Ottima scelta

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Musica: Requiem per Vic

Ha giocato come ha potuto, 

Vic Chesnutt. Inchiodato su

una sedia a rotelle. In bilico

sulla tentazione del suicidio

È sempre un colpo di fortuna, sopravvivere alla propria giovinezza senza subire danni irreparabili. Vic Chesnutt non l’aveva ricevuto, questo piccolo e indispensabile aiuto dalla buona sorte: a soli diciotto anni, mentre guidava completamente ubriaco, aveva perso il controllo dell’auto ed era uscito di strada, finendo in coma. Quando si era risvegliato il verdetto era stato impietoso: l’uso delle gambe era perduto per sempre. Quello delle braccia e delle mani sarebbe rimasto limitato. Persino la funzione respiratoria non sarebbe più tornata la stessa.

Vic era stato adottato, da bambino. Vic aveva imparato presto a suonare la chitarra: era stato suo nonno, a tirarlo dentro. 

Aveva scelto una canzone, Sweet Georgia Brown, e gliel’aveva insegnata in Sol. Una settimana dopo gli aveva svelato un trucchetto coi fiocchi: lo stesso brano si può eseguire in altre undici tonalità. 

Muovi il primo accordo (la locomotiva che decide per tutti) e quelli successivi lo seguono buoni buoni, come vagoncini agganciati alla motrice. Il pezzo è lo stesso. E al tempo stesso non lo è più. La stessa sequenza conduce a conclusioni differenti. Sorprendenti, a volte. Come girare gli occhi tutto intorno: è lo stesso posto; è un posto diverso. 

Vic non aveva ancora elaborato nessun progetto particolare sulla sua vita. E non pensava affatto che avrebbe fatto l’artista di professione. È un’idea talmente strana, se ci rifletti... Un’idea talmente presuntuosa... Tu che suoni e gli altri che pagano per ascoltarti. E poi, scusa, perché dovrebbero interessarsi proprio a te? Vic Chesnutt il Giovane – quello che prima di salire in macchina ubriaco e di finire in un canale con la spina dorsale spezzata era uno come tutti gli altri, che camminava come tutti gli altri e che faceva le sue belle cazzate in pace, come tutti gli altri – non credeva di avere molto da dare. Forse in futuro, ma adesso era tempo di prendere. Sensazioni, esperienze, sorprese. Forse soprattutto questo: sorprese.

Vic Chesnutt il Paralitico doveva ricominciare tutto da capo. Anche in ambito musicale. «Suonavo in una maniera molto diversa, prima dell’incidente. Nelle mie canzoni c’erano un mucchio di accordi strani e di altre cose, ma in realtà non avevo niente da dire, all’epoca. Non ero sicuro di cosa fosse quello che facevo. 

Fu soltanto dopo che mi spezzai il collo e dopo un altro anno ancora che cominciai a capire che avevo qualcosa da esprimere. E sul piano fisico, quando fui in grado di ricominciare a suonare la chitarra, compresi che tutto quello che potevo fare erano solo gli accordi più semplici. E se doveva essere così, beh, è così che avrei fatto».  

“Fu soltanto dopo che mi spezzai 
il collo e dopo un altro anno 
ancora che cominciai a capire 
che avevo qualcosa da esprimere...”

 

Bene: è andata male

Ci si può nascondere in mille modi, innanzitutto a se stessi, oppure si può decidere che è meglio di no. Si può restare tutta la vita sul filo di un inganno, pronti a sostenere che si è trattato solo di un equivoco, oppure uscire allo scoperto e dire quello che si ha da dire. Nel modo in cui si è capaci di dirlo. Niente acquisti a credito. Nessuna referenza da esibire. Nessun favore da chiedere. Si avvicini chi vuole. E solo a condizione che ne abbia voglia davvero. 

Vic Chesnutt ha avuto il coraggio di osservarsi per quello che era – per quello che era diventato dopo l’incidente – e di accettare l’idea di una sofferenza che lo avrebbe accompagnato per sempre. A volte leggera e quasi inavvertibile. Altre volte gravosa e pressoché insopportabile. Di fronte al disastro del suo corpo martoriato, e alla prospettiva di un’intera esistenza da trascorrere spegnendo sul nascere una miriade di slanci e di desideri, ha capito che gli restava ancora un’integrità da difendere e da riaffermare. Vic Chesnutt il Paralitico poteva riscattarsi in Vic Chesnutt il Disinteressato. 

“Chesnutt aveva un mucchio 

di ottime composizioni, 

ma nemmeno una che fosse 

adatta a questo genere 

di seduzione immediata...”

 Uno che non avrebbe mai fatto nulla, per blandire i suoi possibili ascoltatori. Uno che sull’arco dei quasi vent’anni che separano l’esordio di “Little” dall’epilogo di “Skitter on Take-Off”, ha scritto le sue canzoni e le ha interpretate così come le aveva in mente, senza sforzarsi in alcun modo di renderle più attraenti. Gli angoli vivi restano vivi, a rischio di fare male. Gli spazi vuoti rimangono vuoti, come in un paesaggio che è scarno senza essere desolato. 

Ciò che è stato aggiunto alla stesura iniziale, poco o tanto che sia, non sembra nemmeno un arrangiamento, sviluppato allo scopo di enfatizzare questo o quell’aspetto. Sembra che gli altri strumenti si siano aggiunti alla sua chitarra solo perché le circostanze hanno voluto così. 

Perché è capitato di incontrarsi con coloro i quali li suonavano e allora, come viandanti che si accorgono di andare nella stessa direzione, è sembrato naturale fare un po’ di strada insieme.

Una parte del fascino di Chesnutt risiede proprio in questo: nell’impressione di entrare in un mondo che rimane privato, e intimo, e totalmente sincero, anche quando si riversa in un disco destinato alla vendita o in un’esibizione su un palcoscenico. C’è qualcosa di laconico, e quindi di irraggiungibile: qualcosa che induce a tendere l’orecchio nel tentativo di afferrarlo comunque. 

 

Fottiti, Morte!

Vic Chesnutt è morto il 25 dicembre 2009. Avvelenato da un’overdose di farmaci che probabilmente ha assunto in maniera deliberata, ma che potrebbe anche essere stata accidentale. Vic era preoccupato: la sua assicurazione medica non copriva una parte delle cure di cui aveva bisogno e il debito era già arrivato a 70 mila dollari. Vic non li aveva. La sua carriera andava bene dal punto di vista artistico, ma sul piano commerciale era ben lontana dal fare di lui una star che domina le classifiche e fa quattrini a palate.

Michael Stipe, dei REM, lo aveva appoggiato fin dall’inizio, scoprendolo mentre cantava al “40 Watt Club” di Athens e producendo i suoi primi due album. Poi, già nel 1996, gli stessi REM, insieme ad altri personaggi di primo piano tra cui gli Smashing Pumpkins e Madonna, gli avevano dedicato una raccolta di cover intitolata “Sweet Relief II: Gravity of the Situation”, accreditandogli i relativi guadagni. Sforzi apprezzabilissimi, ma il successo con la S maiuscola non era arrivato. La popolarità di massa presuppone un exploit. Un singolo brano che si imponga al primo ascolto e che richiami l’attenzione sull’interprete, portandolo sotto i riflettori dei media per il tempo necessario a imporre la propria immagine. 

Chesnutt aveva un mucchio di ottime composizioni, ma nemmeno una che fosse adatta a questo genere di seduzione immediata. Inoltre, quand’anche l’avesse avuta, non poteva certo contare su una presenza scenica attraente: che razza di show può proporre, uno che è immobilizzato su una sedia a rotelle? 

Quante copertine può riempire, senza che la sua figuretta sparuta crei un contrasto stridente con l’immaginario glamour prediletto dalle riviste a grande tiratura? 

Chesnutt era rimasto ai margini, in una dimensione che per un verso non gli dispiaceva affatto ma che per l’altro lo lasciava privo delle risorse economiche di cui avrebbe avuto bisogno. 

Nel dicembre dell’anno scorso, come abbiamo visto, la situazione si è aggravata. Vic aveva alle spalle 25 anni di vita in condizioni menomate, che solo gli stupidi possono sottovalutare illudendosi che alla lunga ci si abitui. Vic, in passato, aveva già tentato di uccidersi. Non se ne vergognava. Non lo nascondeva. Nelle interviste ne parlava alla stregua di un dato di fatto, come il capitano di una nave che ricorda di aver già sfiorato il naufragio. E che sa perfettamente che in qualsiasi momento, là fuori, può arrivare la tempesta che non ti lascerà scampo. 

 

Federico Zamboni

Quindici uomini fra le linee del morto

Il film: Come fosse Antani