Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Musica: Le ragioni del vagabondo

Tom Waits: 60 anni compiuti 

il 7 dicembre. Gli eccessi sono

alle spalle. La volontà di fare

a modo suo è ancora indomita

Lo dice la parola stessa, vero? Il vagabondo è uno che vaga di qua e di là. Non  sa stare fermo. Non pensa molto al futuro. Non sa cosa fare di sé e della sua vita. Trova un lavoro e lo lascia. Trova una donna e la perde. Odia le abitudini, queste scatole impilate con cura in cui non c’è mai nulla di nuovo. Ama le sorprese: un bagliore improvviso che si accende e che richiama l’attenzione, come se il destino ti stesse facendo un cenno e ti strizzasse l’occhio senza aggiungere nulla, per vedere se sei abbastanza sveglio per capire. E per afferrare al volo il messaggio.

Tom Waits appartiene in pieno alla categoria. È un veterano, in effetti. Se portasse sul petto i nastrini di ogni “campagna” di sbornie e di eccessi alla quale ha partecipato, mostrando il dovuto sprezzo del pericolo (e della morale corrente), le sue giacche trasandate risalterebbero come le giubbe di un generale. Il comandante Waits potrebbe passare in rassegna i giovani coscritti, allora, e fermarsi un momento a guardarli in faccia – tutti e nessuno, ma specialmente quelli che con ogni probabilità non sono davvero tagliati per questo tipo di guerre – e domandarglielo senza mezzi termini, con quella sua voce aspra e frastagliata come le rocce scavate dal vento del deserto: siete proprio sicuri, ragazzi? Sicuri di voler vivere per sempre fuori dalle regole? O siete solo curiosi? Pensateci bene. Non è un singolo week-end di trasgressione lontano dalla famiglia e dalla vostra solita vita. È una missione che non finisce mai.

Niente nastrini, invece. Niente reclute schierate e niente discorsi espliciti. Il generale Waits nasconde i suoi gradi e lascia che siano gli altri a farsi carico del compito di riconoscerlo. 

E, eventualmente, di avvicinarlo. Anche se adesso è molto più noto di un tempo, e i suoi trascorsi turbolenti sono ormai rubricati come intemperanze giovanili, le difficoltà sono rimaste più o meno le stesse. Tom Waits incide dischi e suona dal vivo, ma non si sbraccia per vendere una copia o un biglietto in più. 

Fa il suo lavoro con onestà e passione, e gli sembra abbastanza. 

Che il risultato non sia adatto a tutti lo sapeva fin dall’inizio: non è con una voce e una musica come le sue, che si possono soddisfare le esigenze di chi vuole solo un po’ di svago in attesa di riprendere il tran-tran. Questo qui è whisky per accendere il cuore, non per spegnere il cervello. Ci sono già il pop e la tivù, per addormentarsi a occhi aperti. E gli psicofarmaci per annullarsi del tutto.

 

Keep out, stupid

È diventato lunghissimo, il viaggio a fianco (o sulle tracce) di Tom Waits. Lui ha compiuto sessant’anni il 7 dicembre scorso. La sua “carriera”, cominciata ufficialmente nel 1973 con “Closing Time”, è prossima ai quattro decenni, che nel suo caso non costituiscono nessun traguardo ma un dato di fatto. Una semplice circostanza. Chi non pianifica il percorso non può avere traguardi. E non avverte alcun bisogno di festeggiamenti a posteriori: men che meno delle medagliette da quattro soldi distribuite dall’industria dello spettacolo a chiunque, in un modo o nell’altro, abbia contribuito a movimentare il mercato e a diffondere, quand’anche senza volerlo, l’idea che la risposta a tutto sia nello show.

“Questo qui è whisky per accendere 
il cuore, non per spegnere il cervello. 
Ci sono già il pop e la tivù,
per addormentarsi a occhi aperti.
E gli psicofarmaci per annullarsi del tutto.”

«Siamo sepolti sotto il peso delle informazioni, che vengono confuse con la conoscenza. La quantità è scambiata con l’abbondanza e la ricchezza con la felicità. Il cane di Leona Helmsley ha guadagnato 12 milioni di dollari l’anno scorso… e Dean McLaine, un contadino dell’Ohio, ne ha portati a casa 30.000. È  una versione colossale della pazzia che germoglia nei nostri cervelli, senza eccezioni. Siamo scimmie armate e piene di soldi.»

Potrebbe essere una piccola regola da tenere a mente: più una cosa sembra accattivante e più è sospetta. Ciò che è gradevole al colpo d’occhio, a meno che non sia frutto della natura o del caso, è quasi sempre qualcosa che hanno intenzione di venderti. Dicevamo degli psicofarmaci: nomi fantasiosi che suonano bene; colori vivaci che ricordano le caramelle. 

 

È  una versione colossale della
pazzia che germoglia nei nostri 
cervelli, senza eccezioni. Siamo scimmie armate e piene di soldi.”
“È  una versione colossale dellapazzia che germoglia nei nostri cervelli, senza eccezioni. Siamo scimmie armate e piene di soldi.”

 

Sia benedetta la voce rugosa di Tom Waits, perciò. Serve a tenere a distanza chi si ferma alla prima impressione. Serve a far capire che dentro certe canzoni non si entra come in un centro commerciale pieno di vetrine sfavillanti e di commesse carine e servizievoli. Dentro certe canzoni si entra come viandanti che scorgono un riparo in una notte di tempesta. Vedono una luce lontana e si avvicinano. Sperano che la porta sia aperta. 

 

Racconta, Tom 

L’ultimo album è uscito a fine novembre. Si chiama “Glitter and Doom”, che Gino Castaldo ha efficacemente tradotto come “Lustrini e rovina”, ed è un live registrato nel corso del tour 2008 che si è fermato a lungo in Europa e che ha toccato anche l’Italia. All’interno ci sono due cd: il primo è il concerto che ti aspetti. Il secondo è una mossa imprevedibile, ma tutt’altro che pretestuosa: una sorta di doppiofondo riempito di sole parole, che riunisce gli intermezzi verbali in cui Tom interrompe il concerto (il concerto, non la performance) e si mette a parlare. 

Non proprio dei racconti, con dei personaggi e una storia che si snoda – e che si spiega. Carrellate veloci, e allo stesso tempo pigre, su certi aspetti della realtà che per lo più non interessano a nessuno. 

Osservazioni da vagabondo che non ha fretta e che, quindi, può permettersi di contemplare le cose e le persone a prescindere dall’equazione standard per cui quello che non ci tocca direttamente non ci riguarda e non merita nessun approfondimento. 

Quasi degli apologhi, ma col dubbio che non lo siano. Spezzoni di vita quotidiana raccolti lungo la strada, come oggetti buttati via, o perduti, ruzzolati ai bordi della carreggiata. Difficile dire con certezza se potranno venire utili, in seguito. Ma intanto li tiri su e te li metti in tasca. O nello zaino. 

«Benissimo... adesso chiacchieriamo un po’. Okay, uhm, questa è davvero strana. 

Sapete, gli avvoltoi, io ne ho visti un mucchio da quando ho attraversato il confine del Texas, un mucchio di avvoltoi. La cosa interessante riguardo agli avvoltoi è che, beh, la ragione per cui passano tanto tempo in aria è che sono così leggeri perché mangiano così di rado. Siccome sono tutti piume, tu ne vedi volteggiare uno e pensi “Probabilmente tra un po’ atterrerà e mangerà”, e quello invece si sta chiedendo “Come cazzo faccio a scendere laggiù?”. 

Ora, ecco la parte triste, immaginati di essere nella stessa situazione. Dopo aver mangiato, e obiettivamente la maggior parte degli avvoltoi che vengono feriti, stando al Soccorso Aviario... la maggior parte degli avvoltoi che vengono feriti sono feriti mentre mangiano. 

Ecco la cosa triste... essere colpiti da un’auto mentre stai mangiando; ma il problema è che una volta che sono atterrati e che si sono rimpinzati – loro mangiano così tanto perché mangiano così di rado – sono talmente pieni che non possono alzarsi in volo senza vomitare. Lo so, è dura... che razza di scelta, sapete, ti sei appena fatto una gran mangiata e ti tocca vomitare tutta quella dannata roba solo per tornare di nuovo su nel cielo. Io penso a questo, tutte le volte che passo un momento difficile».

Cose così. Cose che non andrebbero lette ma solo ascoltate. Ascoltate sul momento, mentre vengono dette. Mentre accadono e, accadendo, ci ricordano che molto prima dell’arte da impacchettare e da vendere c’è un’arte che si annida nel vivere e che va scoperta per conto proprio. Vagabondaggi senza pretese e senza copyright, ma in cui niente è stabilito a priori. Il mondo non è solo un fondale. Nessuno, se ha cuore e cervello, è solo una comparsa. 

 

Federico Zamboni

Stato quotidiano

Il film: Arriba parias de la tierra