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Dubai: altro giro, altra bolla

Megalomania e speculazione:

la miscela avvelenata che sta

minando l’economia e il futuro

del più “in” degli Emirati arabi

È un’altra certezza che se ne va, la crisi che ha colpito “Dubai World” e che ha indotto la holding araba a chiedere la ristrutturazione del debito. Quello che è accaduto, infatti, non riguarda un singolo soggetto – sia pure ramificato come questo colosso che spazia in ambiti molto diversi, dall’edilizia alle banche, e dalla gestione dei porti a quella del Cirque du Soleil – ma l’intera categoria dei cosiddetti “fondi sovrani”. 

Finora si era creduto, si era preferito credere, che appartenendo agli Stati, e in particolare a degli Stati con un fortissimo surplus commerciale, fossero indenni dal rischio di insolvenza e di fallimento. Adesso si vede, si è costretti a vedere, che non è così: come ha dichiarato il 30 novembre scorso Abdulrahman Al-Saleh, direttore generale delle finanze dell’emirato, Dubai World e lo Stato di Dubai sono da ritenersi entità completamente distinte. E pertanto, «i creditori dovranno prendersi le loro responsabilità, per la loro decisione di prestare soldi alle compagnie. Il governo è il proprietario della compagnia, ma fin dalla sua fondazione è stato stabilito che la compagnia non è garantita del governo. Dubai World fa accordi con tutti e i suoi prestiti si basano sui suoi progetti, e non sulle garanzie del governo». 

Ma c’è dell’altro, in questa vicenda che sembra inventata a bella posta per concentrare in un unico caso i peggiori vizi dell’economia iperliberista. C’è la dimostrazione della follia di un intero modello di sviluppo, che è costruito su basi meramente speculative e che non tiene in nessun conto le esigenze delle popolazioni residenti. Quella che si sta realizzando a Dubai è l’apoteosi dello sfarzo innalzato ad archetipo. Il nulla del deserto travestito da avamposto del futuro, a colpi di grattacieli altissimi, di centri commerciali sterminati e di ogni possibile baraccone del divertimento, a cominciare dal delirante impianto di sci al coperto con 20 chilometri quadrati di piste. Il gigantismo della forma che nasconde la totale assenza di un’idea estetica originale e, ancora di più, di una concezione dell’uomo che abbia dignità di cultura, se non di religione, e che vada al di là del consumo e del lusso. Dubai è un inno, perverso, all’esibizionismo del denaro che celebra se stesso. Molta grandiosità, del genere posticcio che domina gli hotel e i casinò di Las Vegas. Nessuna vera grandezza.

 

Panoramica sul delirio

Tutto quello che segue è tratto pari pari dai siti Internet delle singole iniziative. Inutile parafrasare, di fronte a tanta chiarezza. E a tanta vanagloria. Inutile arringare quando il colpevole ha già confessato tutto menando gran vanto delle sue imprese – e non sapendo di essere sotto accusa. 

Mall of the Emirates: slogan, “lo shopping è solo l’inizio”. Descrizione: lo svago definitivo, lo spazio per l’intrattenimento e lo shopping aperto a settembre 2005. Strategicamente situato nel cuore della “Nuova Dubai”, questo centro da 223 mila metri quadrati offre una scelta completa di shopping, svago e intrattenimento. 

Ski Dubai: slogan, “un’indimenticabile esperienza di neve”. O anche: “the coolest thing to do in Dubai”, la cosa più fresca (e più attraente, alla moda – NdR) da fare a Dubai. Descrizione: è il primo impianto di sci nel Medio Oriente e offre un emozionante ambiente innevato per divertirsi con lo sci, lo snowboard, il toboga, o anche solo per giocare sulla neve. Giovani o vecchi, c’è qualcosa per ciascuno, dai principianti agli appassionati. Ski Dubai è un’attrazione unica, con la montagna come tema, che ti offre la possibilità di godere la neve vera a Dubai, per tutto l’anno. 

Burj Dubai: slogan, “Il più grande edificio del mondo”. Descrizione: Burj Dubai innalza orgogliosamente la testa del mondo verso il cielo, superando limiti e aspettative. Sorgendo armoniosamente dal deserto e onorando Dubai con una nuova luce. Burj Dubai è il cuore di Dubai e del suo popolo; il centro per il migliore shopping, cibo e intrattenimento e abitazione per l’élite del mondo.

Potremmo continuare. Con le isole a forma di palma e con l’arcipelago “The World” che raffigura il planisfero, con l’albergo subacqueo Hydropolis e con la Rotating Tower, col grande “Suk dell’oro” e col torneo di golf e la corsa ippica dal montepremi più alto del mondo. Potremmo continuare. Però non serve. 

 

Ops, è scoppiata la bolla

Quando Dubai World ha fatto sapere che avrebbe chiesto una moratoria di sei mesi sugli interessi, e una ristrutturazione del debito con le banche, i mercati internazionali sono andati in fibrillazione, come se si trattasse del più inaspettato degli eventi. Tutti a cadere dalle nuvole e a dirsi sorpresi – sorpresi ed allarmati – da ciò che era successo. Tutti a temere una reazione a catena che si trasmettesse anche a chi non era direttamente coinvolto, fino a investire l’intero sistema finanziario e a metterne a rischio la solidità. O addirittura la sopravvivenza. 

Una reazione analoga, guarda caso, a quella che si era manifestata meno di due anni fa davanti al crollo dei derivati di Borsa. Allora, come adesso, gli operatori disponevano di tutte le informazioni necessarie a prevedere ciò che sarebbe accaduto. In entrambe le occasioni, infatti, lo scoppio della bolla immobiliare ha preceduto di diversi mesi le sue ripercussioni sui conti delle singole società. I subprime erano in caduta libera già da un pezzo, prima che le banche e i fondi di investimento fossero costretti a registrarne le perdite. Le quotazioni immobiliari a Dubai avevano perso il 50% del loro valore da mesi e mesi, prima che la holding di Stato ufficializzasse la propria insolvenza.

Fatte salve le ben diverse dimensioni dell’impasse, la logica – si fa per dire – è la stessa. Fare finta di nulla. Andare avanti comunque. Cullarsi nell’illusione che le difficoltà si dissolvano da sole, in un modo o nell’altro. Nel caso di Dubai World la scusa, come abbiamo già accennato in apertura, era la convinzione che il governo dell’Emirato avrebbe coperto qualsiasi perdita e garantito qualunque debito. Risibile: figurarsi se un aspetto tanto importante può essere lasciato nel novero degli auspici e delle aspettative non verificate. Le stesse banche che spaccano il capello in quattro per concedere alle famiglie un mutuo per l‘acquisto della prima casa o per finanziare ai piccoli imprenditori una modesta ristrutturazione aziendale, omettono di assicurarsi esplicitamente, e contrattualmente, che i loro crediti da miliardi di dollari siano coperti non solo dal patrimonio societario ma da quello dell’intero Emirato. 

Risibile. Ma anche vero, per quanto avventato. Pur di mettere le mani sugli interessi, infatti, i banchieri che hanno prestato cifre ingentissime a Dubai World sono stati ben lieti di sorvolare su tutto quello che poteva ostacolare le trattative e compromettere un affare così remunerativo. Come hanno prontamente puntualizzato le autorità locali, con una tranquillità disarmante e al limite del sarcasmo, se i finanziamenti avessero avuto come destinatario lo Stato i tassi di interesse sarebbero risultati molto inferiori a quelli effettivamente praticati. Lo scarto tra un bond pubblico e un’obbligazione privata è dovuto appunto a questo: che il primo non presenta nessun rischio, a meno che si arrivi al default dell’intera nazione; mentre il secondo implica sempre qualche margine di incertezza, e pertanto viene concesso a condizioni più onerose. Nozioni elementari da studentello di ragioneria. Ma come si dice non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. E questi attacchi di improvvisa sordità il management finanziario ce li ha spesso. Tutte le volte che gli fa comodo, in effetti.

 

Il futuro di Dubai

La domanda fondamentale, a quanto pare, non se l’è fatta nessuno: terminata la fase della costruzione degli edifici, delle isole artificiali, dei parchi a tema e di quant’altro sarà stato partorito dal fervore dei progettisti (e degli speculatori), quale sarà il numero minimo di abitanti e di visitatori necessario a tenere in piedi – e a far sembrare vivo – questo immenso ipermercato truccato da città? La questione è essenziale. Il fascino di Dubai, la sua stessa ragion d’essere, poggia sull’apparire una meta ambita da tutti. Un concentrato di lusso e di alta tecnologia in cui solo una minoranza può abitare stabilmente ma che innumerevoli altri desiderano visitare. Il messaggio è che venire qui è “trendy”: un privilegio che stabilisce una linea di demarcazione tra chi se l’è potuto permettere e chi ne è rimasto escluso. Il meccanismo, ben noto, è quello del successo che si alimenta da sé, in una spirale di autoreferenzialità che finisce col rendere secondaria, o tout court irrilevante, la valutazione del prodotto in quanto tale. Esattamente la stessa logica dei best seller editoriali, dei blockbuster cinematografici, o di ogni altra creatura della comunicazione di massa che assurga a fenomeno: il principale motivo di richiamo non è nel loro valore intrinseco ma nel gran numero di persone che riescono ad attirare nella fase di lancio; dopodiché, superata una certa soglia, accodarsi alla massa giubilante diventa pressoché obbligatorio. Quella che inizialmente era solo una scelta individuale, che si poteva ignorare senza imbarazzi, si trasforma in un cardine dell’immaginario collettivo, al quale non ci si può sottrarre se non a pena di una sorta di isolamento. Ma come, non hai letto Il codice Da Vinci? Oddio: non hai visto Salvate il soldato Ryan? Davvero non-sei-su-Facebook? E come mai?

La differenza, ovvia, è che i libri, i film, gli spettacoli di ogni tipo e le mode di ogni natura (dal charleston all’hula-hoop, dai pantaloni a zampa di elefante a Second Life) hanno un ciclo di vita limitato che si esaurisce sull’arco di pochi mesi. O tutt’al più, nei casi di eccezionale persistenza, nel giro di qualche anno. Poi, senza troppi problemi né per i produttori né per gli acquirenti, si passa a qualcos’altro e si ricomincia daccapo. Obsolescenza programmata, si potrebbe dire. I “macchinari” della Fabbrica della Fantasia sono destinati a una sostituzione continua. La passione si stempera nel ricordo, come un amore che è finito senza traumi. Come un amore, o un flirt, che ha lasciato il posto a un altro: il vuoto non pesa, quando lo si può riempire immediatamente. 

Ma Dubai? Certamente la si potrà aggiornare con una certa assiduità, aggiungendo nuove mirabilie a quelle già esistenti, ma non è che la si potrà ripensare, e reinventare, ad anni alterni. Soprattutto, non si potrà rinnovare all’infinito l’impressione di novità che la rende appetibile in questa fase iniziale della sua esistenza. A maggior ragione, poi, se questo suo smisurato “set” non sarà costantemente attraversato da un numero sufficiente di attori e di comparse. I colossal hanno bisogno di scene di massa. Gli spazi enormi esaltano le folle, se le folle sono immense e riescono a colmarne la vastità. Oppure le deprimono, se gli spazi vuoti prevalgono su quelli pieni. 

Il futuro di Dubai è dunque legato a un filo. Quello della sua capacità, tutta da verificare, di imporsi non solo come una curiosità momentanea ma come un’attrazione permanente. Un luogo in cui vale la pena di recarsi una prima volta e di tornarci in seguito, o addirittura di comprarvi un’abitazione e di farne una seconda casa. È una scommessa quanto mai azzardata: Dubai non ha da offrire nient’altro che la sua opulenza, compiaciuta e maniacale. Per chi se la può davvero permettere, come i super ricchi, rischia di esaurire in fretta il suo appeal e di diventare monotona. Per chi la rimira dal basso del suo reddito più o meno limitato è uno sfizio una tantum, in cui l’eccitazione della scoperta può facilmente risolversi nella frustrazione di non poter accedere agli angoli più esclusivi e al lusso più sfrenato. Due pubblici instabili, insomma. Che ci vuole uno sforzo enorme per aggregare. Ma che basta  un nonnulla per disperdere. 

 

Federico Zamboni

Il 2010 del Ribelle

Intervista ad Alain De Benoist: "Nostalgia del futuro"