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Moleskine ottobre 2010

Speculazione

“socialmente accettabile”

(10/09/2010) Entro il 2050, secondo la Fao, per soddisfare la popolazione mondiale in crescita la produzione agricola dovrà aumentare del 70%. E i paesi industrializzati corrono ai ripari per garantirsi la propria sicurezza alimentare. Stati come quelli del Golfo Persico, l’Egitto, la Corea del Nord, hanno ottenuto la concessione di quasi due milioni di ettari dal governo sudanese; l’Egitto è in trattativa anche con l’Uganda per una superficie di 840 mila ettari dove poter coltivare grano e mais; L’Arabia Saudita ne ha ottenuti cinquecentomila dalla Tanzania. E l’elenco potrebbe ancora continuare.

«La domanda di terra è enorme», sottolinea un rapporto della Banca Mondiale reso noto due giorni fa. Quasi venti milioni di ettari di terreni coltivabili sono stati venduti dal 2006 a soggetti stranieri. Questa vera e propria corsa alla “colonizzazione” delle terre è iniziata con la crisi alimentare del 2008, quando sono aumentati i prezzi dei beni di prima necessità come grano, riso e mais. Lo conferma la Bm nella sua relazione riscontrando che «fino al 2008 le acquisizioni di terre coltivabili nel mondo erano in media meno di quattro milioni di ettari all’anno. Prima della fine del 2009, erano già stati annunciati accordi per 45 milioni di ettari, il 70% dei quali in Africa». I paesi “prediletti” dagli investitori sono quelli che «hanno una debole legislatura sulla terra» e spesso i contratti di affitto si concludono in segreto, senza discussioni pubbliche. Di conseguenza, molti contadini sono stati costretti ad abbandonare le loro terre, senza preavviso. Ma non senza lottare. Nel 2009 infatti, in Madagascar il presidente Marc Ravalomana diede in affitto alla ditta coreana Daewoo metà dei terreni coltivabili e la rivolta dei contadini costrinse lo stesso Ravalomana all’esilio. 

La Banca Mondiale, quindi, per prevenire ulteriori disordini ha elaborato un “codice di condotta” sugli investimenti formato da vari principi come: assicurare trasparenza e partecipazione, rispettare il diritto alla terra ed alle risorse; garantire sicurezza alimentare. Tuttavia, il  rispetto di queste “istruzioni” non è vincolante e allora: qual è il senso? Una risposta possibile è nello stesso aumento degli accordi agricoli che iniziano ad interessare anche il settore finanziario, attualmente in crisi. Infatti, anche gli investimenti ad alto rischio come gli hedge fund, sono stati attratti dalla terra come bene rifugio. La conseguenza è stata quella di alimentare la speculazione e determinare l’aumento del prezzo dei beni alimentari. Il rincaro, a sua volta, ha provocato la sommossa dei giorni scorsi in Mozambico. Secondo Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo: «non si può incoraggiare o permettere un mercato per gli speculatori. 

Gli investimenti servono, ma non a qualunque condizione». 

Ma le acquisizioni non si interrompono. Anche se nella relazione della Bm si evidenzia la necessità di un controllo, denunciando che «gli investitori non tengono fede ai loro piani», il documento si guarda bene dallo scoraggiare gli acquisti di terre. In pratica suggerisce un accaparramento delle terre “socialmente accettabile”. Come dice Schutter: la Banca Mondiale 

è «un anomalo complesso».

 

Pamela Chiodi

 

«Marchionne comanda

e Bonanni obbedisce»

e guai a chi li contesta

(09/09/2010) Non è un fatto epocale come fu la Cacciata di Lama dalla Sapienza nel 1977, però la forte contestazione subita dal segretario nazionale della CISL, Bonanni, alla Festa nazionale del Pd è un evento da non sottovalutare, ma che va analizzato in maniera assolutamente difforme da quanto hanno cominciato a fare i media di regime, Unità in testa.

Partiamo da un dettaglio apparentemente marginale, cioè da come l’Unità, e anche il grosso del coro mediatico, chiama i contestatori: “un gruppo che si autodefinisce «Coordinamento torinese precari»”. Il sottile abituale abile uso del delegittimante termine “autodefinisce”: mentre quello è il nome che loro hanno legittimamente scelto punto e basta, o devono forse avere l’imprimatur degli organi del partito che si autodefinisce Pd? Anche perché, tra le altre cose, il termine autodefinizione sarebbe più appropriato per il Pd che è una operazione di vertice, mentre i contestatori sono una organizzazione di base.

La novità nell’evento sta nel fatto che la sinistra di base, anziché continuare a sprecare tempo e risorse contro fantasmi di un passato morto e sepolto, ha finalmente individuato il vero “nemico” e comincia a contestarlo con la dovuta aggressività. Perché se la “controparte” del lavoratore è il padrone, chiamiamolo con la vecchia sana terminologia di una volta, il suo nemico appare sempre più essere, invece, questo sindacato che sempre meno tutela il lavoro. I recenti fatti di rinnovata arroganza padronale, da Marchionne alla disdetta del contratto metalmeccanici, dimostrano l’incapacità del sindacato di reagire nelle dovute efficaci forme, anzi pare quasi essere connivente con Confindustria, specie Bonanni che ha abilmente manovrato per rompere l’unità sindacale e che è attestato su posizioni che definire miti è riduttivo.

Naturale allora che la rabbia dei lavoratori si manifesti in dure contestazioni contro quei personaggi che dovrebbero rappresentarli, ma che paiono, invece, più interessati ad usare il sindacato come trampolino verso una bella poltrona: Bertinotti e Polverini insegnano. La giusta rabbia dei lavoratori deve venire quindi immediatamente delegittimata e infatti Bersani, di filata, bolla la contestazione come “un atto di intimidazione e di vera e propria violenza, un attacco squadrista”. Già, adesso anche i centri sociali sono “fascisti”. Quello di delegittimare chiunque osi scavalcare a sinistra il partito ufficiale è un antico collaudato sistema fin dai tempi del PCI, ma anche del PCUS, da Kronstadt al “Movimento 77” passando per gli anarchici delle guerra civile spagnola.

Nel carosello delle dichiarazioni, poi, Bersani riesce ad andare oltre: “È inconcepibile che una festa popolare, che vive nel pieno centro della città, possa essere attaccata in questo modo”, il dissenso dalla linea di un partito da operetta viene trasformato una aggressione inaccettabile. Bersani, infatti, conclude la sua dichiarazione invocando l’intervento della polizia contro i dissidenti: “Attendiamo di conoscere dal ministero dell’Interno quali misure preventive e repressive siano state prese per impedire un episodio del genere”. Sta a vedere che anche stavolta è colpa di Berlusconi. Ai dirigenti del Pd proprio non gli riesce di dire qualcosa di sinistra, infatti invocare l’intervento delle forze di polizia contro la manifestazione del dissenso non è squadrismo: appartiene piuttosto alla fase che succedette allo squadrismo.

Non è, però, solo Bersani ad essersi lasciato andare a dichiarazioni tese a mistificare la realtà, la CISL infatti si adegua alla linea dello squadrismo: “Si è trattato di una aggressione incivile e squadrista che nulla a che vedere con il libero confronto democratico, né con il mondo del lavoro”. Sul fatto che non abbia nulla a che vedere col mondo del lavoro possiamo concordare: che c’entra infatti Bonanni coi lavoratori? La conclusione della nota di segreteria CISL ne è la conferma quando recita che: “non si farà intimidire da nessuno nella sua azione sindacale e proseguirà nella sua linea di responsabilità”. Marchionne e Marcegaglia possono continuare a dormire sonni tranquilli.

Sul tema del “che c’entra”, Enrico Letta ha dato il massimo quando durante la contestazione, inveendo contro  il «Coordinamento torinese precari» ha gridato: “voi con noi non c’entrate nulla”. Il che è vero, Letta e il Pd non hanno nulla a che vedere con la sinistra e il mondo del lavoro. Quando poi dichiara: “noi contro questa idea di democrazia lotteremo sempre” non fa che confermare che anche per la sagrestia del Pd il dissenso da sinistra è inaccettabile.  

Turbano, però, di più le dichiarazioni di Bonanni: “sono molto turbato. Senza la presenza dei militanti della Cisl presenti oggi in piazza a Torino poteva accadere ancora qualcosa di più grave”. Dai video trasmessi dalle televisioni o presenti in rete non si capisce quando, e per colpa di chi, sia degenerata la democratica, anche se dai toni forti, contestazione, con buona pace di Letta che considera antidemocratica la manifestazione del dissenso. Ricordiamo però che quando Lama fu cacciato dalla sapienza fu proprio il servizio d’ordine del sindacato a reagire con la violenza alle provocazioni, ma anche allora la colpa fu addossata, senza bisogno di ulteriori indagini, ai contestatori.

La manifestazione con fischietti e condita dal legittimo scandire “buffone, buffone” soverchiava certo  la voce di Bonanni e la regole di buona democrazia dovrebbero permettere a tutti di parlare, anche, però a chi sta sotto al palco dei VIP, e se la contestazione non fosse degenerata magari Bonananni avrebbe potuto proseguire il suo intervento, chissà? Solo che, in quel caso, avrebbe dovuto accettare il confronto. Per sua fortuna la situazione è degenerata, con la nota fuori posto del fumogeno che lo ha colpito. Quello è stato il grave errore, quel fumogeno fa il gioco del sistema, comporta l’automatico passaggio dalla parte dei cattivi, mentre la megabanconota da 50€ effigiante Bonanni e recante la scritta: “Il denaro è un buon servo e un cattivo padrone” aiutava a capire, in una maniera creativa e degna del “Movimento 77”, che non erano certo i contestatori i “cattivi”.

La fine della dichiarazione di Bonanni, “Spero che ora tutti riflettano e abbassino i toni”, dimostra che non ha capito nulla della situazione: c’è assoluto bisogno che i toni si alzino, a partire dal sindacato che deve far sentire la sua voce a tutela dei lavoratori come non ha mai fatto nella storia repubblicana. La situazione non è mai stata così drammatica perché, oltre alla concreta possibilità di tornare indietro di trent’anni nelle pratiche di sfruttamento dei lavoratori, abbiamo una costante delocalizzazione, anche delle imprese in attivo, che sta portando allo smantellamento sistematico delle strutture produttive nazionali. Mai come ora ci sarebbe bisogno di un sindacato che faccia la voce grossa, perché se non si sveglia e non lo fa lui, ma in fretta, allora sì che si alzeranno i toni, perché l’attuale crisi è solo il sintomo di un problema strutturale all’economia di mercato, che non è né l’unico né il migliore dei sistemi economici, nonostante la propaganda finanziaria e padronale, compresi i sindacalisti conniventi, si sforzi in tutti i modi di farcelo credere.

C’è necessità di un ripensamento complessivo e radicale dell’economia e del lavoro, ma pare proprio che né il sindacato né quello che si autodefinisce centrosinistra sembrano all’altezza del compito, anzi pare proprio che, fra volontà e incapacità, siano intenzionati a lasciar andare il paese alla deriva fino all’inevitabile naufragio e allora i problemi non saranno più un misero fumogeno, non saranno i “toni” a far degenerare la situazione, ma lo sfacelo economico cui stiamo andando incontro e i metalmeccanici quando hanno fame non si perdono in chiacchiere da salotto o tavole rotonde.

 

Ferdinando Menconi

 

Morire di delocalizzazione

(09/09/2010) È notizia di questi giorni. La Twinings, indubbiamente il più famoso produttore di thè e tisane al mondo, chiude dopo 304 anni di attività.

E non lo fa perché gli affari vanno male, tutt'altro: lo fa perché gli affari "vadano sempre meglio". Infatti, la gloriosa fabbrica Twinings sarà rimpiazzata da un moderno stabilimento situato nell'Est Europa.

Il tutto al fine di abbattere i costi di produzione. E così invece di sorseggiare thè inglese, sorseggieremo thè a marchio inglese ma prodotto in Polonia.

400 dipendenti, dei quali 263 operai saranno prepensionati o licenziati. Ma non è finita: nelle prossime settimane, dalla Polonia giungeranno in vacanza-studio in Inghilterra i neo-dipendenti ai quali quelli inglesi dovranno insegnare il mestiere, prima di togliere di disturbo. Oltre al danno, quindi, la più amara delle beffe. Lavoratori esperti nella lavorazione del the costretti per pochi spicci ad insegnare i segreti di un mestiere millenario ad un esercito di lavoratori presumibilmente a digiuno non solo di manualità ma anche di cultura del thè. Questa ennesima dimostrazione di quali effetti nefasti sia in grado di produrre la globalizzazione abbinata al capitalismo sfrenato ci impone non più soltanto di riflettere sul dove vogliamo andare come genere umano e dove effettivamente stiamo andando, ma di passare all'azione. Non è più tempo di inutili chiacchiere: la De Longhi, ad esempio, ha iniziato il proprio processo di delocalizzazione in Cina nel 2001, ed oggi in Italia restano solo il marketing e la ricerca e sviluppo. La produzione del famoso condizionatore Pinguino, come tutto il resto degli elettrodomestici De Longhi, è finita oltre confine. Tranne che per le macchinette da caffè automatico, ancora prodotte in Italia e delle quali - manco a dirlo - De Longhi è adesso leader europeo. La questione è comprendere se davvero convenga inseguire il basso costo di produzione (al quale, inevitabilmente, si abbina una scarsa qualità) andando a trasferire fabbriche e stabilimenti in Est Europa oppure Asia, oppure valorizzare la produzione italiana, qualitativamente superiore, andando a produrre "poco e bene", e vendendo ad un prezzo più elevato al consumatore finale. Forse il futuro industriale del nostro paese è tutto qui: produrre beni appartenenti al cosiddetto segmento "luxury", a maggior valore aggiunto, riducendo la produzione e concentrando tutto su qualità, ricerca e sviluppo. Se la strada intrapresa dovesse essere differente, presto, molto presto, potremo assistere ad altri "mostri della delocalizzazione". 

Cosa accadrebbe se, ad esempio, la Ferrari chiudesse le fabbriche a Maranello e le riaprisse a Timisoara? Ora tutti si affretteranno a dire che questo "non succederà mai". Ma attenzione, perché il thè per gli inglesi ha un valore paragonabile a quello delle automobili sportive per noi italiani. E se il Quattrino diventa l'unico obiettivo da inseguire, allora il nostro destino è segnato. I settori industriale e manifatturiero sono destinati a chiudere. Non oggi. Forse nemmeno domani. Ma quasi certamente entro dopodomani. Il tutto a svantaggio non solo del lavoratore, ma anche del consumatore finale. Chi garantirà per un dentifricio fabbricato in India, per un detersivo prodotto in Kazakistan, per un latte in polvere prodotto in Cina? La forza della marca, come vogliono farci credere le grandi multinazionali? Peccato che il latte alla melamina fabbricato in Cina, che danneggiava i reni dei neonati, quello sequestrato ad Hong Kong e giunto - attraverso i soliti canali illegali - anche qui da noi, fosse prodotto da uno dei principali marchi di prodotti per l'infanzia. Di quelli conosciuti, sulla sicurezza dei quali qualsiasi mamma sarebbe pronta a mettere la mano sul fuoco. E anche volendo credere alla favoletta della "marca di qualità", chi tutela quel 50% di italiani che fanno la spesa al discount, dove cade anche quest'ultima foglia di fico ed i consumatori sono esposti a tutta una serie di etichette sconosciute facenti capo a "misere"  società a responsabilità limitata 

di cui nessuno ha mai sentito parlare 

e che oggi esistono ma sulla cui esistenza 

domani nessuno può assolutamente garantire? 

Il caso delle mozzarelle blu, in questo senso, è emblematico. Non tanto per la colorazione del latticino, ma perché nessuno sospettava che le mozzarelle in questione fossero prodotte in Germania. E rivendute in Italia, da una società italiana, con etichetta italiana. Ovviamente c'è una soluzione a questo problema: indicare per legge sull'etichetta da quali paesi provengono le materie prime e gli ingredienti di tutti i beni che acquistiamo normalmente quando facciamo la spesa. Eppure Giandomenico Auricchio, Presidente di Federalimentare,  ha dichiarato appena lo scorso 4 settembre "L'etichettatura degli alimenti è giusta solo se è spontanea". Gli ha prontamente risposto Nino Andena, Presidente della Coldiretti Lombardia: "Fino a quando non ci sarà l'obbligo di indicare sugli alimenti l'origine delle materie prime utilizzate, ogni azienda di trasformazione potrà fare come gli pare. Quando il presidente di Federalimentare Giandomenico Auricchio sostiene che l'etichetta d'origine non è così importante, finge di non sapere che ci sono aziende che usano nomi e simboli del Made in Italy per vendere meglio prodotti, ad esempio formaggi e prosciutti, che di italiano hanno poco o nulla". Risulta in ogni caso evidente non solo il nesso tra processo di delocalizzazione e aumento della disoccupazione, ma anche lo stretto legame esistente tra il processo di delocalizzazione e la salute del cittadino. 

Alla luce di queste considerazioni, parrebbe poter tornare di torna di moda l'autarchia, intesa come sistema politico-economico chiuso. Ma tra G8, Comunità Europea, BCE e processi multientico-cultural-commerciali in corso, niente appare più impossibile che rintanarsi nel proprio guscio. E allora largo alla delocalizzazione! La pastasciutta emiliana? 

Prodotta con grano proveniente dall'Ucraina (dove sorgeva, e sorge tutt'ora, la centrale di Chernoby). L'olio d'oliva toscano? Prodotto con olive spagnole, greche e tunisine (quando va bene). La mozzarella di bufala campana? Prodotta con latte di bufala congelato proveniente dal Brasile. La bresaola della Valtellina? Prodotta con carne arrivata in aereo dall'Argentina. 

Chi scrive potrebbe continuare per ore ed ore, seguitando ad elencare le quotidiane nefandezze 

che il consumatore italiano medio è costretto a subire. 

Tuttavia è meglio fermarsi qui: l'intento era semplicemente quello di dimostrare 

che morire di delocalizzazione è possibile, 

e non solo in termini economici. 

Immagino che in questo momento il lettore si stia chiedendo dove viene prodotto il dentifricio con il quale tutte le mattine si lava i denti. Forse dalla Cina. Nel 2007 in Italia ne hanno sequestrati 90.000 tubetti. Ci hanno trovato dentro il dietilenglicolo. Un solvente che si usa in inverno per non far congelare l'olio del motore.

 

Giuseppe Carlotti

 

Sindacati:

chi pecora si fa...

(08/09/2010) Era solo questione di tempo, ma la mossa era nell’aria e, a suo modo, era anche inevitabile: Federmeccanica ha disdetto il contratto di categoria, in vigore fino al primo gennaio 2012, invocando le solite “ragioni” tanto care agli industriali alla Marcegaglia e ai manager alla Marchionne. «Il convincimento unanime – afferma il presidente dell’associazione, Pier Luigi Ceccardi (quello che a giugno aveva definito «nichilista» il veto della Fiom sull’accordo-capestro per Pomigliano) – 

è la necessità di proseguire con determinazione nell’adeguamento delle relazioni industriali, sindacali 

e contrattuali alla domanda di maggior affidabilità 

e flessibilità che proviene dalle imprese 

per consentire loro una migliore tenuta rispetto 

all’urto della competizione globale». 

La solita tiritera. Le aziende sono sotto pressione, a causa della concorrenza di chi produce in Paesi in cui la manodopera costa assai meno che da noi, e perciò l’unica alternativa alla delocalizzazione è affrancarsi dai vincoli preesistenti in materia di lavoro subordinato. Come ha sottolineato efficacemente Marco Rizzo dei CSP – Comunisti Sinistra Popolare, il tentativo in atto è quello di «importare in Italia il modello di contrattazione polacco». La pressante richiesta di modifica delle relazioni industriali, sindacali e contrattuali non è affatto una vera richiesta, che presuppone una libera discussione tra le parti e un accordo con reciproche concessioni. È un diktat. Ceccardi, ipocritamente, parla di «adeguamento», ma il termine giusto è un altro. È smantellamento.

Federmeccanica, e più in generale Confindustria, strumentalizzano alcuni elementi oggettivi, come la crisi e la globalizzazione, per ridurre ai minimi termini la funzione stessa del sindacato. Non più interlocutore con cui fare i conti, ma semplice interfaccia tra le imprese e i lavoratori. Le imprese decidono, col facile alibi dello stato di necessità indotto dalla «competizione globale», e i lavoratori si adeguano, lasciando che i sindacati sottoscrivano senza tante storie i nuovi contratti predisposti dalle aziende. Guarda caso, è lo stesso genere di situazione in cui si trova chiunque di noi quando stipula una polizza assicurativa, a cominciare da quella obbligatoria per l’automobile, o un mutuo immobiliare, a sua volta pressoché obbligatorio se si vuole acquistare un’abitazione. Tecnicamente si chiamano anch’essi contratti, poiché disciplinano il rapporto tra le parti, ma in realtà appartengono a una categoria del tutto particolare, che è quella dei cosiddetti “contratti per adesione”. Un soggetto, quello più forte, li redige a suo piacimento, mentre l’altro soggetto si limita a controfirmarli accettandoli in toto. 

Conscio di questa tendenza, ormai prossima a trasformarsi in un dato di fatto che in avvenire sarà assai difficile rettificare, il segretario generale della Fiom va dritto al sodo e parla di «uno strappo alle regole democratiche grave perché si impedisce ai lavoratori di decidere sul loro contratto». A partire da questa consapevolezza, però, sarebbe doveroso approdare ai nodi essenziali. Primo, in tutti questi anni le imprese hanno solo finto di condividere certe conquiste dei lavoratori – sopportandole alla stregua di una congiuntura 

sfortunata da cui uscire non appena possibile – e pertanto l’unico modo di relazionarsi con questo 

tipo di proprietari resta basato sui rapporti di forza, 

che discendono dalle strategie adottate nel medio 

e nel lungo periodo. Secondo, non può esistere nessuna funzione sindacale che sia svincolata 

da una visione, e da un’azione, politica complessiva.

È da qui che dovrebbe ripartire la Fiom, ammesso e non concesso che non sia già troppo tardi: dalla consapevolezza che se siamo arrivati a questo punto è anche perché in passato la Cgil si è prestata, e prostrata, alle manovre del centrosinistra. 

Lasciandosi risucchiare, in nome del senso di responsabilità e degli interessi nazionali, in un atteggiamento così “comprensivo” da diventare inerme. 

 

Federico Zamboni

 

La Chiesa sulla precarietà. Senza soluzioni, naturalmente

(08/09/2010) La precarietà non è solo un assillo lavorativo, 

ma soprattutto esistenziale. Incide nella carne viva 

della propria condizione economica e sociale, 

ma anche e in misura ancora più importante nello spirito, 

nella tenuta psicologica dell’individuo. 

Nella sua anima, verrebbe da dire. Le due cose sono congiunte, come un tutt’uno è il corpo con la mente (che solo lo scriteriato pensiero metafisico, platonico-cristiano, ha potuto scindere mortificando il primo e destabilizzando così la seconda). 

Pare che se ne sia ricordato, alla buon’ora, perfino il sommo pontefice in occasione dell’Angelus di domenica scorsa. 

Così parlò Ratzinger: «Chi oggi propone ai giovani di essere "radicati" e "saldi"? Piuttosto si esalta l’incertezza, 

la mobilità, la volubilità, tutti aspetti che riflettono 

una cultura indecisa riguardo ai valori di fondo, 

ai principi in base ai quali orientare e regolare la propria vita». 

È evidente che il capo della cristianità si riferisce alla fede cristiana come “salda radice” sulla quale impostare un percorso di vita e cercare una stabile e duratura serenità («Il giovane è come un albero in crescita: per svilupparsi bene ha bisogno di radici profonde, che, in caso di tempeste di vento, lo tengano ben piantato al suolo. Così anche l’immagine dell’edificio in costruzione richiama l’esigenza di valide fondamenta, perché la casa sia solida e sicura»). Fa il suo mestiere, insomma: quello di pastore d’anime. E fin qui, nulla da eccepire. 

Ma come fare nel concreto perché l’anima non vaghi debole e scossa dalla incertezza strutturale che caratterizza la nostra società? Solo con la fede in Cristo? Solo con la speranza nell’aldilà? O affidandosi alla carità, che in termini reali si traduce nell’imbellettare di beneficenza e assistenzialismo il marciume morale della disoccupazione, dei contratti a singhiozzo, delle assunzioni in nero, a cottimo e a tempo determinato? Non pretendiamo che la Chiesa cattolica prenda sulle sue spalle un compito che è proprio della politica. Ma se i vescovi s’immischiano spesso e volentieri nelle faccende che più attengono al portafogli di Santa Madre in palese violazione della Carta costituzionale (5 per mille, scuole parificate, tasse sui beni ecclesiastici ecc), se si occupano così accanitamente di temi come la bioetica e la sorte dei disgraziati che emigrano abbagliati dal nostro “benessere”, ci aspetteremmo quanto meno, su una materia così drammaticamente attuale ed eticamente sensibile, un’enunciazione di principio forte e chiara. Questa: l’idolatria della flessibilità nel mercato del lavoro 

è un atto immorale perché impedisce ad una persona 

di realizzarsi, di costruirsi una famiglia, di rendere 

possibile un’esistenza degna, serena, soddisfacente.

Chiediamo troppo? Forse sì. Perché per quanto qua e là, nei discorsi ufficiali dei preti e del loro capo supremo, riaffiori il fastidio per una civiltà capitalistica secolarizzata e disumanizzante, manca il coraggio di pronunciare parole nette, se necessario brutali come brutale fu Gesù contro i mercanti nel tempio, che la inchiodino ai suoi misfatti. Il più grave dei quali, da un punto di vista degli uomini e donne in carne e ossa, è aver loro negato la possibilità stessa di dare forma ai propri sogni. 

I padroni delle ferriere del 2000 sono riusciti là dove hanno fallito 

i loro avi ottocenteschi: fare del lavoro un’ossessione da inseguire e un privilegio da sospirare, riducendo gli operai della macchina ad essere contenti, se ci riescono, di correre forsennatamente, senza una meta, come topi in una ruota. Minando così la fiducia degli schiavi in sé stessi e nella capacità di cambiare lo status quo. Cosa di più anti-morale, anti-umano e, se permettete, 

anti-cristiano di tutto ciò? 

 

Alessio Mannino

 

Vallanzasca

e i "critici preventivi",

come le guerre Usa

(07/09/2010) “Vallanzasca - Gli angeli del male” è l'ultimo film di Michele Placido, appena presentato a Venezia fuori concorso e, come si conviene, preceduto da forti polemiche. Ed il punto è proprio in quel “preceduto”: il film ha suscitato negative reazioni, moraliste e pelose, prima ancora di essere visto. Se fossero sorte dopo la visione del film avremmo anche potuto analizzarle e poi accettarle o rifiutarle, ma essendo venute prima, preventive come una guerra USA, non possiamo che disprezzarle e riderne.

Certo è un film su un delinquente con le mani sporche di sangue, che però seppe affascinare la cronaca mentre era in attività, ma prima di condannarlo - il film, non il Vallanzasca - andrebbe visto come la sua figura viene trattata. Criticare Placido solo perché ha fatto un film su quel losco personaggio è, in primo luogo, un segno di ignoranza cinefila, difetto che dovrebbe essere imperdonabile, ma che invece è diffusissimo ed incoraggiato fra i critici: nel 1977 uscì già il film, di dubbio valore, "La banda Vallanzasca" di Renato Bianchi, quando la carriera del Bel René era ancora in piena attività.

Si sa, però, che in quegli anni la sensibilità dei critici da salotto buono era ben diversa (criminale era la società non l’assassino) ed anche se erano già moralisti avevano il pudore di far finta di non esserlo, basti pensare alle diverse reazioni dei professionisti dei festival riservate ad “Anni di piombo” e a “La banda Baader Meinhof”. Reazioni indubbiamente condivisibili se, come dovrebbe essere quando si recensisce un film, fossero state mosse principalmente da un punto di estetica cinematografica. Caso diverso è giustificato quando si fa l’esegesi di un film, ma non pare sia stato il caso delle varie “associazioni vittime”. Le ovazioni per il primo dei due film appena citati e le critiche per il secondo non furono, purtroppo, scatenate dal loro valore artistico, come dovrebbe essere ovvio, ma dal moralismo del nuovo pensiero unico vittimistisco obbligatorio, così come pare essere stato, preventivamente, per Placido ora a Venezia.

Criticabile fare un film su un criminale come Vallanzasca? Non entriamo neppure nella scia della, condivisibilissima, dichiarazione di Placido riguardo ai criminali, ben peggiori del Bel René, che siedono in Parlamento e ai quali potremmo agilmente aggiungere quelli dello sfruttamento finanziario e industriale: si sposterebbe il baricentro della polemica e non si smaschererebbero le contraddizioni dei moralisti.

I delinquenti, per i nostri bravi censori del pensiero e dell’arte, non devono finire su pellicola, ma se questa è la regola censoria dovremmo interdire tutti i film su Bonnie e Clyde o sul Al Capone, e su tutti i mitici o romantici fuorilegge a cominciare da Butch Cassidy e Sundance Kid. Quest’ultimo è, si noti, personaggio interpretato da Robert Redford che lo ha voluto come “titolo”  di uno dei migliori festival cinematografici statunitensi. Che poi ci sia già stato un film su Vallanzasca in Italia l’abbiamo già detto, ma forse quello non destò polemiche perché era un instant movie destinato a fare cassetta e basta, mentre questo di Placido può essere un film che fa pensare, ma qui siamo maliziosi, lo ammettiamo, perché il film non l’abbiamo visto e non entriamo nel merito: noi non critichiamo ciò che non abbiamo ancora visto.

Certo che se il personaggio del criminale protagonista fosse stato visto in maniera simpatetica, cosa che i critici preventivi non potevano sapere, le cose cambierebbero profondamente: si sa che se il criminale è reale è cattivo, se immaginario è un figo come Tarantino insegna. Potremmo citare di meglio, ma per i nostri scialbi ignoranti critici inutile andare oltre le emozioni da poco di Quentin. Il criminale, piaccia o no, nel cinema, specie se di evasione, funziona alla grande: è la rivalsa delle frustrazioni dell’integrato succubo delle regole che, nelle due ore di franchigia, vuole immedesimarsi nel ribelle di celluloide di turno. Solo di celluloide però, perché se è un ribelle o solo apparentemente “ribelle” alla Renè, ma reale, è uno che turba il suo subire di sempre: diventa uno che ha avuto le palle di uscire dalle regole, un testimonial della sua viltà di frustrato.

Abbiamo citato Tarantino non a caso perché una delle critiche mosse all’opera di Placido è stata quella economica, come dubitarne in questo mondo dove il denaro è Morale ed Arte: pare che il film debba pagare royalties a Vallanzasca. Tutti i benpensanti uniti: un criminale, uno dei pochi finiti in galera ed usciti, qualche volta, ma per evasione e non per prescrizione, non deve guadagnare sui suoi misfatti. Salvo magari scoprire che questi benpensanti dell’ultimo momento, per inseguire il conformismo della trasgressione, magari osannano Tarantino, regista che oltre a mettere in scena fior di criminali grottescamente violenti, quasi degni del Bel Renè che giocava a pallone con una testa tagliata, si è avvalso in alcune sue sceneggiature di Edward Bunker, romanziere di culto con un carriera criminale che rivaleggerebbe con quella di Vallanzasca, solo che da yankee lui non conosceva il calcio ed è morto ricco e rispettato, mentre René dorme in galera e lavora, da vinto, fuori. In sostanza se il criminale è straniero, lontano nel tempo o inventato, diventa una fasulla ribellione socialmente accettabile per i trasgressivi benpensanti da salotto, ma se ha ancora la forza di incidere sulla società meglio evitare, meglio mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi non fanno ma si deve far credere sia. I sanguinari Bonnie e Clyde sono romantici, mente Mambro e Fioravanti, con meno morti sulla loro scia però, sono da boicottare alla produzione, dovessimo arrivare alla verità e cambiare la “targa”. 

In conclusione, alla faccia di moralisti e pensabenisti, se Vallanzasca ha ancora il potere, nonostante sia un vecchio ergastolano, con l’aggravante che dalla facile spavalderia della gioventù si sia inginocchiato alla sconfitta della vecchiaia che gli fa pietire una Grazia che non merita, di smuovere così tanto la nostra sonnolenta e conformista società, ben ha fatto Placido a trarne un film, ma noi lo criticheremo solo dopo averlo visto, per adesso ci limitiamo a sbeffeggiare i critici preventivi. 

 

Ferdinando Menconi

 

Walter Fini, "ma anche" no. O forse sì. Come non si sa

(06/09/2010) Quasi due ore da abile, astuto, e convincente oratore. Per dire nulla e il suo contrario. Soprattutto, per non sciogliere il nodo principale che ha attorno al collo dal 1994 ai giorni nostri. E naturalmente, per deludere le aspettative di quanti (la ex base dell'ex leader) sono accorsi ad ascoltarlo. 

Parliamo di Gianfranco Fini e dell'adunata di Mirabello di ieri. Trovate le dichiarazioni su ogni quotidiano cartaceo e on-line, ed è solo grazie al fatto che non sono ancora partite le nuove stagioni dei talk show di approfondimento che non ne sentiremo parlare in televisione oltremodo in settimana. Per il resto, ovunque vi giriate, il discorso di Fini (tenuto praticamente a braccio senza alcun tentennamento, di questo gli va dato atto) è ovunque. 

C'è bisogno di fare sintesi dunque, per non perdere ulteriore tempo e per capire - ci vuole poco, vedremo - la portata del suo discorso di ieri. Si è trattato di un comizio degno di campagna elettorale (ambito che Fini ha deprecato nel discorso stesso), degno di un leader di coalizione. Degno, e il discorso si chiude, di Walter Veltroni.

Il nodo principale è quello di Berlusconi, naturalmente. Il Presidente della Camera ha fatto a fette il Presidente del Consiglio e il governo da lui presieduto. Punto per punto. Fini si accorge oggi di ciò che tutti sapevano dal 1994 in poi. Pantano nel quale lo stesso Fini ha disintegrato An anni addietro. Sul punto, veramente, non c'è molto da dire: Berlusconi è in politica da allora per soddisfare i propri fraudolenti interessi e Gianfranco Fini gli si è accodato, poi accucciato, poi inginocchiato (e con lui i suoi elettori) fino a oggi. 

Ma - e questo è il punto - da Berlusconi Fini non si discosta. Sì al Lodo ma basta Leggi ad Personam (perché, il Lodo cosa è?).

Come una moglie che dice peste e corna del marito ma che sempre nello stesso letto nuziale torna la sera. Insomma, si lamenta, urla, ma non chiede il divorzio. Perché altrove non potrebbe andare.

Finché Fini non avrà il coraggio (come dice di avere ma che non mostra mai) di lasciare il compagno e di fare un nuovo partito, tutto il resto è fuffa da quotidiano, è scena da teatro di sceneggiata napoletana. Roba da Filumena Marturano.

I punti più interessanti - e gli altri pochi da mettere a fuoco - sono però altrove. Contrastanti, all'insegna del "ma anche" di Crozza e Veltroni.

In versione random - cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia - Fini arringa la folla tricolore e nazionalista (con inclinazione romanticamente autarchica?) citando le privatizzazioni necessarie, dice che i conti del nostro Paese tengono confermando di non saper far di conto o di saper raccontare balle. Arringa i giovani con la questione generazionale senza specificare il come porla e realizzarla, e arringa tutti, in generale, con un calembour di termini presi qua e là e messi insieme a casaccio.

Parla di futuro e di doverlo affrontare con la competitività - che è esattamente ciò che ci ha rubato il futuro. Parla di uno Stato che deve essere Nazionale e allo stesso tempo competere con il mondo intero, naturalmente stando al gioco della globalizzazione. Parla di un patto tra capitale e lavoro, come se la cosa, al mondo di oggi, si potesse fare e egli stesso abbia mai dato dimostrazione di volerla impostare. Parla - e la cosa è fantastica, degna di Settimana Enigmistica - di uno Stato che deve essere al tempo stesso Liberal e Social. Come se si potesse parlare di LiberalSocialisti, WelfareGlobalizzato, AnarcoDemocratici, ComunitariNewGlobal.

Tutto insomma. E il contrario. Messi insieme. Una matassa di nulla stretta al collo. Senza tagliare i nodi gordiani: Berlusconi, Stato, Sociale o Privato, Sudditi o Padroni.

Un nulla sul quale si parlerà molto a lungo.

 

Valerio Lo Monaco

 

PS Onore al merito - se non altro di averlo detto - di voler tornare alle preferenze nelle tornate elettorali. Domanda: quale partito mai, quale coalizione, quale premier, al giorno d'oggi, accetterà di perdere la possibilità di nominare i propri vassalli dopo aver ricevuto il placet elettorale dai propri sudditi? Per questo, come per altro, resta da vedere. Per ora il tutto è scritto sull'acqua di Ansedonia.

 

Ehilà, Walter.

Ma non ti eri ritirato?

(07/09/2010) È rispuntato Veltroni. Col suo solito armamentario di cose vecchie spacciate per nuove. Con le sue solite parole d’ordine tanto perentorie nel tono quanto indeterminate nella sostanza: innovazione e riformismo. Con le sue solite “analisi” che fissano i punti di partenza e quelli di arrivo, ma sorvolano sui tempi e sui modi del percorso che dovrebbe condurre dagli uni agli altri. Come sempre, gli obiettivi cedono il posto agli auspici. Ovvio. Gli obiettivi sono vincolanti. Gli auspici no. Basta che siano suggestivi. Se affermo che bisogna tassare le rendite finanziarie almeno (e sottolineo almeno) quanto il lavoro dipendente è un obiettivo preciso, che in quanto tale è soggetto a verifica. Se mi limito a sostenere che ci vorrebbe maggiore equità nell’imposizione fiscale è un semplice auspicio, vale a dire il fratello furbo delle chiacchiere da bar.

Veltroni, com’è noto, è un politico di lunghissima esperienza. Ma come avviene di regola qui in Italia, specialmente in ambito parlamentare, l’esperienza è una cosa e la competenza un’altra. Più che esperto, nel senso nobile del termine, Veltroni è smaliziato. Conosce i meccanismi e cerca di utilizzarli. In teoria naviga. In pratica si barcamena. Esce dal porto con le vele spiegate e in pompa magna, come se si accingesse a varcare l’oceano e a (ri)scoprire l’America. Dopo di che sparisce dietro il promontorio più vicino e cala l’ancora. Così ci mette di meno, a rientrare alla base.

L’ennesima dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, è in questo “documento” (che pubblichiamo in calce) che ha appena sfornato e che porta la firma – congiunta, come nelle società di persone in cui nessuno si fida a tal punto degli altri da delegare l’amministrazione a uno solo – di Fioroni e Gentiloni. Giuseppe Fioroni, di ascendenza democristiana, e Paolo Gentiloni, di remoti e giovanili trascorsi nell’estrema sinistra e di successivi e più pragmatici approdi nell’entourage di Francesco Rutelli. Centrosinistra allo stato (im)puro. Centrosinistra rigorosamente senza trattino. Shakerato ad alta velocità, e in tutta fretta, per eliminare ogni traccia degli ingredienti originari. Giusto un sentore di ulivo. Una fragranza leggera di margherita. Pecunia non olet. Politica non profumat.

Le quasi quattromila parole del testo non dicono nulla di nuovo, e non potrebbe essere diversamente. Se vuoi lasciare le cose come sono, senza neppure sfiorare i cardini economici e sociali su cui ruota il sistema, i margini di manovra sono quelli che sono. Cigola tutto? Ci vuole un po’ d’olio. Le porte d’ingresso sono bloccate e un numero sempre più alto di cittadini non ha accesso alla festa? Abbiate pazienza. Stiamo vedendo se dal buffet c’è avanzato qualcosa e, nel caso, non mancheremo di distribuirlo. 

L’unica cosa interessante, alla fine, è che Veltroni & Co. rilanciano una delle peggiori corbellerie degli ultimi anni: la «vocazione maggioritaria del Pd». Infatti, sottolineano i tre, «senza un partito grande del riformismo, un partito a vocazione maggioritaria, capace di competere per il primato nel Paese e di attrarre e organizzare attorno alla sua proposta le migliori energie intellettuali e morali, sociali e civili, le stesse alleanze, come si dimostra oggi, sono più difficili e non più facili». Insomma: siccome un Pd più forte ci solleverebbe da un sacco di fastidi (discutere con Di Pietro, venire a patti con Casini, non escludere del tutto qualche genere di alleanza con quello che resta della sinistra post comunista) ce ne strainfischiamo di com’è fatto davvero il quadro politico italiano e insistiamo con la pretesa di trasformare le elezioni in una partitella ad asso-piglia-tutto. Chi prende la maggioranza relativa dei voti, quand’anche largamente al di sotto del 50 per cento, si prende la maggioranza assoluta dei seggi. Un’idea davvero astuta, se non fosse che è sputtanata da un pezzo.   

 

Federico Zamboni

 

Toh, l'alcol fa bene.

Alla salute, alla socialità. (ma non ditelo

ai media di massa)

(16/09/2010) Meglio esagerare che essere astemi se volete vivere più a lungo. Quasi una istigazione a delinquere in questo mondo salutista, ma in realtà siamo in linea con la difesa della salute: un recente studio pubblicato su Alcoholism, Clinical and Experimental Research, e basato su un campione di 1824 persone fra i 55 e i 65 anni per un periodo di 20 anni, ha constatato che i bevitori vivono più a lungo.

Uno studio scientifico serio, di quelli compiuti su campioni significativi di popolazione, non su qualche topolino da laboratorio, che in fondo conteneva una buona notizia, eppure non ha avuto gran rimbalzo sui media, nonostante ogni minima sciocchezza concernente salute e nutrizione abbia sempre grande eco sui nostri telegiornali, anche per rubare tempo e attenzione alle notizie realmente rilevanti.

Eppure ci teniamo così tanto alla salute, avrebbe potuto essere interessante sapere che, durante la durata dello studio, sono morti il 69% degli astemi contro il 61% dei forti bevitori, mentre solo il 41% dei bevitori moderati ha abbandonato per sempre il bancone del pub, battendo in longevità anche i bevitori leggeri. Lo studio, purtroppo, va in controtendenza alla criminalizzazione dell’alcol, la quale se se ha giustificazione sull’ubriachezza alla guida, che è comunque cosa diversa dai limiti di legge, non ne ha in tutte le altre misure di contorno, repressive nei confronti dei locali e terroristiche nella comunicazione, specie alla luce del recente studio.

Viene il dubbio che il “salutismo” imperante sia una versione del bigottismo moralista in senso progressista, che ci si trovi di fronte a una versione della trita morale per la quale tutto ciò che buono fa male e che se provi piacere devi sentire un corrispondente maggiore senso di colpa: quindi se giunge una notizia secondo cui il “peccato”, oltre ad essere buono, fa bene alla salute, deve venir messa la sordina.

C’è un altro dato, però, ancor più interessante: a parte i noti effetti benefici come antiossidante e anticolesterolo del vino, ma ormai pare assodato estendibili a birra e superalcolici, non si ravvisano effetti fisiologi diretti che leghino longevità e consumo di alcol. Il positivo, infatti, pare essere altrove. L’altrove è nel fatto che il bevitore esce di casa più spesso, socializza di più. L’alcol è una nota antichissima droga sociale: è l’interscambio relazionale, anche emotivo, con altri essere umani che allunga la vita all’uomo, tenendogli sveglio il cervello più di quanto glielo annebbi l’alcol.

Non dimentichiamo, poi, che viviamo in una società della solitudine, che la comunicazione è sempre una comunicazione mediata, che abbiamo “amici” nei social network che sentiamo via “Skype”, ma che non abbiamo mai visto negli occhi. Le micromunità solidali di un tempo sono scomparse, ma un pub di quartiere può essere un buon surrogato. Uscire da una stressante giornata di lavoro e pensare di andare a un aperitivo al pub e vedere le solite facce amiche dà un motivo di più per affrontare la giornata e anche di aver voglia di affrontarne un’altra, magari per raccontarsi quattro futilità condite da una risata che sfogano mille piccole o grandi frustrazioni. Niente di che, ma molto di più che chiudersi fra quattro mura davanti a un televisore.

Forse è proprio qui il punto della mancata diffusione della notizia,: avrebbe potuto portare a una diminuzione dell’audience, con l’aggiunta del rischio di avere meno menti ebeti da indottrinare che avrebbero potuto ritrovarsi appoggiate ad un bancone, cominciando magari a superare le futilità e, con l’aiuto dell’alcol, passare ad approfondimenti inconciliabili con le esigenze della propaganda. Esageriamo forse, ma non molto: non sono pochi i movimenti politici nati e cresciuti nei bar e la Francia della cultura del XX secolo senza bistrot non sarebbe stata concepibile.

Sì, il vizio del bere può essere pericoloso, ma visto che allunga la vita, lo è più per i moralisti e gli imbrigliatori di pensiero che non per la salute, ed infatti, nonostante lo studio scientifico, è immediatamente piovuto il Surgeon General's Warning, che ha ribadito la terribile pericolosità e negatività sociale dell’alcol, negando, di fatto, la scienza e l’esperienza, sostenendo che: per i benefici della socialità basta un buon amico. Ma è proprio lì il punto: dove te li fai gli amici se stai a casa? L’alcol può essere pericoloso e il suo abuso fa male, ma l’astemia è peggio, si rassegnino il Surgeon General e i moralisti che han chiuso i bar*

 

Ferdinando Menconi

 

*Guccini: Canzone di notte n°2

 

Se Beppe Grillo fa paura anche a Di Pietro 

(il quale non ha tutti i torti)

(16/09/2010) L’Italia dei Valori, il partito gestito familisticamente dal padre-padrone Antonio Di Pietro 

(in questo, seppur per ragioni caratteriali più che aziendaliste, simile all’odiato Berlusconi), è in tutto e per tutto una forza interna al sistema pseudo-democratico. Può essere considerato il meno peggio perché quanto meno sul fronte della legalità è coerente con la propria fede repubblicana e costituzionale e non fa un’opposizione in ginocchio, cioè fa opposizione. Ma pur sempre restando dentro la gabbia partitocratica. Ecco perché era fatale che prima o poi entrasse in rotta di collisione con un nuovo attore della sceneggiata elettorale, quello comparso proprio per rubargli i voti scavalcandolo in radicalismo: Beppe Grillo. «La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. La lista Cinque Stelle è una novità positiva ma anche un enorme rischio che può trasformare Grillo nella polizza vita di Berlusconi». A dirlo è il capogruppo IdV alla Camera, Massimo Donadi. Un fedelissimo di Tonino. Il quale dev’essersi allarmato per i recenti sondaggi che danno il Movimento 5 Stelle di Grillo attestarsi al 3,6% su scala nazionale, e contemporaneamente il proprio partito scendere dall’8,1% di giugno al 5,5 di oggi. Chiaro travaso di simpatia verso l’amico-nemico che sul suo blog ribadisce: «Il MoVimento 5 Stelle non è di destra o di sinistra, di centro sinistra o di centro destra, è avanti. Non è un alibi a disposizione per chi, per sua incapacità, perde le elezioni come è avvenuto in Piemonte, dove il centro sinistra era alleato (sic) con l'UDC, o le perderà in futuro». Lapidaria risposta tagliata su misura per Donadi, che dal canto suo rispolvera la truffa del voto utile: «La sua lista, fuori dal centrosinistra, disperderebbe un patrimonio di voti, togliendoli a una coalizione con reali chance di vincere. Con questo sistema elettorale, ogni voto tolto al centrosinistra è un voto regalato a Berlusconi. Che, in questo scenario, benedirebbe Grillo come il suo più fedele alleato. Più di Bossi». Perché, sostiene sempre il dipietrista che guarda già all’alleanza col Pd, «non è vero che il centrosinistra è uguale al centrodestra». Se lo dice lui…

Niente di nuovo, se si guarda al dipietrismo incistato nella Roma parlamentare e felice di esserlo. Ma la vera incognita è rappresentata dal grillismo. Beppe il tribuno del web, il catalizzatore della rabbia di pancia contro tutto e contro tutti, il marchio vivente di una generazione di venti-trentenni alieni dagli schemi passatisti di destra e sinistra, 

ha dato vita ad un soggetto politico che correrà alle elezioni nazionali, dopo aver saggiato, e con un certo successo, solo quelle comunali e regionali. 

Lui giura che non sarà l’ennesimo partitino, perché nato senza gerarchia, senza tessere, con un programma elaborato dal basso, allergico alle logiche di casta e di mafia che ammorbano le istituzioni. 

Ma i punti critici sono due. Il primo è che chi mette un piede nella stanza dei bottoni, per quanto da guastatore, deve accettarne volente o nolente i riti e i paletti. Può forzarli, può protestarvi contro, può sbandierare un giorno sì e l’altro pure la propria diversità, ma non può mandarli a ramengo come meriterebbero. Eppure, se davvero si volesse sbaraccarli per far posto ad un nuovo ordine istituzionale, il rischio di usarli senza esserne usati si potrebbe in teoria anche tentare. Tuttavia per far questo – e arriviamo al secondo punto, decisivo – bisogna avere ben chiari gli obbiettivi finali. E qui casca l’asino. Perché, come abbiamo già avuto modo di scrivere, lo scopo del movimento grillino non è chiaro. Non lo è perché non ha il requisito fondamentale per andare al di là di un riformismo generico anche se infuocato e a conti fatti puramente agitatorio: manca un pensiero alternativo, forte e profondo. Un’ideologia, si sarebbe detto una volta. Il programma 5 stelle, tutto per benino, ecologista a manetta, condivisibile nella difesa terra terra dei beni pubblici, è veramente poca cosa. Non c’è una grande visione, non c’è la “grande politica” di cui abbiamo estremo bisogno per contrastare il pensiero unico industrial-capitalista e globalista. 

A leggere ciò che scrive quotidianamente Grillo si trovano spesso spunti interessanti, nell’ottica di un ribaltamento dei valori comunemente dati per scontati. Ma un’elaborazione intellettuale coerente e un’individuazione delle cause a monte (e dei colpevoli a livello internazionale, e non solo nel cortile italiano) non si vedono, e non si vede neppure l’intenzione di colmare tale vuoto di fondo. Perciò ben venga, a guastare la festa ai partiti Idv compreso, il grillismo alle urne. Ma non illudiamoci sulla sua reale portata. Almeno stando ai fatti finora sotto i nostri occhi.

 

Alessio Mannino

 

Quando il debito cresce...

si preparano BCE

e agenzie di rating

(15/09/2010) Non che ci volesse la palla di vetro o la Pizia di Delfi. E neanche interpretare una terzina di Nostradamus. Ma la rimozione di ipocrisia sì, così come la volontà di vedere le cose per quello che sono e non per quello che vorremmo che fossero: il debito pubblico italiano è in crescita. In forte crescita. Come quello di tutti i Paesi europei, sia chiaro. Ma intanto, dedichiamoci al nostro.

Lo dice la Banca d'Italia, il che può significare poco o molto, dipende dai punti di vista. La Banca d'Italia fa gli interessi dei suoi azionisti, ovvero le Banche che in teoria dovrebbe controllare, ma in questo caso il messaggio è comunque utile a tutti. Almeno per prendere coscienza di quanto sta accadendo. 

Un paio di numeri e poi la (semplice) analisi: il nostro debito pubblico (diviso equamente tra ognuno dei cittadini italiani) al momento è pari a 1.838,296 miliardi di euro. Grossomodo circa 30 mila euro cadauno, uomini donne anziani e bambini. Per non parlare di quelli nascituri. Una cifra complessiva che solo un idiota potrebbe pensare di poter restituire, o prima o poi. È il record toccato a luglio scorso. Non solo. Siccome congiuntamente a questo - ovvero a un aumento del 4.76% in un anno - c'è anche l'ovvio calo delle entrate tributarie (le aziende e i privati guadagno meno e dunque versano meno imposte) il rapporto deficit-pil (quest'ultimo di circa l'1%) è destinato a salire.

Fin qui anche un adolescente può capire bene la cosa e lo stato disastroso di un Paese che è tecnicamente fallito da anni. Ciò che invece, e non gli adolescenti, ma la maggioranza degli italiani, fatica a capire, è la direzione che questa cosa prevede e soprattutto la destinazione finale. Come al solito, imboniti come pecoroni (avete visto la prima pagina dell'ultimo numero del mensile?) dai vari opinionisti e politici da salotto, ciò che non si riesce a mettere a fuoco è che il circolo nel quale siamo, dal punto di vista economico, è vizioso. E non può che condurre a situazioni sempre peggiori. Lo Stato spende più di quanto incassa. Incassa meno perché il nostro sistema sta crollando e l'economia e i posti di lavoro sono in calo, e non può che continuare su questa strada considerando che il sistema economico - ancora più semplicemente: matematico - per uscire dalla crisi, ovvero produrre e consumare di più, stanti così le cose non può essere attuato. Ergo il debito aumenta. Infinitamente.

Per spendere meno si dovrebbero ridurre i servizi (ed eliminare gli sprechi, cosa che non avverrà mai, visto che questa classe politica che abbiamo si alimenta e si auto sostiene proprio grazie alle clientele di vario tipo). Oppure si dovrebbero aumentare le tasse. Pagate da chi e come non è dato sapere, visto che in generale gli italiani stanno messi peggio di prima, i posti di lavoro si perdono, le fabbriche chiudono. Senza considerare, naturalmente, che anche ripartisse l'economia sempre verso uno schianto andremmo, per la stessa natura del meccanismo nel quale siamo (discorso noto almeno ai lettori di Massimo Fini e di questo giornale).

L'ultima bolla (ne parlammo già qui, ed era il mese di maggio 2009: L'ultima bolla. Prepariamoci) è dunque quella del debito pubblico: far gonfiare quello, visto che altro non si può fare, spostando in là, e su "spalle" non meglio precisate, la resa dei conti.

Ma, e il cerchio inizia a chiudersi, ecco accorrere la Banca d'Italia a dare il suo monito. E presto la BCE: i parametri non possono saltare. E quindi non stupirà che da un momento all'altro le varie (private) agenzie di rating internazionali decideranno di declassare l'Italia. Con quello che ne consegue. E che in Grecia, per essere chiari, è già in stato avanzato.

A quel punto accorreranno le Banche private in "salvataggio" concedendo denaro, piegandoci con l'interesse a strozzo legalizzato, ai loro tassi e al mercato delle speculazioni. A quel punto - ma già ora - saremo schiavi del tutto.

Senso di soffocamento? Chi ha capito la situazione lo prova. Resta da vedere quando la cosa sarà capita dalla massa inerme. Che forse solo allora si potrà pensare di prendere le armi. E probabilmente non sarà la cosa peggiore a poter accadere.

 

Valerio Lo Monaco

 

Dead men waiting.

E poi parlano dell’Iran

(15/09/2010) Una buona notizia finalmente: nelle prigioni statunitensi non ci saranno più esecuzioni capitali almeno fino alla fine del 2010. No, non ci si illuda, nessuna moratoria. Banalmente è finito l’anestetico usato dagli stati che prevedono la pena di morte. La Hosipra, società farmaceutica che produce il barbiturico (Thiopental), è rimasta a secco, e prevede di riuscire a rifornirsi del principio attivo solo a inizio 2011. I 3.263 ospiti dei vari “Death row” quindi dovranno attendere per morire.

Nel frattempo della sorte di Sakineh, la 43enne iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e complicità nell’omicidio del marito, non si sa nulla di preciso. L’esecuzione sembra essere stata sospesa, e l’opinione pubblica mondiale (ossia occidentale) sente di aver raggiunto lo scopo, pur restando 

con i fucili mediatici puntati su Teheran, 

in attesa di completare la sua opera di ingerenza nella giurisdizione di uno Stato sovrano 

(ovviamente non occidentale).

Come è stato scritto su queste pagine da Massimo Fini, il centro della questione non è la pena di morte, sulla cui legittimità si può raccogliere un’opinione diversa per ogni persona e per ogni fattispecie nell’ampio spettro delle infamie realizzabili da un essere umano. La lapidazione, ha notato Fini, non è una semplice condanna a morte ma, in Iran come altrove, è concepita come una vera tortura, ossia come un atto di crudeltà che nulla ha a che fare con la giustizia. La stessa illegittima crudeltà esercitata dagli americani a Guantanamo, con il pretesto della extraterritorialità. Eppure l’indignazione planetaria (sempre occidentale) punta dritta verso il “paese canaglia”, secondo una definizione coniata, guarda caso, proprio dagli Stati Uniti, che “canaglie” non sono mai, almeno nella vulgata diffusa a martello dai media. Eppure c’è qualcosa che va oltre la tortura in sé e il parallelo con Guantanamo.

L’Iran è vissuto dal comune sentire (occidentale), e in parte è, come un paese dove la spinta verso l’evoluzione culturale e civile confligge con elementi tradizionali quasi primitivi, legati in gran parte alla religione. All’occidentale la lapidazione suscita l’immagine dell’adultera del Vangelo, tempi e costumi arcaici, quasi mitologici. Finisce cioè per apparirgli come un fatto in un certo senso coerente, per quanto orribile, con l’idea diffusa di un Iran “arretrato” e “barbaro”. Ma è la stessa disinvoltura culturale con cui egli associa, condannandola con indignazione, la scientificità dei nazisti nello sterminio degli ebrei con la natura sistematica del popolo tedesco, con quelle sue caratteristiche tipicamente “teutoniche” di precisione e freddezza.

Nessuno sembra però rabbrividire di fronte alla stessa determinazione con cui negli USA si lasciano in interminabile (e torturante) attesa i condannati a morte (il prossimo è previsto domani, in Kentucky,

con l’ultima dose di Thiopental disponibile, dopo 22 anni dalla sentenza). O di fronte alla stessa scientificità sistematica con cui, sempre negli USA, si provvede a iniettare nei condannati sostanze letali in sequenza, davanti a un pubblico generalmente indifferente, quando non compiaciuto. 

O di fronte allo stesso efficientismo aziendalista con cui le amministrazioni penitenziarie statunitensi si approvvigionano del barbiturico letale, sospendendo le esecuzioni quando ne rimangono a secco, come se fosse normale che la vita o la morte di un essere umano dipendano dall’andamento delle scorte di magazzino. L’automatismo della condanna davanti alla disumanità del metodo, dunque, scatta immediatamente se si tratta di stigmatizzare la meticolosità gestionale di Eichmann o la bestialità primitiva della lapidazione in Iran. 

Che nelle carceri USA non si uccida più per un mero intoppo logistico, invece, non smuove la coscienza di nessuno, prova ne sia che sui media il fatto viene presentato quasi come una nota di colore. Vero è che la Storia la scrivono i vincitori, ma lo stesso tipo di manipolazione si annida anche nella cronaca. 

Anche nel modo in cui si riesce a imporre una versione, 

una narrazione della realtà (e a lungo andare della Storia), che sia in grado di appiattire le percezioni  

e di normalizzare l’opinione pubblica. In epoca di predominio mediatico, insomma, basta un buon ufficio stampa per preparare il terreno del consenso – o del disinteresse – per le guerre illegittime d’aggressione e d’affari, e per potersi permettere il lusso dell’ipocrisia. 

Gli USA e Israele da questo punto di vista hanno 

molto da insegnare all’Iran e alle altre “canaglie” 

del mondo, presenti e future.

 

Davide Stasi

 

Ore 20: Mentana Show! (meglio di tutto il resto, comunque)

(15/09/2010) Personalmente, non siamo mai stati fan di Enrico Mentana. Agli inizi degli anni ’90, con l’invenzione del Tg5, ha importato in Italia il modello di telegiornale all’americana: una mitragliata di notizie ansiogene e decontestualizzate, cronaca nera come se piovesse e sangue a fiumi, gossip e cavolate in prima serata. Prima alla Rai in quota socialista, tecnicamente molto bravo, ha attraversato la parola ascendente dell’era berlusconiana al timone della nave ammiraglia, come si dice in gergo, dell’informazione Mediaset. Non è mai stato scopertamente e ferocemente fazioso come Emilio Fede o Paolo Liguori, ma il suo modo di fare giornalismo televisivo, condensabile nel binomio “paura&divertimento”, era il sistema più funzionale alla way of life impersonata nel nostro paese da Berlusconi. 

Era perché il Mentana di adesso, neo-direttore del tg di La7, non è più il Mentana di allora. Cacciato, di fatto, dall’azienda del brianzolo di Arcore perché con la sua ultima trasmissione a Cologno Monzese, il talk show Matrix, aveva finito col dare quel poco di fastidio che è già troppo per il padrone e i suoi gregari, “Chicco” ha cambiato stile, visione, ideologia televisiva. Dopo tre settimane al timone del nuovo notiziario, ha mostrato cosa ci voglia nell’Italia di regime per sfornarne uno non diciamo coraggioso o d’assalto, ma appena decente, interessante, guardabile. E, volendo prendere per buoni lo share che è pur sempre un dato puramente quantitativo e ad uso pubblicitario, i numeri gli hanno dato ragione: il piccolo Davide si è attestato sul 6% circa, ritagliandosi una nicchia scomoda per i rivali-Golia del Tg1 e del Tg5 divenuti carrozzoni sempre meno credibili e sempre più scontati, noiosi, appiattiti su un’agenda vuota di notizie ed entrambi sfacciatamente megafono del governo e del suo leader Berlusconi, da cui dipendono o, nella Rai lottizzata, come Presidente del Consiglio, o, a Mediaset, come proprietario in immarcescibile conflitto d’interessi.

Come ha fatto, il redivivo Mentana? Semplice: non ha inseguito la concorrenza, è andato controcorrente. Relativamente pochi titoli (7-8 in tutto), di cui uno o massimo due su sport o eventi “leggeri”, e il resto un sagace approfondimento dell’attualità politica e sociale dando risalto a ciò che merita secondo una propria linea senza ipocriti bilancini, opinioni contrapposte per alimentare il confronto, un’ospite in studio sul fatto del giorno, nessuna concessione al frivolo e al chiacchiericcio. Se si aggiunge il jolly del suo indubbio carisma di fronte alla telecamera e la domanda di pubblico che da tempo aspettava un telegiornale degno di questo nome, il successo non ha nulla di misterioso né di miracoloso o rivoluzionario. 

Il perché l’abbia fatto solo ora, bisognerebbe chiederlo a lui. Evidentemente è rimasto scottato dalla purga berlusconiana, oppure, più verosimilmente, ha accettato di firmare un prodotto giornalisticamente adatto ad una rete come La 7. Finora, l’emittente di proprietà del gruppo Telecom è rimasta un’anatra zoppa nel panorama via etere italiano per non disturbare lo strapotere del signore di Arcore, che da Palazzo Chigi ha i suoi strumenti di persuasione (politica, legislativa, economica, finanziaria) sulla multinazionale guidata dal prodiano Franco Bernabè. Ma Berlusconi teme l’espansione del magnate mondiale Rupert Murdoch dal digitale al terrestre, e nel risiko delle frequenze una La7 più forte negli ascolti e quindi sul mercato pubblicitario può costituire un tassello utile a difendere i propri interessi dal suo vero nemico (“La nuova direzione di La7. Bernabè, il terzo polo e la tregua armata con B.”, Il Fatto Quotidiano, 9 settembre 2010). Insomma, se Mentana può fare quello che fa ogni sera alle 20 è perché glielo lasciano fare. O meglio, perché glielo lascia fare il suo ex editore. Che stringi stringi non ha smesso di esserlo neppure ora. 

 

Alessio Mannino

Parole avvelenate - La Smemoria

A che punto è la crisi?