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Metaparlamento: Fare Futuro andando a casaccio

Siccome, per conto nostro, destra e sinistra sono concetti storicamente superati, senza più presa sulla realtà, non staremo qui ad annoiare i lettori e noi stessi con l’esegesi ideologica, da scavatori di ossa, se il Gianfranco Fini anti-berlusconiano sia o non sia di destra, quanto lo sia e a quale destra appartenga, se è tornato ad An o se è fedele alla sacra memoria di Almirante. Chi se ne frega. Né tanto meno ci immergeremo nel fango dei dossieraggi e del giornalismo killer alla Feltri, che contro Fini ha scatenato una ripugnante campagna diffamatoria à la Boffo. Invece, molto più interessante è capire quale consistenza ideale e politica abbiano il Fini-partito (Futuro e Libertà, con l’appendice giovanile Generazione Italia) e il Fini-pensiero (elaborato dalla fondazione Fare Futuro) per i drammatici problemi dell’Italia di oggi. Ammesso che ce l’abbiano. Ma tranquilli: non ce l’hanno.

 

Calcolo politico

Il “futurismo” è nudo. È un veltronismo di segno opposto: di destra, ma sempre un nulla, un vuoto, uno zero virgola zero. Marinetti e i futuristi autentici, iconoclasti e rivoluzionari, si staranno rigirando nella tomba per essere stati derubati del nome da un gruppo di potere che si eccita recitando il rosario del “riformismo”, della “laicità”, di una destra e di una sinistra “normali” (e tale nuovismo risulta patetico se messo in relazione al richiamo puramente retorico alle “radici” almirantiane, all’omaggio funereo al matusalemme Mirko Tremaglia e alla citazione del poeta Ezra Pound come nume tutelare, quello stesso Pound che sarebbe inorridito di fronte alla cricca “plutocratica” di Berlusconi e compari). I seguaci di Gianfranco, fuoriusciti dal PdL del ducetto di Arcore, non sono quello che loro vorrebbero far credere, cioè l’avanguardia di un’altra destra mossa da alti ideali con l’obbiettivo di un radicale cambiamento del nostro paese. Qui di ideali ce ne sono pochi, e di radicale non c’è niente. Il presidente della Camera è stato cacciato dal partito in cui era e resta padrone assoluto Silvio Berlusconi perché ha osato dissentire dal padrone. E Fini, che proprio sprovveduto non è, l’ha fatto per un calcolo molto semplice: non c’era più spazio per lui in una maggioranza in pugno alla diarchia Berlusconi-Bossi, con un Pdl che di fatto è una Forza Italia allargata e una Lega Nord azionista forte con potere di ricatto. 

 

Ex fascisti su Marte

Così, dopo aver fatto per quindici anni lo yesman dello “sdoganatore” Silvio che per primo, nelle elezioni a sindaco di Roma nel 1993, gli aveva conferito la patente di leader credibile nell’arco costituzionale, il calcolatore Gianfranco ha scoperto, di punto in bianco, dall’oggi al domani, tutti i difetti e le magagne del suo benefattore e alleato. L’ex fascista era su Marte, e non si era accorto che il berlusconismo aveva dichiarato guerra alla magistratura arrivando ad offendere pubblicamente i giudici come “pazzi antropologici” (e lui zitto), aveva fatto strame del principio di legalità accumulando dozzine di leggi ad personam (tutte votate dai finiani dell’ultim’ora), aveva imposto al centrodestra italiano una incultura aziendalista, padronale, direttamente dipendente dal proprio illegittimo conflitto d’interessi privatizzando un’intera area politica (Fini dormiva), e che aveva fondato il nuovo partito unico sul predellino della sua auto, sceneggiando un rinnovamento dal basso che invece era la solita, artificiale operazione di marketing. Ecco, qui il futuro espulso eccellente, sulle prime, aveva avuto una reazione di stizza, da socio bellamente ignorato riguardo una decisione così importante. Ma poi ha calato la testa e s’è adeguato, come sempre. 

 

Prostitute 

Il profluvio feroce e accanito di accuse, giudizi demolitori, indici puntati e analisi liquidatorie da parte dei finiani contro Berlusconi e il berlusconismo, specialmente sui media a loro legati (il web magazine di Fare Futuro e il quotidiano Secolo d’Italia), tradiscono inequivocabilmente il complesso della prostituta che vuole rifarsi una verginità. Il direttore del sito web di Fare Futuro, Filippo Rossi, è colui che più si distingue in settarismo nel portare avanti con fanatica, ma sgangherata determinazione, il tentativo di darsela da anti-berlusconiani profondi e coerenti. Basti leggere il succo della maldestra autodifesa scritta in replica a chi, giustamente, ha deriso i Fini-boys come cascati dal pero dopo un quindicennio di appagante guinzaglio arcoriano: «Non corrisponde a verità il fatto che una parte della destra si sia svenduta al berlusconismo» - sostiene Rossi - «Magari l’ha sopportato. Magari si è turata il naso. Magari si è opposta con troppo poco coraggio. O magari non era possibile fare di più. Quel di più che, invece, è oggi possibile»1. Alleanza Nazionale, o comunque la parte non genuflessa a sua maestà Berlusconi, avrebbe “sopportato” per tutto questo tempo turandosi montanellianamente il naso, vittima del proprio poco coraggio? Ma andiamo, questa è una balla auto-assolutoria così rozza e pacchiana che fa dubitare dell’intelligenza delle penne a cui si affida Gianfranco. 

 

Veltroniani di destra

Altro clamoroso falso ideologico è l’auto-rappresentazione, molto cool e patinata, che gli ascari di Fini danno di sé. Una pattuglia di ex “boia chi molla” ed ex rautiani si presentano, con l’interessata collaborazione della stampa d’opposizione, come una corrente di pensiero «libertaria, riformatrice e non populista»2, una destra «costituzionale, pragmatica e post-ideologica»3, un approdo «liberale e democratico, postmoderno, riformista»4, che metta in cima alle proprie preoccupazioni la legge contro l’omofobia, un’obamiana e modernizzatrice green economy, un’iniezione di mercato e concorrenza5 (appoggiando l’idea di Brunetta di modificare l’articolo 41 della Costituzione sull’iniziativa privata) e, come ha detto Fini nel discorso di fondazione di Fli a Mirabello lo scorso 5 settembre, un federalismo “solidale”, cioè che non tocchi il clientelismo assistito del Sud. Una visione del mondo, quella degli ideologi “futuristi”, che dietro le fumose chiacchiere sul “capitale umano” elogia Marchionne, prototipo del manager tutto azienda e nessuna umanità6; sviolina i santoni televisivi e medici dello scientismo più sfrenato e idiota, quel pieroangela fighetto di Cecchi Paone e quel talebano salutista di Umberto Veronesi7; gareggia con gli anti-clericali addirittura in anti-papismo8; soprattutto, incensa se stessa come il revival di una “destrorsità” che nel nostro paese non è mai emersa o è rimasta appannaggio di un’esigua minoranza intellettuale. Una destra in antitesi a quella parodia di destra che è il berlusconismo (e in questo hanno ragione: Berlusconi non è di destra, è solo un affarista senza scrupoli, un piazzista senz’anima), composta da «conservatori illuminati», alla Churchill o alla De Gaulle, quella destra mitologica «che la sinistra deve riconoscere come avversario legittimo»9. Ecco, seguendo questa traccia ci si avvicina maggiormente alla verità: Fini non è De Gaulle, perché De Gaulle è il contrario di Petain, non si sarebbe mai piegato a fare la parte del cane fedele del dittatore occupante. Piuttosto, lui e i suoi fedelissimi fanno di tutto per accreditarsi a sinistra e soprattutto al centro (noti gli abboccamenti col neo-centrista Rutelli e l’apprezzamento per l’Udc di Casini) come l’interlocutore futuro quando la parabola declinante di Berlusconi arriverà a compimento. Un po’ lo stesso riposizionamento del gemello Veltroni e dei veltroniani ansiosi di sganciarsi dal Pd, ridotto ad una triste riverniciatura dei Ds dalemiani. 

 

Opportunismo

L’armamentario iper-laico, ultra-individualista, anglo-sassoneggiante, pseudo-tory e soprattutto quasi travagliescamente anti-berlusconiano in cui s’identifica il finismo, copre in realtà una mera operazione di potere e di collocazione elettorale. Altrimenti non si spiega come tutta questa purezza d’intenti e d’idee non sia saltata fuori prima. 

A onor del vero, l’unico che ha cominciato una propria traversata nel deserto post-missino e post-aennista è stato proprio Fini, a cominciare dal sì al voto amministrativo per gli immigrati. Ma appunto di deserto si trattava: tranne qualche isolato appoggio, il corpaccione di An non l’ha mai seguito. Solo ora, nella temperie di una spietata lotta di poltrone e di voti, chi gli è rimasto fedele e non è passato armi e bagagli con Silvio (praticamente tutti i suoi ex colonnelli: La Russa, Gasparri, Matteoli, Alemanno anche se in modo più circospetto) ha sposato le sue tesi neo-liberali. Ma l’uscita dal Pdl e la fronda in parlamento puzzano troppo di opportunismo per illuminare di sincerità i proclami ideali. Infatti i finiani, con la puerile scusa di rimanere leali al “patto con gli elettori” (quando mai i partiti non hanno trovato il modo di giustificare separazioni, salti della quaglia e ribaltoni?) si tengono stretti il posto nelle stanze dei bottoni, sugli scranni da deputati e senatori e nel governo il cui capo sbeffeggiano a più non posso e a cui però non fanno mancare, pur facendoglielo sudare, il proprio sostegno10. Cari futuristi, andate a raccontarlo alle vostre zie che siete i crociati dal cuore puro, folgorati sulla via di Damasco dalla luce del Bene repubblicano e legalitario contro il Male del berlusconismo cattivo e autoritario. Avete mangiato assieme a lui, e grazie a lui, fino a qualche mese fa. Asciugatevi la bocca dalla saliva laudatoria di ieri, prima di sporcarla con la bava d’odio di oggi.

 

Alessio Mannino

 

Note:

1) Filippo Rossi, “«Ma eravate su Marte?» Ecco una possibile risposta”, 7 settembre 2010 ,  http://www.ffwebmagazine.it

2) Luciano Lanna, “Libertarismo, un pantheon per cominciare”, 16 ottobre 2009, Il Secolo d’Italia

3) Alessandro Campi, “Quella destra che avanza 

con il passo del gambero”, 3 settembre 2010, Il Secolo d'Italia

4) Filippo Rossi, “Ebbene sì, chiamateci futuristi”, 5 agosto 2010 , http://www.ffwebmagazine.it

5) “Per uscire dalla crisi più libertà e concorrenza”, 15 giugno 2010,   http://www.ffwebmagazine.it

6) «Sergio Marchionne è stato essenziale, partecipato, di una chiarezza disarmante. Ha rimarcato il perché di certe prese di posizioni assunte da Fiat, ha dimostrato ancora una volta il coraggio di una linea, di un ideale che attualmente il gruppo torinese sta perseguendo». Edoardo Caprino, “Quel capitale prezioso per l'economia che è l'uomo”, 28 agosto 2010,  HYPERLINK "http://www.ffwebmagazine.it" http://www.ffwebmagazine.it

7) «Cecchi Paone…, nonostante l’evidenza nel paese, riconosce come in Parlamento il numero dei laici autentici a fianco a Veronesi sia davvero esiguo: ci sono il presidente della Camera Gianfranco Fini, Emma Bonino, Ignazio Marino e pochissimi altri». “Cecchi Paone: «Vi racconto 

la lezione di Umberto Veronesi»”, 7 agosto 2010,  http://www.ffwebmagazine.it

8) «A Roma e non solo a Roma, c’è ancora troppo del Papa Re e della sua cultura dell’amministrazione, dello Stato e della libertà economica», Diego Menegon, “20 settembre 1870: una storia incompiuta”, 20 settembre 2010,   http://www.ffwebmagazine.it

9) “Galli: «La destra di Fini,  conservatrice e progressista»”, 9 settembre 2010,  http://www.ffwebmagazine.it

10) Emblematico è stato il voto del 23 settembre scorso alla Camera dei Deputati in merito all’autorizzazione a usare nelle indagini giudiziarie sull’eolico in Sardegna e sulla cosiddetta “P3” le intercettazioni dell’ex sottosegretario all’Economia e alle Finanze Nicola Cosentino (Pdl). La richiesta è stata bocciata con 308 voti, 15 in più rispetto a quanti avevano dichiarato nei giorni precedenti che avrebbero votato sì. E se si vuole dare per buono che fra i “franchi tiratori” non ci sia stato nessuno del Pd, significa che dei 32 deputati finiani, coperti dallo scrutinio segreto, quasi la metà ha appoggiato il Pdl. 

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