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Brunetta: dal salario al sudario

Col Brunetta studioso, quel che viene
prodotto dal lavoro scompare
dall’orizzonte, e la propria vita diventa
semplicemente moneta da smerciare.
Il male, ovviamente,
è l’equazione “vita=lavoro”

C’era un tempo in cui il ministro Renato Brunetta, l’ultimo seguace di Stakanov, scriveva libri. Il veneziano dalle umili origini, consulente dell’illustre concittadino Gianni De Michelis nei rampanti anni ’80, socialista craxiano, dal 1991 è docente di economia del lavoro all’università romana di Tor Vergata (anche se le circostanze che lo portarono ad assumere la cattedra ordinaria non sono chiare, come ha messo in luce l’Espresso in un’inchiesta di due anni fa1). Nel ’94, anno decisivo – passaggio definitivo dalla Prima alla Seconda Repubblica, con la nascita di Forza Italia a cui aderì per poi diventarne eurodeputato nel ’99 – la “Lorella Cuccarini”  del governo pubblica un saggio che, riletto oggi, pare scritto da un pericoloso sovversivo. Il titolo è già preoccupante: “La fine della società dei salariati”. Nei ringraziamenti iniziali l’autore spiega l’impulso che ne sta alla base: «Qui dentro non c’è nulla di nuovo, c’è solo la voglia di ricominciare a sognare». Ed effettivamente, di farina del suo sacco non ce n’è, in questo aureo libretto nel quale il professor Brunetta riassume e assomma due differenti ma vicine teorie su come superare il rapporto standard fra capitalista e lavoratore, cioè appunto il salario. Fa, né più né meno, il divulgatore. Ma schierato, perché parteggia per mettere un frego a duecento anni di “ingiusta mercede”, per parafrasare l’enciclica Rerum Novarum (1891). 

 

Neo-keynesiano

Ma andiamo con ordine. Brunetta parte da un problema: la disoccupazione cronica che attanaglia le società occidentali e il suo inesorabile impantanarsi nella precarietà, lavorativa ed esistenziale. Nel 1994 era ancora una mezza previsione, oggi è una realtà sotto gli occhi di tutti: si accettano «opportunità di lavoro meno qualificate, a salari più bassi…, e meno sicure», innescando «una spirale involutiva fatta di lunghe attese, dequalificazioni, instabilità». L’economista spiega chiaramente che la disoccupazione come fenomeno di massa nasce col lavoro inteso in senso moderno2: «il lavoratore vende la sua forza lavoro ad un imprenditore in cambio di un salario», pertanto «la disoccupazione… si manifesta con la generalizzazione del lavoro salariato». Allora Brunetta simpatizzava per il modello keynesiano, e credeva nell’intervento dello Stato per correggere la strutturale mancanza di lavoro tipica del capitalismo (quello che Marx chiamava Esercito Industriale di Riserva, da cui pescare manodopera a basso prezzo e calmierare così il suo costo). Altro che liberismo, sentite qua: «L’alternativa è tra disoccupazione… oppure precarizzazione e mercificazione… sulla base però di più bassi salari e tutele…. E’ quanto sta puntualmente avvenendo. Ritorna la necessità di “più governo” perché il mercato, da solo, non è in grado di sostenere la transizione». Tuttavia, ciò che nel keynesismo non convince il giovin Renato è la “passività” con cui il lavoratore usufruisce dell’aiuto statale, che si limita ad ammortizzare gli effetti negativi senza «richiedere al soggetto alcun impegno». 

 

Partecipazione

Qui sta il cambio di prospettiva, secondo lui: da un lavoratore-ingranaggio, taylorista e fordista che lavora a testa bassa e aspetta il 27 del mese, ad uno che diventa imprenditore di sé stesso, trasformando la propria remunerazione in un investimento attivo nell’azienda. È il lavoro a partecipazione, in cui il dipendente smette di essere tale e partecipa al capitale dell’impresa. Il suo “socialismo” laburista (ancor oggi si professa tale, il ministro dei tornelli e delle ispezioni stile Gestapo) gli fa dire che «gli esseri umani hanno preferenza, emozioni, volontà» e che «la soddisfazione o l’insoddisfazione inserito in un sistema produttivo non dipende solo dal suo reddito, ma da come il suo lavoro e il suo reddito si collocano in relazione a quello degli altri». Cioè anche e soprattutto dal sistema culturale e sociale che danno un senso ed un peso a ciò che uno fa. E, di conseguenza, a ciò che uno è. Brunetta vuole mettere in discussione il dogma della retribuzione fissa, ce l’ha con l’incertezza disperante provocata da un mercato che mette l’uomo in subordine rispetto alle esigenze produttive, e sogna «l’utopia possibile» della piena occupazione. E trova le risposte in due modelli: la Share Economy di Martin Weizman (1985) e la Agathopia di James Meade (1989). Il primo più freddo e neoclassico, il secondo più “ironico” e visionario. 

 

Azionista di sé stesso

Il primo postula un meccanismo di partecipazione del lavoratore al destino dell’azienda per cui egli viene remunerato attraverso indicatori come il profitto ripartito per ciascuno o il prezzo del prodotto, e in sostanza meno lavoratori ci sono, più vengono pagati quelli presenti. Ma se vi sono disoccupati, «ciascuna impresa che opera in regime di partecipazione cercherà di espandersi, perché il costo marginale del lavoro è minore del costo medio». Morale: l’espansione termina quando non vi è più disoccupazione. Non è, quella teorizzata da Weizman, una rivoluzione: si resta ben addentro all’alveo del capitalismo. Ma, sostiene Brunetta, «l’alienazione dei lavoratori, il potere del capitale sul lavoro e l’esercito dei disoccupati di riserva sono conseguenza specifiche della struttura salariale, e non caratteristiche universali del sistema capitalistico». E questa struttura, se non si autoriforma, va modificata attraverso la mano del governo, che deve considerare l’occupazione un bene pubblico, e non privato. Il che non elimina il mercato di scambio fra domanda e offerta di lavoro, ma trasformando il salario in capitale partecipato ne dà a tutti, seppur variandone la misura (un po’ come accade agli azionisti di una spa quando ricevono i dividendi: più azioni hanno, più si arricchiscono). 

 

Dividendo sociale

L’Agathopia (il Buon Posto in cui Vivere) di Meade è la versione riformista dell’antico, introvabile paese di Utopia. Riformista ma più coraggiosa di un classico sistema partecipativo. L’impresa diventa una sorta di “cooperativa per azioni”, in cui sia le azioni di capitale sia le azioni di lavoro hanno diritto di voto e di decisione. Lo Stato non assume la gestione delle imprese, lasciata ai privati, ma trasferisce gli utili alla collettività, sotto forma di “Dividendo Sociale”. Questo non è che un reddito di cittadinanza fornito ad ogni cittadino indipendentemente dal lavoro svolto o dalla proprietà. Terzo caposaldo: dura tassazione dei patrimoni ereditari, in modo da combattere le condizioni diseguali di partenza. In pratica, con questo sistema i lavoratori possono diversificare le proprie fonti di reddito grazie a «1) Dividendo Sociale garantito; 2) quota di remunerazione del lavoro sotto forma di dividendo di “azione di lavoro”, conservato anche in caso di disoccupazione; 3) salario “fisso”; 4) profitti derivanti da azioni di capitale di svariate partnership azionarie fortemente incentivate dal sistema fiscale di Agathopia». Sostanzialmente si mettono insieme i vantaggi della cooperativa con quella della società per azioni, abolendo la rigida distinzione fra lavoratore e imprenditore, che diventano tutt’uno. Meade va ben oltre Weizman, puntualizza Brunetta, perché con lui chi lavora assume potere decisionale all’interno dell’impresa, in una specie di proprietà diffusa che assomiglia alle public company. Non solo, ma il fisco livella la ricchezza patrimoniale personale, e perciò l’autorità statale è molto più invasiva, di stampo socialista tradizionale. 

 

Ultra-capitalismo

Ma il fine ultimo non intacca l’idea del lavoro come valore in sé. Anzi lo fonde col capitale e col rischio che ne è incorporato. L’uomo cessa di essere salariato, resta nei fatti lavoratore, ma viene trasformato in investitore del proprio tempo. È tutt’altro che il rovesciamento del capitalismo: è il suo trionfo. «Si potrà passare da un’azienda all’altra e da un settore all’altro semplicemente ottimizzando i propri “portafogli partecipativi”, esattamente come fa il capitale, scontando pure l’esistenza di periodi di non occupazione, volontariamente scelti per meglio traguardare il mercato e le relative opportunità», chiarisce Brunetta. Non lavorare meno per lavorare tutti, ma l’inverso: lavorare tutti per lavorare meno, o meglio quel che ognuno riterrà necessario e conveniente per sé. Il che rende l’occupazione totale un imperativo, e il lavoro un totem obbligatorio ancor più stringente e ossessivo di quanto non lo sia stato negli ultimi due secoli di industrializzazione. Ciò che non torna nella visione sposata da Brunetta in questo saggio è che l’angoscia che deriva dal concepire la propria esistenza in termini di utili, di pacchetti azionari, di “capitale umano” da vendere e per cui vendersi, è la stessa identica angoscia dell’homo oeconomicus, del capitalista moderno. Ci sarà anche lo Stato a non lasciar solo l’ex dipendente, catapultato dal salario garantito al profitto da ricercare e mantenere, ma una ricetta simile è peggiore del male che vorrebbe curare. Il male è l’equazione “vita=lavoro”. Col Brunetta studioso, quel che viene prodotto dal lavoro scompare dall’orizzonte, e la propria vita diventa semplicemente moneta da smerciare. Il riformismo, malattia giovanile dei ministri liberisti.

 

Alessio Mannino


Note:

1 “Che furbetto quel Brunetta”, L’Espresso, 13 novembre 2008

2. «In definitiva ciò che noi chiamiamo “lavoro e disoccupazione” sono invenzioni della modernità», “La fine della società dei salariati. Dal welfare state alla piena occupazione”, Marsilio, 1994, pag. 44.

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Moleskine febbraio 2010