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Inchiesta: Capitale corrotta, Italia infetta

Nel novembre del 1980, quando la Lega era di là da venire, scrissi per Il Settimanale un'inchiesta che aveva come titolo di copertina "Via da Roma la capitale" e nelle pagine interne "La capitale sbagliata". Perché ripubblico, a distanza di trent'anni, quell'inchiesta? Perché tutti gli elementi di debolezza, strutturali, ambientali, psicologici, che individuavo allora in Roma capitale e che erano stati una palla al piede per lo sviluppo del Paese, non solo sono rimasti tali e quali ma si sono enormemente accentuati. Ed è bene ricordarlo in questi giorni e mesi in cui siamo sommersi dall'asfissiante retorica che accompagna l'avvicinarsi del 150° anniversario dell'Unità d'Italia e che ha come corollario, per nulla incidentale e innocente, l'intangibilità di Roma come capitale del Paese.

Quando nel 1861 gli uomini del generale Cadorna fecero irruzione per la breccia di Porta Pia, Roma era già parassitaria e clientelare, la classica città "che consuma e non produce". Lo era da sempre. Solo che allora aveva 200 mila abitanti, oggi ne ha quasi tre milioni. Roma è solo geograficamente equidistante e baricentrica, in realtà è molto più meridionale di molte città del Sud (Catania, Bari, Lecce per esempio), oserei dire che è quasi una città mediorientale, e del meridionalismo ha assorbito, come una cozza, il peggio: la totale mancanza di qualsivoglia senso dello Stato accompagnata però dalla contraddittoria pretesa che sia questo Stato inesistente a risolvere i nostri problemi. E questa mentalità Roma l'ha poi trasmessa all'intero Paese. Di suo poi Roma ci ha messo il tradizionale millenarismo cattolico coniugato con la convinzione, che è tipica dei romani ed è dovuta alla sua lunga storia, che nulla mai cambierà. E che anzi è bene che nulla cambi visto che, nonostante tutto, Roma è rimasta "caput mundi". Di qui quel senso di impunità che si è poi trasmesso, come abbiamo occasione di constatare ogni giorno, alle classe dirigenti, che a Roma vivono o da Roma, comunque, comandano. E questa inerzia, questa passività si sono trasferite, come una metastasi all'Italia intera, i cui cittadini accettano ormai senza reagire, senza nemmeno fiatare, ogni sorta di abusi, di soprusi, di violenze, da parte del Potere, romano o locale che sia. Infine Roma, a partire dalla fine degli anni Sessanta, ha accentrato tutto in sé e su di sé, emarginando di fatto le altre realtà del Paese: oltre al tradizionale potere politico-amministrativo, quello culturale, quello dell'informazione attraverso quel ganglio fondamentale che è la Televisione, quello economico, finanziario e persino industriale. Le fabbriche stanno altrove ma la testa sta a Roma.

Roma corrompe. Col suo clima, con la sua dolcezza, i suoi cieli, le sue ottobrate, il suo ocra, la sua vita "easy", le sue belle donne che, come sempre, seguono il potere. Per chi, come noi, ha una visione antimodernista del mondo e della vita, questo potrebbe apparire, ad un primo impatto, un bene. Il fatto è però che il particolare modo d'essere di Roma, trasmessosi poi per ogni dove, ha reso l'Italia un Paese che non è Moderno senza per ciò essere Antimoderno. Un ibrido, un mostruoso Ircocervo che ha tutti gli svantaggi della Modernità e dell'Antimodernità, senza i vantaggi né dell'una né dell'altra. 

 

Massimo Fini

 

 

«Roma sarebbe

una delle città

più attraenti del mondo

se non svolgesse

una funzione

che non è la sua»

(Guido Piovene)

 

Il viaggiatore che senza sapere, per avventura o per ipotesi, in che luogo del mondo si trovi, scendesse, superata la Cassia, attraverso l'interminabile campagna laziale, abbioccante, sonnolenta, torpida e solitaria ("La mirabile solitudine della campagna romana" scrive Stendhal, popolata da pecore più che da uomini, disegnata dalle forre più che dalle coltivazioni, difficilmente potrebbe immaginare o supporre, al fondo di quella strada, l'esistenza di Roma. Roma con i suoi tre milioni e mezzo di abitanti. Roma capitale di un Paese che, bene o male, resta fra i primi dieci industrializzati del mondo.

Roma è, per il viaggiatore, un violento pugno nello stomaco. Nulla, fin quasi al raccordo anulare, la segnala o la preannuncia. Poi, quasi d'improvviso, ci si trova davanti a questa escrescenza con le sue enormi e degradate periferie, la sua inaffondabile sporcizia, il suo tono mediorientale o, addirittura, asiatico. Roma, come capitale, è un fatto quasi unico nel mondo occidentale. Come Londra, Parigi, Vienna, Roma è capitale a tutti gli effetti, è cioè la città più importante del Paese, ma a differenza di Londra, di Parigi, della stessa Vienna, non ha nessuna dimensione e nessun entroterra industriale. Come Bonn, Washington, Brasilia, Canberra, Roma centra le funzioni politico amministrative ed è la tipica città che "consuma e non produce", ma a differenza di quelle che sono città dalle dimensioni e popolazione ridotte, si avvicina pericolosamente ai 4 milioni di abitanti.... basterebbero queste caratteristiche fisiche di Roma a legittimare (ammesso che ci sia bisogno di legittimazione) le domande che ci siamo posti con questa inchiesta. È Roma, la Roma di oggi, una capitale funzionale per l'Italia? Che cosa ha significato la scelta di Roma capitale per la nostra storia, soprattutto recente? E in che misura Roma, il suo particolare modo di essere, il suo millenarismo, sono responsabili dello sfacelo, della sempre più preoccupante arretratezza, del progressivo distacco dall'Europa, del nostro Paese? Sarebbe utile togliere la capitale a Roma? E sarebbe possibile? Quali le conseguenze? E dove trasferirla? E non si può e non si deve, almeno, ridurne, limitarne il pauroso accentramento di funzioni? 

Antonello Trombadori dice che queste sono domande che si possono sentire solo in Italia e sottointende con ciò che sono domande provinciali e fuori dal tempo. Può darsi che sia così. Ma potrebbe anche essere vero il contrario e cioè che queste domande si pongono solo in Italia perché Roma, a differenza di Londra, di Parigi, di Vienna, di Bonn, dell'Aia, di Berna, di Washington, di Canberra, è un problema per l'Italia, un problema vero, autentico e non dei minori, ma, forse, il più grave e decisivo. 

 

La storia di Roma Capitale

Roma capitale ci appare oggi cosa naturale, scontata, ovvia, da non ritornarci più su. Ma non era affatto ovvia nel 1861 quando si trattò di scegliere. Roma allora, con i suoi duecentomila abitanti e, soprattutto, con le sue strutture arcaiche, era poco più di un villaggio, rispetto a Napoli che era quattro volte maggiore, a Torino e Milano che erano il doppio. Di Napoli, di Milano, di Firenze non aveva la vivacità culturale, di Torino non aveva la tradizione amministrativa. Non aveva una classe dirigente. Era anzi, nell'Italia delle "cento città", la più arretrata di tutte. Eppure fu scelta. Perché? Fu una decisione puramente di testa, intellettuale, carica di retorica ottocentesca, dei nostri "padri fondatori". Spiega lo storico Alberto Caracciolo, autore del più importante libro su Roma capitale (Roma capitale, editori riuniti): «Roma, allora, per la sua tradizione, era un simbolo universale. Poteva rappresentare un elemento unificante per il neonato Stato Italiano che ne aveva estremo bisogno. Inoltre Roma capitale era un modo per liquidare una volta per tutte la "questione vaticana"». Dice Piero Bassetti, intellettuale, industriale, oltre che deputato della Democrazia Cristiana: «Si volle qualificare lo Stato nazionale agganciandolo alla tradizione imperiale e vaticana di Roma. C'è da dire che Roma ha ben ripagato quella generosa illusione. Roma infatti è la città che ha distrutto lo Stato nazionale». 

Inoltre i nostri "padri fondatori" si ponevano già allora, a metà dell'800, il problema della megalopoli, del gigantismo, della "città assorbente" come si diceva a quei tempi. Non volevano riprodurre gli esempi di Londra e di Parigi che avevano sotto gli occhi. Scelsero quindi Roma anche e proprio a cagione della sua "debolezza", pensando che in questo modo la capitale non avrebbe sopraffatto le altre città italiane. In questa scelta della "città debole" (soprattutto debole produttivamente) giocavano anche motivi meno nobili pur se ugualmente lungimiranti. Dice il sociologo Franco Ferrarotti: «Nigra, per esempio, aveva una paura birbona che si potesse riprodurre in Italia la vicenda della Comune di Parigi. E una capitale senza retroterra industriale era quello che ci voleva per allontanare quel fantasma».

Ma, in generale, si può dire che la scelta della classe dirigente di allora fu un atto di coraggio, una nobile decisione. La classe dirigente piemontese scelse infatti di svuotare Torino a favore di Roma, accettò, in nome di un bene superiore, di trasferirsi fisicamente in una città che non le era per niente congeniale (oggi con la classe politica che ci ritroviamo, una decisione, spontanea, in senso inverso non è neanche pensabile). «Ed in effetti» dice Caracciolo «fu una scelta che, almeno inizialmente, pagò. Roma ebbe, i primi anni, una funzione aggregante e facilitò i primi passi dello Stato italiano, anche nei confronti dell'estero».

Ma Roma aveva già allora delle caratteristiche strutturali, ambientali e psicologiche che, sia pure a distanza di molti anni, (il nodo di Roma capitale viene al pettine, come vedremo, soprattutto negli ultimi quindici anni) dovevano rivelarsi deleteri per la vita dell'intero Paese. 

Roma, quando fu conquistata nel '70 dalle truppe del generale Cadorna, era già una città parassitaria, una città che "consuma e non produce". «Roma» dice Caracciolo «vive solo di elemosine, di prebende, di espedienti. Il regime pontificio aveva portato clientes, prostituzione, mendicità. Per ogni cardinale c'erano mille persone che gli giravano attorno. Ed ogni nuovo Papa trascinava con sé decine di migliaia di persone». «Quello in cui entrarono i Savoia» dice Vittorio Olcese, deputato repubblicano, «era la peggior Roma, era la Roma del Belli non quella di Leone X» (cioè quella del Rinascimento o anche del periodo barocco). Era una città in piena decadenza, circondata dalle paludi e dalla malaria, profondamente corrotta. 

Debross, presidente del tribunale di Lione, descrive in modo magistrale il sistema di impunità che esisteva a Roma: «bastava mettersi sotto la protezione di una corporazione, di un collegio, di un convento, di una chiesa, di una casa principesca, per goderne. In questo modo migliaia di persone erano in pratica autorizzate a delinquere. E direi che questo senso di impunità si è conservato fino ai nostri giorni e si è trasmesso nella classe politica italiana, democristiana ma non solo democristiana».

Roma era solo apparentemente equidistante e bicentrica, in realtà gravitava molto di più nell'orbita meridionale. «Alcuni uomini della Destra» dice Bassetti «avevano previsto, con una lucidità impressionante, che, col trasferimento della capitale a Roma, la mentalità meridionale si sarebbe impadronita dei meccanismi dello Stato e lo avrebbe distrutto. Perché la concezione del potere meridionale è la negazione dello Stato. È platonica, tomista. Lo Stato è un Ente, non è uno strumento né un servizio».

Roma non aveva, come si è accennato, un retroterra industriale e, in cento anni, non se l'è creato. Non ha mai raggiunto una dimensione, anche parzialmente, produttiva. Non è, questa, tutta responsabilità sua. Vi ha giocato, come nota giustamente Trombadori, il fatto che, come tutto il Meridione, Roma ha subito, per molto tempo, la colonizzazione del Nord. Resta però il dato, incontrovertibile, che Roma ha visto aumentare in modo mostruoso il suo terziario.

Infine Roma capitale (e non poteva essere diversamente) ha subito in modo pesante la presenza del Vaticano. In due sensi. Il primo è quello di cui parla lo storico Caracciolo: «La presenza del Vaticano si inserisce in questa vocazione parassitaria di Roma. Il sistema bancario del Vaticano, ed il Banco di Roma è il caso tipico, dà forza ad un settore terziario spurio, si dedica soprattutto ad operazioni di speculazione, di intermediazione, di rendita. Ed è inevitabile che sia così, perché quelle banche rappresentano una potenza che non è né moderna né tecnologica». Il secondo senso è più sottile e decisivo. E riguarda la mentalità, la psicologica, la profonda, se si vuole, ma millenaristica intelligenza cattolica che permea di sé Roma, ogni sua fibra, ogni suo ambiente, qualsiasi bandiera politica batta, e ne fa una città, come vedremo meglio più avanti, che è l'antitesi di una concezione moderna dello Stato. 

 

La Roma di oggi

Queste "qualità" della Roma del 1870 si ritrovano, ingigantite, moltiplicate per cento o per mille, nella Roma del 1980 e le impediscono di funzionare come città e come capitale, o meglio la fanno funzionare in un modo tutto suo. Questa almeno è l'opinione della stragrande maggioranza delle persone che abbiamo sentito per questa inchiesta. Vediamone alcune.

Umberto Dragone, vicepresidente delle Cooperative, milanese, pendola fra Roma e Milano. «Roma è una città meridionale, forse la più meridionale d'Italia. Si è trasfusa in Roma tutta la cultura napoletana, crociana, questo hegelismo minore che fa dello Stato il perno di tutto. Col paradosso però che lo Stato è fine a se stesso, serve unicamente ad autoperpetrarsi. Lo stesso fenomeno abnorme della partitocrazia, del partito totalizzante, deriva in parte da questa cultura. E, in parte, dall'assenza, in Roma, dell'industria. Nell'amministrazione Roma ha messo il suo peggio, il suo modo di concepire i rapporti sociali, il suo burocratismo. È una città incapace di governare il suo traffico urbano, in cui mancano i trasporti pubblici, che è tremendamente sporca. Questi problemi sembrano irrisolvibili a Roma, e di fronte ad essi la giunta rossa fa quello che faceva quella democristiana: alza le braccia al cielo. Roma è una sorta di incrocio fra Bisanzio e Napoli. È incapace di governare se stessa e, a maggior ragione, è incapace di governare realmente il Paese».

Massimo De Carolis, deputato democristiano, milanese: «Sembra anche a me che Roma non sia adatta a fare la capitale di un Paese moderno. Mi pare che sposti il baricentro italiano un po' troppo verso il Mediterraneo ed i mari caldi e sia eccentrica rispetto all'Europa. Roma è il regno delle attività indotte, delle professioni che non si sa bene che cosa significhino, come certe pubbliche relazioni, certo giornalismo, certo tipo di pubblicismo, certo sottobosco del cinema. Questo, insieme a tanti altri fattori fra i quali non escluderei il particolare tipo di turismo che c'è a Roma, dà il tono, il mood del romano, il suo particolare atteggiamento nei confronti del lavoro; questa arbitrarietà, l'improvvisazione, il contare sugli agganci, sulle maniglie, sulle entrature. In una città in cui c'è questo costume collettivo cade in verticale il momento decisionale, quello della scelta e della responsabilità. Roma è una città di gomma, amorfa, in cui manca l'interlocutore, un qualsiasi punto di riferimento. È una cosa che si avverte anche a livello personale e che io ho sentito subito quando sono diventato deputato. Persino a New York tu riesci, sia pure con fatica, a farti, nel giro di qualche anni, una serie di collegamenti, saldi e veri. A Roma no. Tutto resta sempre a livello di superficie. In una città del genere diventa molto arduo affrontare qualsiasi problema di seria amministrazione».

Vittorio Olcese, milanese: «Roma è la città più distante dalle condizioni di vita di una società industriale. Basta pensare agli orari. Ha degli orari a sé, è completamente sfasata dal resto del Paese. Per molte ora perde i contatti col resto d'Italia. A questo punto il telefono, questo mezzo fondamentale della comunicazione moderna, non serve più, perché per quattro ore Roma tace. Riprende a lavorare quando gli altri sono andati a casa. La stessa burocrazia ministeriale risente, più che della mentalità papalina, di quella meridionale-borbonica che, anche in ciò che ha di positivo (cioè l'alto livello giuridico e un certo senso della realtà), è di ostacolo ad un sistema amministrativo moderno che dovrebbe puntare sul dinamismo e sull'efficienza più che sul rispetto formale delle norme. C'è da dire però che anche i caratteri positivi dell'amministrazione borbonica stanno sparendo dalla burocrazia romana. Un po' perché non esiste più il diritto e un po' perché nessuna burocrazia può veramente funzionare se è continuamente attraversata da sollecitazioni politiche che ne deviano il corso».

Alberto Caracciolo, storico, vive a Roma: «Roma è una capitale infetta. C'è una evidente sproporzione fra le forze moderne, concentrate grosso modo nell'area industriale, e le aree della rendita, di cui Roma è un filtro con diritto di tangente. Via via che cresce questo bubbone che non ha in sé ragioni di svilupparsi, se non parassitarie, il rapporto di forze diventa sempre più sfavorevole all'Italia moderna. La Roma di oggi assomiglia singolarmente alla Roma della decadenza, quella di Diocleziano. Come quella è una grande testa che vive a sbafo».

Antonello Trombadori, deputato del Pci romano: «Bisogna ammettere che uno dei punti in cui Roma non vuole proprio mettersi al passo è la conquista di uno spirito pubblico non subalterno. E proprio perché è subalterno nei confronti delle strutture pubbliche, il romano è anche un anarchico, individualista, non ha alcun senso dello Stato».

Franco Ferrarotti, sociologo, romano d'adozione: «Dal punto di vista di una razionale amministrazione delle risorse del Paese, Roma è completamente staccata dall'Europa. A Roma proprio perché nulla funziona, tutto costa di più, c'è un pedaggio aggiuntivo. Lo si nota e lo si paga dappertutto, nella mezz'ora o nell'ora che devi aspettare in più per ogni cosa, nel traffico che rende ogni appuntamento aleatorio, nei libri della Biblioteca che ci sono ma non si trovano, nel telefono che funziona male, nel nuovo incaricato che comincia a ricevere i primi stipendi dopo due anni e quindi si deve arrangiare e perciò spesso o fa male il suo lavoro o si corrompe. Roma è una capitale di ostaggi. Aver bisogno di un ufficio qui, per chi non ha maniglie, per chi è davvero povero ed emarginato, è tremendo. In Roma capitale c'è tutto il problema del peronismo italiano, del populismo, della "benedizione". Naturalmente tutto questo è un problema fino a quando l'Italia resta, bene o male, agganciata all'Europa. Se ce ne distacchiamo definitivamente, Roma è una capitale perfetta per l'Italia».

Paolo Grassi, pugliese, ex Presidente della Rai: «La Roma di oggi, e quindi l'Italia di oggi, è infinitamente più corrotta di quella del periodo fascista».

Ma c'è un altro fenomeno di cui Roma, il suo particolare modo d'essere, è almeno corresponsabile, ed è l'enorme espansione della mano pubblica ed assistenzialismo a danno di quella privata e produttiva. È vero che mano pubblica e assistenzialismo sono stati soprattutto voluti (e gestiti) dalla Dc e favoriti dalle utopie di sinistra, oltre che dalla particolare struttura del capitalismo italiano (che ha avuto sempre la tendenza ad essere protetto, autarchico, assistito), ma è anche vero che se Roma fosse stata diversa da quello che è, parassitaria, terziaria, subalterna, assistita, se fosse stata anche una città industriale in qualche modo produttiva, come Londra e come Parigi, la mano pubblica avrebbe trovato molte più difficoltà ad affermarsi ed ad estendersi nel modo abnorme, mostruoso, malato e pericoloso in cui si è estesa.

 

La forza di Roma

Come mai Roma, così debole, così "negativa", ha finito per averla vinta su tutto e su tutti? Perché nella debolezza di Roma sta proprio la sua forza. Roma (Roma più che i romani che ormai sono meno di trecentomila, a loro volta ghettizzati a Trastevere e a Monteverde vecchio), quale gigantesco mollusco, ha l'enorme capacità di assorbire e di fagocitare tutto. Ricordate Un marziano a Roma di Flaiano? Roma ha la capacità di digerire ogni "diversità" e di risputarla fuori innocua, debilitata, banalizzata, romanizzata.

«Le illusioni, forse ingenue ma anche piene di passione e di generosità, del centro-sinistra», dice Dragone, «si sono perse ed annacquate in Roma. I fautori del centro-sinistra, i rappresentanti della borghesia illuminata che, nei primi tempi, del centro-sinistra, scendevano a Roma con le loro speranze e con la testa piena di idee riformatrici, sembravano dei nipotini di Calvino e di Zwingli capitati in un bordello. Ed il bordello ne ebbe facilmente ragione».

Ma anche i comunisti non son più comunisti a Roma. Perdono tutta la loro terribilità, pericolosità e, diciamolo pure, la loro serietà. Basta entrare in un salotto romano e vedervi prestigiosi uomini politici comunisti o del Manifesto variamente intrecciati con palazzinari notoriamente corrotti e corruttori, mafiosi d'alto bordo, giornalisti dall'aria di manutengoli, direttori democristiani di reti televisive, cocottes, scrittorucoli da terza pagina del Corriere della Sera, fotografi alla moda, pubblicitari e parassiti di tutte le risme, per rendersi conto che, se fossero questi comunisti - i comunisti che vivono a Roma - a prendere il potere in Italia, non cambierebbe nulla. E basta vedere, negli stessi salotti, i socialisti per capire che in Italia, nonché la rivoluzione, no si faranno nemmeno le riforme. E lo stesso fenomeno mutogeno non risparmia, a quanto apre, i puri fra i puri: i radicali. Conferma Guido Aghina, radicale, assessore alla cultura a Milano: «La Aglietta, la Faccio, da quando sono approdate a Roma, sono profondamente cambiate. Si sentono l'ombelico d'Italia, forse del mondo, e hanno perso il contatto con la realtà».

«In questo senso», dice De Carolis, «Roma, nel bene e nel male, è veramente la garante suprema della conservazione, è il Gattopardo, è quella che non fa cambiare niente. A Roma vengono tutti riciclati ed omogeneizzati e ciò che ne viene fuori è qualcosa di grigio, di amorfo, di indifferenziato, dove il democristiano non si distingue più dal comunista, l'uomo del Nord da quello del Sud. In questo senso Roma è la stanza di compensazione delle differenze nazionali». «Ma lo è verso il peggio, e non verso il meglio, questo è il guaio», aggiunge Dragone.

C'è in questo modo d'esser degli abitanti di Roma, nel cinismo, nello scetticismo, nel millenarismo, nella pigrizia, nella tolleranza romane, un'indubbia intelligenza collettiva, una capacità, quasi genetica, di sopravvivenza. Non a caso sono, fra gli italiani, quelli che vivono più a lungo. (E, sempre non a caso, i romani sono, secondo una ricerca pubblicata dalla casa editrice Ianua, quelli che perdono più rapidamente la memoria degli scandali. «Roma è una città lavandino», commenta Ferrarotti).

Gioca in questo tutta la profonda e sottile esperienza cattolica.

Conferma Franco Ferrarotti: «Roma sopravvive alle proprie stesse ragioni di morte. È profondamente cattolica in questo. Il romano pensa che noi non abbiamo qui un passaggio permanente, che il male ci sarà sempre, che tutto è male, che nulla cambia e che se, per caso, dovesse cambiare non è affatto detto che sia in meglio. Roma ha una coscienza storica così inveterata che è atemporale. E che fa sentire stupido chiunque si agiti».

È, ripeto, una forma di intelligenza. Ma è un'intelligenza che è profondamente antitetica a tutto ciò che è amministrazione, che è cambiamento, che è riforma, che è moderno, che è progresso.

La mia opinione è che fintantoché l'Italia era un Paese ancora largamente contadino, Roma capitale poteva anche funzionare e funzionò. Non si scopre niente di nuovo quando si dice che l'etica del lavoro e del capitalismo è di derivazione protestante e che Roma, città cattolica per eccellenza, è completamente al di fuori da quest'etica e dalla sua logica. Ma il fatto è che intorno agli anni '60 l'Italia è diventato un Paese capitalista o, se si preferisce, neocapitalista.

Roma inoltre poteva andare come capitale fino a quando i tempi storici mondiali erano, tutto sommato, ancora lenti, una generazione durava vent'anni ed un cappotto quanto una generazione. Nella civiltà tecnotronica, dove le decisioni si devono prendere sul filo delle ore e dei minuti, Roma è un assurdo.

 

L’accentramento

Ma Roma non provocherebbe i guasti che provoca e non sarebbe così pericolosa se, nel frattempo, non si fosse verificato quel fenomeno che i nostri "padri fondatori" temevano e per evitare il quale scelsero proprio Roma come capitale: l'accentramento a Roma di tutto il potere e di tutte le funzioni e la conseguente esautorazione e sopraffazione delle altre città.

Il primo vero accentramento a Roma, dopo una fisiologica fase iniziale in cui la città passò da duecentomila a quattrocentomila abitanti, si ebbe nel periodo fascista. Fra le due guerre Roma sale da un milione ai due milioni e mezzo di abitanti del '45. È il fascismo a favorire questo fenomeno sia perché è proprio delle dittature concentrare gli interessi nel luogo dove vive il "capo", sia per il blocco dell'emigrazione, sia, come spiega Caracciolo, «perché ci fu il raddoppiamento della burocrazia: quella fascista andò ad affiancarsi a quella preesistente». Ma durante il fascismo l'accentramento fu più di uomini che di potere. Il balzo fu più demografico che funzionale. Inoltre il fascismo ebbe, pur in mezzo a tanta retorica e forse a causa di quella, una certa cura di Roma. «Il fascismo» dice De Carolis «aveva bisogno di Roma come biglietto da visita internazionale. L'attuale classe politica, invece, di Roma come città se ne sbatte, non se ne preoccupa per nulla, basta vedere in che stato di deterioramento e di sporcizia la lascia. Per questa classe dirigente Roma è funzionale solo all'intrallazzo nazionale».

Inoltre, durante il fascismo, le strutture periferiche resistettero, Milano, Torino, Genova mantennero il loro ruolo e Roma fu solo una città un po' più importante delle altre. 

Il cambiamento radicale dei rapporti fra Roma e la periferia avviene negli ultimi dieci/quindici anni (e, paradossalmente, proprio nel momento in cui l'istituzione delle Regioni dovrebbe svuotare la capitale di molti poteri. Ma le Regioni saranno un completo fallimento). In questo breve periodo non solo Roma passa dai due milioni e mezzo di abitanti ai tre e mezzo, ma accumula, oltre al tradizionale potere politico ed amministrativo, anche quello economico, finanziario, culturale e dell'informazione.

In questi anni gli interessi e i collegamenti finanziari, se non le banche fisicamente, si spostano su Roma. Tutte le aziende aprono una sede a Roma, sede che diventa via via sempre più importante e decisiva. Alcune, come la Esso, vi si trasferiscono armi e bagagli. Ma, in generale, è l'intera industria che gravita su Roma, basti pensare che la vertenza Fiat, fra operai torinesi e padroni torinesi, viene trattata a Roma. Cosa che non ci stupisce più, data l'abitudine che ne abbiamo fatta, ma che è paradossale.

E come notava acutamente Piovene già nel '74, «anche la cultura italiana, nel senso dei propagatori d'idee, poeti, romanzieri, saggisti, artisti, prima divisa ancora fra vari centri, è andata a stabilirsi in gran parte a Roma».

Tutti i giornali hanno ingigantito le proprie redazioni romane. Gli editori e i direttori dei quotidiani milanesi passano la maggior parte del loro tempo a Roma. Un settimanale radicato profondamente nel tessuto sociale del nord, come l'Europeo, fu trasferito, l'anno scorso, nelle capitale in seguito ad una spregiudicata manovra politica tipicamente romana. Infine a Roma c'è lo strumento massimo del potere informativo (e delle clientele che ruotano intorno ad esso): la Televisione. E, attraverso la Tv, anche il linguaggio ufficiale è diventato una sorta di romanesco sia pur edulcorato e banalizzato.

Questo aberrante accentramento, oltre ad essere causa di una serie di diseconomie e di costi aggiuntivi, ha finito per depauperare ed esautorare le altre città italiane che sono diventate del tutto dipendenti, sussidiarie o subalterne a Roma («L'unità d'Italia» scrive Piovene «ha fatto poco, ma è riuscita a far diventare provincia quelli che un tempo erano Stati»).

Non solo, questa dipendenza ha finito, alla lunga, per romanizzare l'Italia intera. Questo cancro enorme che è Roma sta terzomondizzando l'Italia. E le sue metastasi, che si chiamano clientelismo, burocratismo, parassitismo, inefficienza, mentalità mafiosa, corruzione, si diramano ormai ovunque e raggiungono Milano e Torino e Genova. Si salva solo ciò che riesce a sfuggire a Roma. Ammette o stesso Trombadori: «Ciò che è vitale in Italia, per esempio l'economia sommersa, ha poco a che vedere con Roma, non ha contatti con Roma, è al di fuori del controllo di Roma».

 

Togliere la capitale a Roma?

Togliere allora la capitale a Roma? Che cosa accadrebbe?

Lo spostamento della capitale segnerebbe la fine del regime e dell'attuale classe dirigente. Questa, almeno, è l'opinione di Massimo De Carolis. «Trasferendo la capitale si cambia il regime, perché questo regime si identifica con Roma. Si uccide questa classe dirigente che a Roma ha il suo humus, le sue radici anche fisiche, con questo sottobosco di giornalisti parlamentari, con i clientes, i servitori, gli stessi ristoranti, i servizi scroccati agli apparati pubblici. Ci sono esempi nell'antico Egitto in cui la morte di potentissime caste religiose fu dovuta proprio al trasferimento della capitale. Ma, nel nostro caso, poiché il regime non può volere la sua morte, la possibilità politica del trasferimento della capitale è legata ad un tale radicale cambiamento che non so se ci sia da augurarselo. Insomma solo la dittatura può spostare la capitale da dov'è».

Ma, in teoria, è possibile? Sì. Basta una legge del Parlamento, perché non c'è scritto in nessuna parte della Costituzione che la capitale debba essere a Roma (la Costituzione tutela solo l'integrità del territorio).

E i parlamentari? Sarebbero disposti a votare una legge del genere? «Dalla rapidità con cui i parlamentari abbandonano il Parlamento e danno l'assalto ai treni ed agli aerei, direi di sì» afferma Vittorio Olcese. Dice De Carolis: «Il trasferimento sarebbe visto come una liberazione da chi non accetta questo modo di far politica. E si troverebbero uniti parlamentari del Nord e del Sud, di culture e di partiti diversi. Tutta la nuova classe dirigente democristiana, per esempio, dai Mazzotta ai Borruso, non è integrata a Roma e non è funzionale al modo di far politica romano. 

Ma il politico classico, il "boss" del regime ed anche tutti coloro che "studiano da boss", a Roma ci stanno come i topi nel formaggio. Per questo ho detto che solo un colpo di Stato potrebbe cambiare le cose». E, peraltro, da questa classe dirigente non c'è certo da attendersi un atto di generosità, di lungimiranza politica, volto a "bene meritare della patria", come fu quello dei nostri "padri fondatori". Questi la capitale ce l'hanno e se la tengono. 

Del resto, anche se ci fosse la volontà politica, le difficoltà sarebbero notevoli. «Il costo di un'operazione del genere sarebbe pazzesco» dice Bassetti «basta pensare al capitale fisso sociale che è investito in Roma. A che cosa costerebbe portar fuori Roma il Parlamento, tutti i ministeri, i partiti, i sindacati, le corporazioni».

Dove mettere poi i due milioni di persone, più o meno, che ruotano intorno alle funzioni politiche, amministrative, burocratiche, parassitarie, clientelari romane? Come certe grandi aziende dissestate Roma è tenuta in piedi dalle dimensioni stesse della sua catastrofe. Inoltre, avendo Roma distrutto la periferia, non si saprebbe oggi dove collocare la nuova capitale. Dice Trombadori: «Quale città ha oggi le qualifiche per essere capitale d'Italia? Io non ne vedo nessuna. Milano? Sarebbe una scelta in ogni caso sbagliata. Ed anche offensiva perché darebbe ragione al luogo comune generale che il Nord è migliore del Sud». Conferma Dragone: «Fino a dieci anni fa questo discorso poteva essere realistico perché allora la era capitale era Milano. Oggi un'operazione del genere mi parrebbe molto artificiale».

L'opinione di quasi tutti i nostri interlocutori è che, caso mai, bisognerebbe fare tabula rasa e costruire ex novo la capitale in un piccolo centro. Ma è un'ipotesi che viene ritenuta da molti irrealistica (ma non da tutti. Il professor Caracciolo, per esempio, ci suggerisce di lanciare un referendum su questo problema).

Ciò che è considerato possibile, concreto, necessario ed urgente da quasi tutti è un decentramento dell'attuale potere romano.

Secondo Dragone e Caracciolo l'attività scientifica e tecnologica dovrebbe essere sottratta a Roma. Dice Caracciolo: «La cultura e l'attività scientifica e tecnologica sono oggi determinanti per lo sviluppo ed il progresso di un Paese. È su di esse che si gioca il nostro futuro. In Italia non si è creato ancora un polo scientifico-tecnologico, la questione quindi è ancora aperta. Ecco io credo che questo polo dovrebbe collocarsi al Nord, fra Milano ed Intra, e non a Roma. Però mi pare che fra il Cnr e il sincrotrone dei Castelli ci sia già la tendenza del potere politico romano a tenere sotto controllo anche la cultura scientifica».

A parere invece di De Carolis e di Ferrarotti una serie di funzioni, di ministeri tecnici, di operazioni potrebbe essere spostata fuori Roma. Dice De Carolis: «Faccio un esempio: le Partecipazioni Statali. A Roma dovrebbe rimanere la holding finanziaria, ma le società di settore potrebbero benissimo stare fuori. Lo stesso vale per alcuni ministeri. Le diseconomie sarebbero solo apparenti. Perché oggi le comunicazioni, se efficienti, sono sempre più facili».

Per Trombadori invece bisognerebbe «smitizzare la funzione simbolica della capitale che è una eredità napoleonica; il capo dello Stato, per esempio, potrebbe risiedere, di volta in volta, in varie città italiane». Il romano Trombadori insomma vorrebbe sbolognare, generosamente, Pertini.

 

Dimenticarsi di Roma

C'è poi chi, come Bassetti e come Aghina è, tutto sommato, favorevole a lasciare Roma a cuocere nel suo brodo così com'è. Perché? Perché Roma, avendo sfasciato lo Stato nazionale, favorirebbe l'inevitabile ripresa delle municipalità, delle autonomie locali, delle periferie. Paradossalmente Roma, accentrando tutto il potere, avrebbe creato un vuoto di potere e si sarebbe isolata dal resto dell'Italia. Il suo potere sarebbe fine a se stesso, ininfluente, servirebbe solo alla propria inesausta riproduzione. Insomma per battere Roma basterebbe ignorarla. Tesi suggestiva e non priva di verità. La Roma del quasi Duemila sarebbe insomma come quella del Basso Impero, enorme, corrotta, popolata di clientes, formalmente detentrice d'ogni possibile potere, sostanzialmente inesistente, senza vero controllo sulla periferia e pronta a sbriciolarsi al primo soffio di vento. Speriamo. Ma è bene ricordare che dopo il crollo di quella Roma l'Italia ci mise dieci secoli per trovare il suo Rinascimento. 

 

Massimo Fini

4 novembre 1980

Metaparlamento: Fare Futuro andando a casaccio

Agosto/Settembre 2010 - Anno 3 Numero 23/24