatori “conservatori”, come Jean Bodin o De Maistre, cominciarono da subito a denunciare la distruzione dei “vincoli tradizionali” che da secoli dettavano il vivere comune, e la loro sostituzione con ideologie figlie dell’Illuminismo. Classica del periodo è l’opposizione all’ideologia (che oggi si vorrebbe imporre con invasioni e bombardamenti ai paesi riottosi) dei “Diritti dell’ Uomo”, sintetizzabile nella massima: « Non ho mai incontrato l’uomo della Dichiarazione dei Diritti, ma solo italiani, russi, francesi, ecc.».
Quello che è centrale in questo modo di pensare è che, a differenza di ciò che affermano i contrattualisti, l’ “essere umano” non esiste al di fuori e a prescindere dalla società in cui nasce e vive ( il “contesto”, per usare un’espressione di Heidegger), e che la felicità della collettività non è data dalla somma delle felicità dei singoli. Particolarmente significativa a riguardo è la teoria di Emile Durkheim dei fatti sociali, cioè quei fenomeni che esistono socialmente già al momento della nascita del singolo (ad esempio il linguaggio) e che finiscono col determinarne l’individualità. Per dirla con uno dei padri del nuovo comunitarismo statunitense, Alsdair McIntyre, « la storia della mia vita è sempre inserita nella storia di quelle comunità da cui traggo la mia identità».
Ma allora, su cosa si baserebbe questa comunità, che si opporrebbe alla società odierna? Una risposta, la possiamo trovare nel primo pensatore che usò espressamente tale termine: Ferdinand Toennies. Costui affermava che, mentre la “società” si basa sul “contratto”, e quindi su un’unione transitoria nata per soddisfare i bisogni dei singoli; la “comunità”, invece, si basa sul consensus, un sentimento istintivo di reciproca comprensione, frutto di valori e tradizioni comuni perduranti nel tempo. Per semplificare, possiamo seguire Marcello Veneziani, quando afferma che «l’individuo liberal è figlio del tempo; mentre, quello comunitario è figlio del luogo».
Ecco allora che diventa fondamentale ridurre le dimensioni del nostro vivere, abbandonare l’idea di un’unica società globale, e globalizzata, per riscoprire la cultura, la tradizione e il luogo in cui siamo nati, viviamo, e che, in un’ultima analisi, ci identifica.
Così come nel “sociale”, bisogna riattivare quella rete comunitaria che lega gli individui vicini, così a livello economico, finanziario e politico, bisogna che il potere venga riportato a livelli più prossimi agli individui. Oggi, tutto è controllato da pochi centri mondiali, privi di legittimità democratica (ONU, banche centrali, ecc.), in quanto non eletti e non responsabili di fronte a nessuno. 
Al contrario, affinché il singolo possa tornare a partecipare alla vita della collettività, il potere deve partire “dal basso”, secondo la teoria della “società a cerchi concentrici”, espressa da Alain de Benoist, per la quale, ogni piccola comunità deve essere il più auto-sufficiente possibile (resiliente) e gestire quanto più potere sia possibile, unendosi alla più vicina per quelle problematiche a cui non può provvedere da sola, formando un cerchio più grande, e procedendo di questo passo, fino a formare cerchi sempre più ampi. Quindi, non un sistema di comunità chiuse e in guerra tra loro, come abbiamo spesso visto in passato, e come ha giustamente sottolineato il prof. Costanzo Preve; bensì, un insieme di gruppi umani coesi e resilienti, che hanno capito perfettamente che il vero nemico di una comunità non è la comunità vicina, ma l’ideologia che le vuole cancellare entrambe: la globalizzazione.
Per tornare, in conclusione, allo spunto dal quale siamo partiti, è necessario che tutti noi, ma in particolare i giovani, possiamo trovare un tessuto comunitario in cui identificarsi e nel quale possiamo esercitare un reale potere sulle nostre vite. Come fare concretamente? La risposta sarebbe molto articolata; ma, in questa sede, è possibile accennare qualche spunto. Bisogna che il “mercato” venga allontanato da ogni settore possibile; infatti, come fa notare Pietro Barcellona, molti ambiti che prima erano gestiti a livello comunitario o famigliare, oggi sono controllati da società private, le quali, ovviamente, hanno come primo obiettivo il profitto. Basti pensare al fiorire di asili e case di cura privati.
Secondariamente, bisogna “accorciare la filiera” produttiva: consumare cibo locale, produrre energia localmente, premiare il commercio e la produzione di beni locali (rispetto alle multinazionali), ecc. Tutto questo, che sembra utopico, sta già avvenendo, per esempio con il Movimento per la Transizione, nel quale grazie all’uso di monete locali, banche del tempo, corsi di formazione su lavori manuali, ecc. piccole e medie città britanniche stanno raggiungendo interessanti livelli di auto-sufficienza (di questo parleremo nel prossimo numero, N.d.R.).
Infine, ma non meno importante, cercare di allontanare le persone da quelli che il sociologo francese Marc Augè definisce i “non-luoghi” (ipermercati, multisale, parchi del divertimento), per far riscoprire i nostri centri storici, quella  “piazza”, che giustamente de Benoist indica come elemento caratteristico delle democrazie greche, e successivamente di ogni sistema popolare europeo, al fine di dar forza agli elementi, tanto culturali quanto paesaggistici, che determinano l’essere delle singole comunità.
In definitiva, come abbiamo visto, la “storia non è ancora finita”, e al di là dell’american way of life, basato sul motto “produci, consuma e crepa”, il comunitarismo può fornirci un diverso modo di vivere, che riporti al centro il benessere delle comunità, e in definitiva dell’individuo, contro il profitto delle multinazionali e dei “signori della globalizzazione”.
Manuel Zanarini

Le ultime notizie di cronaca riferiscono dell’ennesimo atto di brutalità commesso tra giovani, per non dire giovanissimi; nello specifico, mi riferisco alla stupro di gruppo subito da una ragazza quattordicenne nel foggiano. Mentre i maggiori media del paese si perdono in stupide, quanto inutili dietrologie su violenza sessuale, ruolo della donna nella società attuale, ecc., io penso che queste dovrebbero essere “buone occasioni” per riflettere sulla situazione delle giovani generazioni nell’attuale contesto storico, per poi allargarsi alla condizione dell’ “uomo” in generale.Quello che, a mio avviso, appare evidente è come le persone, con particolare riferimento ai giovani, si sentano estranee alla società in cui vivono, finendo col ripiegare in ambiti nichilisti di isolamento sociale (videogiochi, chat, social network virtuali, ecc.) o dando vita a sottoculture non-ufficiali (ultras, bande di bulli, ecc.). La domanda che ci si dovrebbe porre, di fronte a questi eventi, è se ciò sia frutto di un caso, di una crisi passeggera, o non sia il risultato di un sistema – il liberal-capitalismo – che, con la fine delle grandi ideologie novecentesche (fascismo per sconfitta militare e comunismo per implosione interna) si sta imponendo come “unica ideologia globale dominante”. Per rispondere a tale domanda, credo sia fondamentale porre l’accento su alcuni tratti caratteristici dell’ideologia che fa da base a tale sistema.L’elemento caratteristico della società attuale è l’ atomismo, il considerare l’individuo come un’entità isolata, sia in senso orizzontale (nel confronto coi suoi simili), sia in senso verticale (rispetto alla storia della collettività e della nazione in cui vive). Ma questo isolamento, ed estraniamento, non è frutto di un momento transitorio, di una fase di crisi del sistema; bensì è l’elemento caratteristico per capire la società che è emersa dopo la fine della Rivoluzione Francese, e che ha raggiunto il suo apice nel corso del XX Secolo. Tale risultato è assolutamente funzionale all’imposizione del “libero mercato mondiale” dominato dalle multinazionali; infatti, quello di cui i grandi sforzi del capitale hanno bisogno è un “consumatore unico” a livello planetario, un essere umano che soggiaccia alle stesse mode, abbia gli stessi bisogni indotti, addirittura gli stessi gusti alimentari, in modo da poter imporre le proprie merci uguali in tutto il mondo (assolutamente tipico il caso di Mc Donald’s) e a tutte le persone della Terra.Nella cosiddetta “società Occidentale”, in effetti, l’individuo si trova schiacciato tra due forze devastanti: da un lato sono stati eliminati tutti i vincoli che lo legavano ai suoi simili (dalla famiglia, al vicinato, alla tradizione, allo Stato nazionale, ecc.), dall’altro si trova al centro di una massiccia opera di appiattimento globale. Va detto, che ciò non è avvenuto pacificamente, né naturalmente; anzi, è stato imposto o “manu militari” (in Europa con la II Guerra Mondiale, e nei paesi musulmani con le varie “guerre preventive” in atto), oppure attraverso pressioni economiche internazionali (la “politica del debito” nei confronti dei paesi in via di sviluppo da parte dei “poliziotti della globalizzazione” come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la WTO, ecc.).

Quello che ora dobbiamo chiederci, è se avesse ragione Fukuyama, secondo il quale siamo arrivati alla “fine della storia”, cioè al momento in cui “una società migliore non sia possibile”; oppure, esiste un’alternativa concreta a tale ideologia e al sistema che ha generato. La risposta che credo sia ottimale a tale quesito è fornita dal comunitarismo.Questa corrente filosofica ha origini abbastanza lontane; infatti, risale al periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione Francese, quando i pensatori “conservatori”, come Jean Bodin o De Maistre, cominciarono da subito a denunciare la distruzione dei “vincoli tradizionali” che da secoli dettavano il vivere comune, e la loro sostituzione con ideologie figlie dell’Illuminismo. Classica del periodo è l’opposizione all’ideologia (che oggi si vorrebbe imporre con invasioni e bombardamenti ai paesi riottosi) dei “Diritti dell’ Uomo”, sintetizzabile nella massima: « Non ho mai incontrato l’uomo della Dichiarazione dei Diritti, ma solo italiani, russi, francesi, ecc.».Quello che è centrale in questo modo di pensare è che, a differenza di ciò che affermano i contrattualisti, l’ “essere umano” non esiste al di fuori e a prescindere dalla società in cui nasce e vive ( il “contesto”, per usare un’espressione di Heidegger), e che la felicità della collettività non è data dalla somma delle felicità dei singoli. Particolarmente significativa a riguardo è la teoria di Emile Durkheim dei fatti sociali, cioè quei fenomeni che esistono socialmente già al momento della nascita del singolo (ad esempio il linguaggio) e che finiscono col determinarne l’individualità. Per dirla con uno dei padri del nuovo comunitarismo statunitense, Alsdair McIntyre, « la storia della mia vita è sempre inserita nella storia di quelle comunità da cui traggo la mia identità».

Ma allora, su cosa si baserebbe questa comunità, che si opporrebbe alla società odierna? Una risposta, la possiamo trovare nel primo pensatore che usò espressamente tale termine: Ferdinand Toennies. Costui affermava che, mentre la “società” si basa sul “contratto”, e quindi su un’unione transitoria nata per soddisfare i bisogni dei singoli; la “comunità”, invece, si basa sul consensus, un sentimento istintivo di reciproca comprensione, frutto di valori e tradizioni comuni perduranti nel tempo. Per semplificare, possiamo seguire Marcello Veneziani, quando afferma che «l’individuo liberal è figlio del tempo; mentre, quello comunitario è figlio del luogo».Ecco allora che diventa fondamentale ridurre le dimensioni del nostro vivere, abbandonare l’idea di un’unica società globale, e globalizzata, per riscoprire la cultura, la tradizione e il luogo in cui siamo nati, viviamo, e che, in un’ultima analisi, ci identifica.Così come nel “sociale”, bisogna riattivare quella rete comunitaria che lega gli individui vicini, così a livello economico, finanziario e politico, bisogna che il potere venga riportato a livelli più prossimi agli individui. Oggi, tutto è controllato da pochi centri mondiali, privi di legittimità democratica (ONU, banche centrali, ecc.), in quanto non eletti e non responsabili di fronte a nessuno. Al contrario, affinché il singolo possa tornare a partecipare alla vita della collettività, il potere deve partire “dal basso”, secondo la teoria della “società a cerchi concentrici”, espressa da Alain de Benoist, per la quale, ogni piccola comunità deve essere il più auto-sufficiente possibile (resiliente) e gestire quanto più potere sia possibile, unendosi alla più vicina per quelle problematiche a cui non può provvedere da sola, formando un cerchio più grande, e procedendo di questo passo, fino a formare cerchi sempre più ampi. Quindi, non un sistema di comunità chiuse e in guerra tra loro, come abbiamo spesso visto in passato, e come ha giustamente sottolineato il prof. Costanzo Preve; bensì, un insieme di gruppi umani coesi e resilienti, che hanno capito perfettamente che il vero nemico di una comunità non è la comunità vicina, ma l’ideologia che le vuole cancellare entrambe: la globalizzazione.Per tornare, in conclusione, allo spunto dal quale siamo partiti, è necessario che tutti noi, ma in particolare i giovani, possiamo trovare un tessuto comunitario in cui identificarsi e nel quale possiamo esercitare un reale potere sulle nostre vite. Come fare concretamente? La risposta sarebbe molto articolata; ma, in questa sede, è possibile accennare qualche spunto. Bisogna che il “mercato” venga allontanato da ogni settore possibile; infatti, come fa notare Pietro Barcellona, molti ambiti che prima erano gestiti a livello comunitario o famigliare, oggi sono controllati da società private, le quali, ovviamente, hanno come primo obiettivo il profitto. Basti pensare al fiorire di asili e case di cura privati.Secondariamente, bisogna “accorciare la filiera” produttiva: consumare cibo locale, produrre energia localmente, premiare il commercio e la produzione di beni locali (rispetto alle multinazionali), ecc. Tutto questo, che sembra utopico, sta già avvenendo, per esempio con il Movimento per la Transizione, nel quale grazie all’uso di monete locali, banche del tempo, corsi di formazione su lavori manuali, ecc. piccole e medie città britanniche stanno raggiungendo interessanti livelli di auto-sufficienza (di questo parleremo nel prossimo numero, N.d.R.).Infine, ma non meno importante, cercare di allontanare le persone da quelli che il sociologo francese Marc Augè definisce i “non-luoghi” (ipermercati, multisale, parchi del divertimento), per far riscoprire i nostri centri storici, quella  “piazza”, che giustamente de Benoist indica come elemento caratteristico delle democrazie greche, e successivamente di ogni sistema popolare europeo, al fine di dar forza agli elementi, tanto culturali quanto paesaggistici, che determinano l’essere delle singole comunità.In definitiva, come abbiamo visto, la “storia non è ancora finita”, e al di là dell’american way of life, basato sul motto “produci, consuma e crepa”, il comunitarismo può fornirci un diverso modo di vivere, che riporti al centro il benessere delle comunità, e in definitiva dell’individuo, contro il profitto delle multinazionali e dei “signori della globalizzazione”.


Manuel Zanarini

 

Un avvocato e troppi misteri

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