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Post-Berlusconi: e dopo, che sarà?

Per motivi anagrafici, giudiziari e parlamentari, per un verso o per un altro, si inizia (per fortuna) a parlare del “post Berlusconi”. Il che è un bene, visto che si tratta del peggiore esponente politico degli ultimi decenni. Ma il dopo è tutto da scrivere. E non è affatto detto che sarà meglio, con la classe politica che ci troviamo. 

 

Si sta iniziando a parlare sempre più spesso dell’era post-Berlusconi. L’indignazione delle persone aumenta: per le leggi bavaglio, per le leggi ad personam che proteggano i componenti di caste e cricche varie, per le mani messe in tasca agli italiani che si moltiplicano nonostante le false promesse e nonostante si sia negato fino al limite del possibile l’esistenza di una crisi che attanaglia il mondo da almeno due anni. E sarebbe anche ora, verrebbe da dire. Ma la domanda è: e poi? Che cosa ci aspetta dopo la fine, si spera, del regime mediatico in cui stiamo vivendo? Che cosa comporterà il tramonto dell’attuale classe politica, il crollo su se stesso del sistema PDL-PD che, senza troppe remore, ha partorito e promosso, in modo rigorosamente bipartisan, le peggiori nefandezze che un sistema democratico sia disposto ad accettare? Saremo pronti, come italiani, a re-inventare un Paese degno di essere ancora chiamato libero, democratico e soprattutto civile? Riusciremo anche dopo la seconda repubblica a non far più dell’Italia un far west in cui ognuno pensa solo ai fatti propri?

Il dubbio è più che lecito, se si guardano ad esempio i dati sull’evasione fiscale, o se si pensa a cosa ci ha portati il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Il clamore di quest’ultimo periodo sta ricordando a molti quello che fu l’inizio di tangentopoli, e sta portando gradualmente a pensare che ci aspetti una lunga serie di scandali ed inchieste che faranno crollare come un castello di carte l’attuale sistema di gestione della cosa pubblica. Ma siamo sicuri che la casta, la cricca, o comunque la si voglia chiamare, non sarà pronta a rinascere dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice? La mentalità di un popolo non può cambiare dall’oggi al domani, purtroppo. E come il fenomeno di Obama non ha portato gli americani a “negoziare i loro stili di vita”, così l’eventuale crollo del duopolio PDL-PD non basterà a risanare l’Italia da debiti che, ormai da un secolo e mezzo e non solo a livello finanziario, ha contratto innanzi tutto con se stessa. 

Certo una nuova classe politica virtuosa potrebbe fare molto per indirizzare uno Stato in modo da renderlo più onesto, più cosciente, più civile, appunto; può aiutare la popolazione a sviluppare un minimo di senso civico; può investire sull’istruzione e sulla ricerca, piuttosto che spendere soldi pubblici nell’organizzazione di concorsi per aspiranti veline. Ma agli italiani, o meglio, alla maggioranza degli italiani, tutto questo piacerà? Saremo pronti a non aspettarci sempre e comunque che qualcun altro si possa occupare degli affari pubblici? Saremo ancora in grado, a livello nazionale, di capire tutto ciò che vada al di sotto della superficie, vedendo come siamo stati abituati in questi ultimi decenni? E soprattutto, saremo pronti a non badare più solo agli affaracci nostri? Magari togliendoci di dosso la cappa di Paese provinciale e maleducato che siamo, valorizzando quelle caratteristiche tipiche del territorio e del tessuto sociale italiano che invece abbiamo imprudentemente abbandonato?

Le persone oggi sono, almeno in teoria, più colte di una volta e, sempre in teoria (e quando si tralascia il fatto che migliaia di comuni in Italia continuano a non avere l’ADSL), hanno un maggior accesso ad una libera informazione. C’è però un innato bisogno, comune a tutti, non solo italiani, di affidarsi a qualcuno più grande e potente di noi (che sia un Dio o un governo), che ci protegga come nel primo caso o che ci dia l’illusione di farlo come nel secondo, che ci spinge a chiudere spesso gli occhi davanti alla verità o a certe evidentissime contraddizioni. E se pensiamo che l’era berlusconiana dura da prima della discesa in campo del Cavaliere, il timore è che essa possa continuare a lungo anche dopo. Ha caratterizzato tutto l’ultimo trentennio, e certe cose rischiano di non potere essere spazzate via, senza un reale cambiamento di fondo. Abbiamo idea degli effetti a lungo termine per leve di giovani adulti che sono nati e cresciuti nell’Italia “aziendale” delle televendite o, peggio, dei tronisti e dei reality show? In altre parole, saremo pronti al cambiamento, quando finalmente arriverà?

Ci vuole un nuovo tipo di concezione comunitaria (e non necessariamente di carattere nazionalistico vecchio stampo) ora, non quella becero che vieta di paragonarci a Spagna o Grecia, che ci fa pagare due milioni di euro al giorno per Alitalia, bruciare allo stadio bandiere di altre nazioni o sfogare le nostre ansie e frustrazioni nella xenofobia più ottusa. Ci serve una coscienza di sentire comune, di far parte di un percorso condiviso che vada oltre l’entusiasmo per le vittorie, quando ci sono, di Valentino Rossi o della nazionale ai mondiali di calcio. Perché non serve fare carte false per restare nel club dei “Grandi della Terra”, se poi siamo un Paese palesemente vecchio, triste, sfiduciato, e, alla fine, per niente ricco. Ciò che dovremmo aiutare a crescere non sono il PIL ed i consumi, ma la nostra qualità di vita. Semplicemente tornando ad essere noi stessi, scrostandoci di dosso la “falsa coscienza” che ci è stata inculcata da trent’anni a questa parte, e liberandoci dai falsi modelli che l’hanno diffusa.

Dovremmo iniziare a farlo proprio ora, alla vigilia della tempesta che ci aspetta, se vorremo poi goderci l’aria serena che, presto o tardi, tornerà almeno per qualche tempo in quello che, infrastrutture dell’assurdo e consumo di territorio permettendo, riesce ancora a farsi chiamare “Bel Paese”. Perché il timore è che alla classica nonchalance con cui in Italia si pensa solo ad ottenere ciò che si vuole a discapito del bene comune, si sia aggiunto l’individualismo estremo, l’arrivismo a tutti i costi e la superficialità del modello berlusconiano, gli stessi che hanno portato politici della seconda repubblica a finanziare illecitamente se stessi, invece dei propri partiti. Intaccando la nostra mentalità ed abituando le nostre coscienze così a fondo da richiedere ben più di un cambio di classe dirigente. Che, in ogni caso, è il primo passo da compiere, ed al momento il più auspicabile, affinchè l’arresto della metastasi dei conflitti di interesse che incancreniscono questo Paese possa finalmente iniziare.

 

Andrea Bertaglio

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