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Cinema: Alessandro il massone

“L’uomo che volle farsi re”. Due autentici ribelli in una terra di ribellione allora e ancora di più oggi: il Kafiristan. Dove i Kalash resistono a tutto, all’Occidente e all’Islam.

 

Alessandro il Grande un massone, se non il fondatore della massoneria, è la tesi sostenuta nel film, tratto da un’opera di Kipling, “L’uomo che volle farsi re”, spettacolare pellicola d’avventura di John Huston, interpretata da due giganti dello schermo: Sean Connery e Michael Caine, affiancati da Christopher Plummer nel ruolo di Kipling stesso.

Forse dire tesi è eccessivo, chiamiamolo piuttosto escamotage narrativo, col quale Kipling, e per conseguenza Huston, giustifica la storia di due veterani dell’esercito britannico che si mettono in marcia verso il remoto Kafiristan per divenirne i re. L’essere massoni è la chiave grazie alla quale i due entrano in contatto con Kipling, personaggio egli stesso del film, che successivamente ne raccoglierà le vicende.

C’è tutto in questa storia: il cantore dell’Impero Britannico, luoghi esotici (ma tristemente tornati alla ribalta della cronaca) avventura e un popolo misterioso, emerso dalle nebbie del tempo, che si ritiene discendente di Alessandro Magno, che Kipling pretende addirittura come fondatore della massoneria. Sì, ci sono tutti gli ingredienti dell’avventura e sono magistralmente filmati, ma forse sono fin troppi e in effetti Kipling ha un po’ esagerato stavolta.

Megalexandros, divenuto Sikander per gli indigeni del Kafiristan, fondatore della massoneria, è decisamente un po’ troppo. Anche se Kipling vuole cercare di nobilitare al massimo l’organizzazione cui appartiene, ebbene questa nulla ha a che vedere con il macedone: la massoneria, infatti, affonda le sue radici nella costruzione delle grandi cattedrali medievali o, al massimo, volendone accettare il mito, nella fondazione del tempio di Salomone, radici bibliche che nulla hanno a che spartire con il paganesimo ellenico di Alessandro e dei “kafiri”, letteralmente “infedeli”.

Dove, invece, non esagera, è nell’immaginarsi quel popolo, perso oltre le mitiche montagne dell’Hindu Kush, fra Pakistan e Afghanistan, che si vuole erede di Sikander e che ancora pratica antichi riti, pagani e dionisiaci, pur stretto nella morsa del monoteismo islamico: i Kalash del Kafiristan esistono ancora. Più dei due veterani sono proprio i Kalash, archeologia antropologica vivente, i veri ribelli mostrati dalla pellicola. Popolo dimenticato che ha dovuto subire gli assalti dei gesuiti, prima, e dell’Islam, poi, che hanno distrutto i loro “idoli” di legno: delle centinaia che erano, infatti, solo una coppia di idoli risulta essere rimasta, ma l’assalto continua e solo la sempre più povera Grecia sostiene la nazione Kalash.

Ancora oggi questa popolazione, la cui cultura si fonda sulla vite e sul vino, continua a subire tentativi di islamizzazione e vi sono rinnovati tentativi di cristianizzazione evangelica, sostenuti questi ultimi dalla presenza statunitense in zona. Questa cultura pagana, tradizionalmente aperta e tollerante, si è dovuta chiudere in se stessa fino ad arrivare al punto di dover espellere dalla comunità tutti coloro che dalla religione tradizionale si convertono ai nuovi monoteismi. Fatto, questo, che potrebbe far inorridire i cultori della società multiculturale e multietnica, ma è l’unico modo rimasto alle culture tradizionali per difendersi quando vengono assaltate da culture invasive che utilizzano la tolleranza e la multiculturalità per imporre la propria “monocultura”, per passare, una volta infiltratisi grazie alle aperture altrui, all’emarginazione della cultura più antica fino alla vera e propria persecuzione della stessa. L’apertura indiscriminata alla multiculturalità può portare alla fine della stessa: può apparire contraddittorio ma è esattamente quanto accaduto in Europa e in quelle regioni dell’Asia.

Kipling e Huston hanno quindi preso questo antico e misterioso popolo, erede dei grandi regni Indoellenistici, dove Dioniso e il Kamasastra si incontravano in splendide opere d’arte, oggi purtoppo in gran parte distrutte, per raccontare una avvincente storia di avventura e si può loro, in fondo, perdonare se hanno fatto di Alessandro un massone e reso i Kalash molto più “orientali” di quanto fossero: come tratti somatici e colori sono molto più vicini all’Europa di molti altri popoli.

In fondo Kipling, non va dimenticato, è uomo della sua epoca e, come cantore dell’Impero, è convinto della missione civilizzatrice dell’occidente con la quale giustifica l’espansionismo britannico, accettabile per un uomo del XIX secolo ma inaccettabile per noi, anche se l’esportazione della “civiltà” ha avuto qualche ricaduta positiva per i popoli che hanno subito l’imperialismo coloniale al contrario di quanto sta accadendo con l’attuale esportazione della democrazia.

Se i veri ribelli del film sono i Kalash, anche i due veterani dell’esercito britannico non scherzano: rifiutano, dopo essere stati i pilastri fondatori dell’Impero, di essere risucchiati nell’anonimato di sfruttamento cui, coloro che da comode poltrone della City hanno tratto vantaggio dal loro sacrificio, vorrebbero condannarli. Il parallelismo con i soldati che combattono le “missioni di pace” in Afghanistan e Iraq è immediato, non saranno certo loro, salvo un misero soprassoldo, a trarre vantaggio dalle, fallimentari, operazioni militari in corso.

Talvolta però è anche giusto lasciarsi andare all’avventura senza troppi scrupoli moralistici, quell’avventura che era ancora possibile nell’India di Kipling, o forse neppure più in quella. Infatti in una scena viene descritta come “un grande paese finché non sono arrivati i burocrati a rovinare tutto”. I burocrati assassini della fantasia e dell’avventura: i due veterani devono avventurarsi oltre l’Hindu Kush, inviolato dai tempi di Alessandro, per essere Dei discendenti del macedone e diventare re.

Re grazie al ciondolo massonico che Kipling regala ad uno di loro ed usa come escamotage narrativo, ma l’essere divenuti Dei grazie a questo, o meglio l’essersi pretesi Dei, li porterà all’inevitabile perdizione. L’avidità metterà in crisi l’amicizia e l’essere onorati come Dei finisce per far loro credere alla propria stessa propaganda, e in questo, come in altri aspetti, Kipling prima e Huston poi riescono a ben sondare le profondità dell’animo umano: fattore fondamentale e troppo spesso dimenticato per l’interpretazione dell’esistenza e della società.

I due veterani sono personaggi borderline, due emarginati che rifiutano la società in cui vivono ed il ruolo cui vorrebbe costringerli, ma l’avventura la cercano non come senso di rivalsa, ma perché è la linea conduttrice di tutta una vita, fuori dagli schemi morali o moralistici di tutte le epoche. Significativa in tal senso è la scena in cui, bloccati fra i ghiacci, credendosi perduti si domandano se le loro vite non siano state sprecate, ma hanno pronta risposta quando, pur ammettendo che nessuno li piangerà e che non hanno mai avuto giornate memorabili, dichiarano che non scambierebbero la loro vita con quella del Vicerè: perché pochi uomini hanno visto quello che loro hanno visto e sono stati nei luoghi dove loro sono stati.

Due strampalati veterani contro ogni schema sociale di regime, anche se sono stati funzionali ai disegni del potere, ma hanno la forza di rivoltare la situazione e trasformare i disegni del potere come funzionali ai loro perchè hanno loro permesso di vivere ogni avventura fino a farli diventare re e Dei. Oggi non sembra più possibile piegare i disegni del potere ai propri, l’avventura è impossibile e chiusa da pregiudiziali moralistiche, salvo la superficialità adrenalinica del business degli sport estremi, ma la via dei Kalash è ancor aperta, non si può più pretendere di diventarne i re ma si può provare a lottare affinché continuino a esistere, andando contro gli opposti interessi geopolitici occidentali e islamici della zona e scegliere la via della Tradizione della “terra degli infedeli”: il Kafiristan. 

 

Ferdinando Menconi

 

Per saperne di più sui Kalash

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=28691

Il Veleno del Ribelle - Ottobre 2010

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